Era, in sostanza, carta senza alcun peso.
Però non glielo dissi.
«Firma qui.» Giulia Leone indicò la riga con una delle sue unghie lunghe e lucide. «Così non ti daremo più fastidio.»
Sollevai lo sguardo e la fissai.
Avrà avuto più o meno trentacinque anni. Sicura di sé. Curata in ogni dettaglio. Capelli in ordine, trucco impeccabile, borsa costosa appoggiata sulle ginocchia come se fosse un’estensione naturale della sua persona.
Era seduta nella mia cucina con l’aria di chi si sente perfettamente legittimata a stare lì.
Come se fossi io ad avere un debito con lei, e non il contrario.
«Per quale motivo?» domandai.
Giulia si raddrizzò sulla sedia, come se aspettasse proprio quella domanda.
«Te lo spiego io il motivo. Marco e io vogliamo costruirci una famiglia. Stiamo pensando di accendere un mutuo, però ci mancano circa quattromila euro per l’anticipo. Se tu rinunci al mantenimento, in un anno e mezzo riusciremo a metterli da parte. Il problema è che adesso lui ogni mese deve versare soldi a te, e così i nostri conti non tornano.»
Ogni mese.
Per poco non mi scappò da ridere.
In due anni erano arrivati undici versamenti su ventiquattro.
Quello, per lei, significava pagare ogni mese?
Mi chiesi se Marco le avesse raccontato di essere sempre puntuale. Forse le aveva mentito anche sull’importo. Magari nella sua versione lui era il padre responsabile, quello spremuto da una ex moglie senza cuore.
Non dissi nulla.
Non ancora.
Incrociai le braccia e rimasi ad ascoltarla.
«Tu lavori», continuò Giulia.
Era passata al “tu” senza la minima esitazione, come se ci conoscessimo da anni, come se fossimo due conoscenti che stavano discutendo di una sciocchezza.
«Te la cavi benissimo da sola. Il bambino è vestito, ha le scarpe, va a scuola. A cosa ti serve ancora il mantenimento? È solo una formalità.»
Una formalità.
Centocinquantaquattro euro al mese, per lei, erano una formalità.
Forse dal suo punto di vista sì.
Per me erano il corso di robotica che Luca Caruso frequentava ogni martedì pomeriggio.
Erano il giubbotto invernale che gli avevo comprato a novembre, quando quello dell’anno prima non gli chiudeva più sulle spalle.
Erano tre sedute dal dentista, perché i denti dei bambini non aspettano che ai padri faccia comodo pagare.
Giulia attendeva una risposta e, nel frattempo, tamburellava sul tavolo con quelle unghie color borgogna, sottili, affilate, perfette.
Per lei tutto sembrava elementare.
Una firma, e il problema spariva.
«Marco sa che sei venuta qui?» le chiesi.
Ci fu un silenzio.
Durò appena un secondo, forse due. Ma lo notai.
Giulia sistemò la borsa sulle ginocchia e abbassò per un istante lo sguardo.
«È una decisione che abbiamo preso insieme», rispose.
«Allora, se l’avete decisa insieme, può venire lui. Si siede dove sei seduta tu e me lo dice guardandomi in faccia: “Non mi interessa mio figlio. Non voglio più mantenerlo.” A quel punto ne parleremo.»
Giulia strinse gli occhi.
Quella risposta non rientrava nei suoi piani.
Probabilmente si era immaginata di trovare una ex moglie stanca, dimessa, abbastanza intimorita da firmare pur di liberarsi di lei.
Ma io non avevo paura.
E non firmai.
«Tu non capisci», disse Giulia, e la sua voce diventò più dura. «Per lui è pesante. Si sente tirato da una parte e dall’altra, tra te e noi. Tu continui a prendere soldi da lui mentre lui cerca solo di rifarsi una vita.»
Prendere soldi da lui.
Mi scostai una ciocca di capelli dal viso e mi voltai verso i fornelli.
