— La maestra ha detto che il sole mi è venuto più bello di tutti! — aggiunse la piccola, agitando il foglio come una bandierina.
Arianna Bellini si chinò e la baciò tra i capelli.
— È meraviglioso, amore mio.
Per un istante, quella stretta al cuore si allentò. Eccola lì, la sua verità: non le chiacchiere di Ornella Romano, non le minacce sussurrate alle vicine, non la paura di essere messa da parte. La sua vita era quel disegno stropicciato, quelle manine sporche di pennarello, quel sole enorme sotto cui Vittoria Parisi aveva sistemato tutti e tre insieme.
Una volta rientrate, Arianna preparò la cena alla bambina, cercò di mostrarsi serena, ascoltò il racconto confuso della giornata all’asilo e poi la mise a letto prima del solito, dicendole che l’indomani si sarebbero dovute alzare presto. Vittoria protestò appena, poi crollò quasi subito, abbracciata al suo peluche.
Arianna rimase in cucina. Davanti a lei c’era una tazza di tè ormai fredda, intatta. Non riusciva a bere. Ogni rumore del pianerottolo la faceva voltare verso la porta.
Roberto Valentini arrivò poco dopo le nove. Aveva l’aria distrutta di chi era rimasto troppe ore chiuso in ufficio e in reparto: lavorava come ingegnere in uno stabilimento e, negli ultimi tempi, i rientri tardi erano diventati quasi una regola. Si sfilò le scarpe all’ingresso, lasciò la giacca sulla sedia e comparve in cucina stropicciandosi il viso.
— C’è qualcosa da mangiare? Ho una fame tremenda — mormorò, sfiorando distrattamente la testa di Arianna con un bacio.
— Ti scaldo subito la cena.
Lei si alzò, aprì il frigorifero, prese una pentola e cercò di tenere ferma la voce. Il tintinnio dei coperchi le sembrò assordante.
— Roberto… ieri hai telefonato a tua madre?
Lui si sedette, appoggiando i gomiti sul tavolo.
— Sì. Perché?
— Di cosa avete parlato?
— Mah, niente di particolare. Mi ha chiesto come andasse al lavoro. Le ho detto che sono sfinito, che questo progetto mi sta consumando e che il capo ormai non sa più cosa inventarsi per complicarci la vita. — Roberto scrollò le spalle. — Ma perché me lo chiedi con quella faccia?
Arianna gli mise davanti il piatto, poi si sedette di fronte a lui. Intrecciò le dita sul tavolo per non far vedere che le tremavano.
— Oggi ho sentito per caso tua madre parlare con Greta Marchetti ed Emma Coppola. Diceva che tu saresti stanco del matrimonio, che staresti pensando alla separazione. E ha aggiunto che, se davvero vi separaste, io qui non avrei più titolo per restare. Che dovrei andarmene.
Roberto restò immobile con la forchetta sospesa a metà.
— Che cosa?
— Hai capito benissimo.
— E da dove se l’è tirata fuori questa storia?
Arianna abbassò appena lo sguardo, ma continuò:
— È proprio quello che vorrei sapere da te. Le hai detto davvero che sei stanco di noi?
— Arianna, io le ho detto che sono stanco del lavoro. Del progetto. Del mio responsabile. Non ho pronunciato una parola su di te, né sul nostro matrimonio. — Posò la forchetta e la fissò con attenzione. — Davvero pensi che io mi metta a lamentarmi di mia moglie con mia madre?
— Non so più cosa pensare — ammise lei, la voce incrinata. — L’ho sentita dire, parola per parola, che “ad Arianna qui non resta molto da vivere”. Non me lo sono inventato.
Roberto si lasciò cadere contro lo schienale della sedia e si passò entrambe le mani sul volto.
— Ha fatto tutto da sola. Ha preso la mia stanchezza per il lavoro e l’ha trasformata in stanchezza per te. Poi ci ha costruito sopra un divorzio intero. Non è la prima volta che cerca il modo di colpirti, lo vedo anch’io.
— Lo vedi, ma io ho sempre taciuto perché non volevo alimentare litigi — disse Arianna piano. — E intanto lei, a quanto pare, aveva già deciso tutto al posto nostro. E l’ha pure raccontato alle vicine come se fosse una notizia certa.
Roberto si alzò di scatto. Fece qualche passo nella cucina stretta, poi si fermò davanti alla finestra.
— Domani le parliamo. Insieme — disse, senza voltarsi. — Niente mezze frasi, niente allusioni. Le dirò chiaramente che non ho alcuna intenzione di separarmi e che deve smetterla di infilarsi nella nostra vita.
