Non chiese: «Come sta mio figlio?»
Non disse: «Salutamelo.»
Non provò nemmeno ad aggiungere: «Per Luca troverò un altro modo di aiutare.»
Niente.
Solo: «Dille di firmare.»
Come se suo figlio fosse una clausola scomoda, una riga da cancellare con un tratto di penna.
In quel momento sentii un rumore nel corridoio.
Passi piccoli, leggeri, nudi sul linoleum.
Luca era comparso sulla soglia della cucina.
Indossava il pigiama con i razzi stampati sopra. Aveva i capelli schiacciati e arruffati dal cuscino, gli occhi ancora pieni di sonno.
Guardò il telefono che Giulia teneva in mano, quello da cui era appena uscita la voce di suo padre.
«Mamma… è papà?»
Giulia si voltò di scatto.
E tacque.
Per un istante, qualcosa le attraversò il viso.
Non era vergogna.
No.
Assomigliava di più a smarrimento.
Non si aspettava di trovarsi davanti un bambino. Era venuta a discutere con “l’ex moglie”, non con la madre di quel bambino.
Appoggiai finalmente la tazza sul tavolo, mi avvicinai a Luca e mi abbassai alla sua altezza.
«No, amore. Non è papà. Questa signora è venuta a parlare con me di una cosa. Torna in camera tua, va bene? Arrivo tra poco.»
Lui osservò Giulia.
Poi il telefono.
Poi me.
Alla fine annuì e se ne andò senza fare altre domande.
Poco dopo sentii il fruscio della coperta e il cartone animato che riprendeva a voce bassa.
Chiusi la porta della sua stanza e rimasi immobile nel corridoio per qualche secondo.
Appoggiai la fronte allo stipite.
Respirai.
Poi tornai in cucina.
Dentro, mi sentivo come se qualcuno mi avesse stretto il petto con entrambe le mani.
Mio figlio aveva sentito suo padre dire di essere stanco di “quelle donne”.
Aveva sette anni.
E capiva già troppo.
Forse non ogni singola parola.
Ma il tono, sì.
Quello lo aveva capito benissimo.
Giulia posò il telefono sul tavolo, con lo schermo rivolto verso il basso.
Marco aveva già chiuso la chiamata. Evidentemente, per lui la questione era conclusa: aveva detto ciò che voleva dire e non riteneva necessario aggiungere altro.
In cucina calò un silenzio pesante.
Si sentiva soltanto il ticchettio dell’orologio appeso alla parete, una goccia che cadeva a intervalli irregolari dal rubinetto del lavello e, lontana, la musica attutita dell’appartamento al piano di sopra.
Io restai vicino alla porta.
Mi domandai se Giulia avesse finalmente compreso che Marco non aveva alcuna intenzione di proteggerla, né di sostenerla.
Oppure se continuasse ancora a raccontarsi la favola dell’uomo combattuto tra due vite, tra due donne, tra due doveri.
Poi fece qualcosa che non mi aspettavo.
Cambiò completamente registro.
«Ascoltami», disse con una voce più bassa, quasi dolce. Quasi comprensiva. «Vedo che non è facile per te. Sei sola con un bambino, lavori, devi far quadrare tutto. Lo capisco. Parliamone da donne adulte. A cosa ti servono tribunali, ufficiali giudiziari, solleciti, tensioni? Firma quel foglio e ognuna di noi va avanti per la sua strada. Magari, ogni tanto, vi daremo una mano. Un regalo per Luca, dei vestiti, qualcosa per la scuola. Possiamo risolverla in modo umano, senza carte, senza guerre.»
La fissai.
Per un solo istante, uno soltanto, mi passò per la testa che forse avesse ragione.
Forse sarebbe stato davvero più semplice.
Avrei potuto firmare, smettere di telefonare, smettere di fare conti, smettere di aspettare il primo giorno del mese un bonifico che non arrivava mai.
Avrei potuto cancellare Marco dalla nostra vita economica, così come lo avevo già cancellato da quella sentimentale.
Sì.
Forse sarebbe stato più facile.
Ma Giulia non seppe fermarsi.
Doveva aggiungere qualcosa.
Doveva spingersi oltre.
«Sai», continuò, piegandosi in avanti sopra il tavolo, così vicina che il suo profumo diventò quasi soffocante, «Marco potrebbe anche licenziarsi. Formalmente, intendo. Potrebbe farsi pagare in contanti, lavorare in altro modo, e a quel punto tu non vedresti più nulla. Nemmeno un euro. Noi ce la caveremmo comunque. Tu e il bambino, invece…»
Non finì la frase.
Non ce n’era bisogno.
Quella non era più una richiesta.
Era una minaccia.
Chiara.
Precisa.
Pronunciata nella mia cucina, mentre la registrazione era in corso.
La guardai dritta negli occhi.
Senza alzare la voce.
Senza rabbia.
Senza paura.
Mi sistemai dietro l’orecchio una ciocca di capelli che mi era scivolata sul viso e dissi:
«Hai appena dichiarato, mentre vieni registrata, che il tuo compagno è disposto a lasciare il lavoro ufficiale pur di non pagare il mantenimento di suo figlio. Hai anche detto che ne siete entrambi consapevoli. Ti ringrazio. Questa parte mi sarà molto utile.»
Giulia si irrigidì.
La mano con le unghie bordeaux rimase sospesa sul tavolo, immobile.
«Quale registrazione?»
Indicai con un cenno la mensola.
Il mio telefono era lì.
Lo schermo acceso.
Giulia girò lentamente la testa.
Lo vide.
E il colore le sparì dal viso.
Io appoggiai una mano sulla cartellina dei documenti.
Poi la aprii.
Con calma.
Nello stesso modo in cui apro una pratica durante un incontro di lavoro, quando dall’altra parte qualcuno prova a gonfiare un preventivo e pensa che io non me ne accorga.
Senza fretta.
Con precisione.
Ogni foglio era al suo posto.
«Ecco.» Voltai il primo documento verso di lei. «Questo è il registro dei pagamenti. Ventiquattro mesi. I versamenti ricevuti sono segnati in verde. Quelli mancanti in rosso. Lo vedi? Tredici righe rosse. Tredici mesi senza un solo pagamento.»
Giulia fissò la pagina.
Le unghie smisero di tamburellare contro il tavolo.
Le sue mani rimasero ferme, piatte, come se improvvisamente non sapesse più cosa farne.
«Andiamo avanti.» Girai un altro foglio. «Questo è il calcolo del debito. In base alla decisione del tribunale, Marco deve versare centocinquantaquattro euro al mese, cioè il venticinque per cento del suo stipendio dichiarato. Tredici mensilità non pagate, meno due bonifici occasionali da cento euro ciascuno: uno per il compleanno di Luca e uno a Natale. Totale del debito: milleottocentodue euro.»
Parlavo in modo neutro.
Senza compiacimento.
Senza enfasi.
Erano solo numeri.
Solo fatti.
Se c’era una cosa che sapevo fare bene, era mettere ordine nel caos e disporre ogni dettaglio in modo che non potesse essere ignorato.
Giulia alzò gli occhi su di me.
La sicurezza con cui era entrata nel mio appartamento non esisteva più.
Al suo posto, nel suo sguardo, c’era qualcosa di nuovo.
Confusione.
Forse anche paura.
«Quanto?» chiese piano. «Lui mi aveva detto che erano duecento euro. Trecento al massimo.»
«Milleottocentodue», ripetei. «Puoi controllare tu stessa. Ogni riga ha una data e un importo.»
Giulia prese il foglio.