Accesi il bollitore. Non perché avessi davvero voglia di tè, ma perché le mani dovevano fare qualcosa. Dovevo girarmi, anche solo per qualche secondo, prima che lei mi leggesse in faccia tutto quello che stavo trattenendo.
Il bollitore cominciò a vibrare piano, poi l’acqua arrivò a bollore.
Versai l’acqua in una tazza, ci immersi una bustina di tè alla menta e restai a guardare il colore che si allargava lentamente.
Un vapore verdastro salì verso il soffitto, mescolandosi al profumo intenso e costoso di Giulia.
Il tè risultò amaro, perché mi ero dimenticata lo zucchero.
Lo bevvi comunque, in piedi accanto alla finestra, sentendo il suo sguardo piantato nella mia schiena.
«Io non prendo soldi da lui», dissi senza voltarmi. «Ricevo una somma stabilita dal tribunale. Né un euro in più, né un euro in meno.»
«Il tribunale, sempre il tribunale», sbuffò lei. «Quelle come te devono per forza trascinare tutto davanti a un giudice. Le persone normali si mettono d’accordo.»
Tornai al tavolo e mi sedetti di fronte a lei.
Tra noi rimase la tazza, con un filo di vapore che saliva ancora.
«Io ho provato a mettermi d’accordo», risposi. «Due volte solo quest’anno. La prima gli ho mandato un prospetto preciso: quanto doveva, per quali mesi, con tutte le date. Ha visualizzato il messaggio e non ha risposto. La seconda volta gli ho proposto un piano di rientro: cento euro al mese per saldare l’arretrato, oltre al mantenimento corrente. Ha detto di sì. Il mese successivo non ha versato nemmeno un euro.»
Giulia rimase zitta.
Poi tirò nervosamente la zip della borsa, aprendola e richiudendola come se quel gesto potesse darle tempo.
«Va bene», disse alla fine. «Visto che non vuoi ascoltare le ragioni, adesso lo chiamo. Qui, davanti a te. Te lo dirà lui.»
Prese il telefono e cercò il numero.
Io la osservai in silenzio.
Poi lanciai un’occhiata veloce alla mensola.
Il mio cellulare era ancora in piedi, appoggiato in verticale tra un barattolo di caffè e una scatola di biscotti. La piccola luce rossa della registrazione era appena visibile.
Giulia compose il numero e attivò il vivavoce.
Uno squillo.
Poi un secondo.
Marco Rinaldi rispose al terzo.
«Giulia, che c’è?»
La sua voce riempì la cucina. Secca, infastidita, impaziente.
Non la sentivo da più di sei mesi.
L’ultima volta lo avevo chiamato per ricordargli il compleanno di Luca.
Lui aveva detto soltanto: «Va bene.»
E poi non aveva richiamato.
«Sono dalla tua ex moglie», disse Giulia a voce alta, quasi volesse assicurarsi che io sentissi bene ogni parola. «Si rifiuta di firmare. Parlale tu.»
Seguì una pausa.
In sottofondo sentii il mormorio basso della televisione.
«Giulia, ti avevo detto di risolverla tu questa cosa. Sono stanco di questi teatrini tra donne.»
Teatrini tra donne.
Suo figlio.
Il suo mantenimento.
Il suo debito.
E per lui erano teatrini tra donne.
Rimasi accanto alla finestra, stringendo la tazza con entrambe le mani, senza dire nulla.
Il tè ormai si era raffreddato, ma non la posai.
Avevo bisogno di tenermi aggrappata a qualcosa.
«Marco, lei non capisce», insistette Giulia, alzando la voce. «Spiegaglielo tu con calma. Dille che vi siete messi d’accordo.»
«Senti, dille solo di firmare. Sono stufo di tutta questa sceneggiata. Se vuole soldi, che vada a lavorare. Io non ne posso più.»
Non pronunciò una sola parola su Luca.
Nemmeno una.