— E la casa? — chiese Arianna. — Lei sostiene che l’appartamento sia destinato a te per testamento, ma che finché è viva lei può disporne. Ha detto che, se vuole, può mandare via me e Vittoria.
Roberto si girò, corrugando la fronte.
— L’appartamento è già intestato a me. Tua madre… cioè mia nonna me lo ha lasciato, e io ho completato la successione due anni fa. Ti ricordi? Siamo andati insieme dal notaio.
— Me lo ricordo — rispose lei. — Ma tua madre sembra raccontarsela in un altro modo.
— Allora è arrivato il momento di ricordarle come stanno davvero le cose — concluse lui con una durezza insolita.
Il giorno dopo, sabato, Ornella Romano si presentò come faceva sempre: senza avvisare. Aveva una copia delle chiavi e la considerava quasi un’estensione naturale del suo ruolo di madre. Roberto, proprio per quello, aveva chiesto di uscire prima dal lavoro, così da trovarsi in casa quando lei fosse arrivata.
Appena Ornella varcò la soglia, lui la fermò.
— Mamma, siediti. Dobbiamo parlare.
Lei lo guardò sospettosa, poi entrò in cucina e si accomodò al tavolo, con le mani composte davanti a sé, rigida come una scolara interrogata.
— Che succede? Vittoria sta male?
— Vittoria sta bene. È dalla vicina a giocare — rispose Arianna, sedendosi accanto al marito.
Roberto non fece giri di parole.
— Arianna mi ha raccontato quello che hai detto a Greta Marchetti ed Emma Coppola sul nostro presunto divorzio. Hai raccontato che sarei stanco del matrimonio e che starei pensando di separarmi. Non è vero. Io ti ho parlato del lavoro, del capo e del progetto che mi sta sfinendo. Di Arianna e del nostro matrimonio non ho detto niente del genere.
Ornella impallidì, ma recuperò in fretta il controllo. Con un gesto nervoso si sistemò il colletto della camicetta.
— Ma tu hai detto che eri stanco… Io ho pensato…
— Hai pensato, poi hai aggiunto del tuo — la interruppe Roberto. — E non ti sei limitata a pensarlo. Sei andata a dire alle vicine che Arianna presto non vivrà più qui, che dell’appartamento puoi decidere tu, quando sai benissimo che la casa è già intestata a me da tempo.
— Lo so, lo so — si affrettò a rispondere Ornella, annuendo. — Però sono tua madre, mi preoccupo per te…
A quel punto Arianna intervenne per la prima volta, con una calma tagliente.
— Preoccuparsi significa chiedere se va tutto bene. Non decidere al posto mio e di Roberto dove io possa vivere. E soprattutto non discuterne con le vicine come se fossi un oggetto da togliere di mezzo quando dà fastidio.
— Arianna, adesso stai esagerando — tentò Ornella, addolcendo il tono.
— No, mamma — riprese Roberto. — Se una cosa del genere dovesse ripetersi, se ti permetterai ancora di parlare del nostro matrimonio con estranei o di decidere per noi chi deve stare in questa casa, cambierò la serratura. E ci vedremo altrove, non qui.
Ornella spalancò gli occhi e si portò una mano al petto.
— Mi stai minacciando? A me? A tua madre?
— Sto mettendo dei limiti — rispose lui, senza alzare la voce. — Sei mia madre, ti voglio bene e ti rispetto. Ma questa casa è mia, di Arianna e di Vittoria. Il modo in cui viviamo qui lo decidiamo noi due, non tu.
Quel confronto finì con Ornella in lacrime, una porta sbattuta e, un’ora più tardi, una telefonata di scuse. Quando capiva di essersi spinta troppo oltre, sapeva anche fare marcia indietro in fretta. Arianna accettò quelle scuse con prudenza, senza lasciarsi ingannare: dentro di sé sapeva che non era una chiusura definitiva, ma soltanto una tregua.
E infatti non si sbagliava.
Circa un mese dopo, all’inizio dell’autunno, la vicenda prese una piega che Arianna non avrebbe mai immaginato.
Tutto cominciò con una chiamata. Lei era sola in casa: Roberto era partito per una settimana di lavoro fuori città e Vittoria era all’asilo. Il telefono squillò mostrando un numero sconosciuto.
— Buongiorno, studio notarile “Garante” — disse una voce femminile, cortese e professionale. — Potrei parlare con il signor Roberto Valentini?
Arianna si irrigidì all’istante.
— Al momento non è in casa, è fuori per lavoro. Sono sua moglie. Posso riferirgli qualcosa?
Dall’altra parte ci fu una brevissima pausa.
— Vede, nei nostri registri risulta un appuntamento a nome di suo marito — spiegò l’impiegata, preparandosi a darle ulteriori dettagli.
