“Scusate la mia vacca! Si sta ingozzando di nuovo come se non avesse fondo!” la voce di Cesare Mancini squarciò l’aria e Elena, umiliata, si alzò e uscì dalla stanza

Umiliazione crudele e ingiusta, silenzio devastante.
Storie

«Fa’ qualcosa», gli sussurrò, senza alzare la voce.

Luca Longo si sollevò dalla sedia con un’espressione controllata.

«Esco un attimo a fumare.»

In realtà non andò affatto verso l’ingresso. Trovò Elena Fontana in bagno. Era davanti al lavandino, aggrappata al bordo di ceramica come se fosse l’unica cosa capace di tenerla in piedi. Piangeva senza emettere un suono. Il mascara le aveva lasciato righe scure sulle guance, il rossetto si era sbavato agli angoli della bocca. Cesare Mancini era riuscito nel suo intento: farla apparire spenta, fragile, quasi irriconoscibile.

«Elena… come stai?»

Lei sussultò, poi si passò in fretta le dita sotto gli occhi.

«Sto bene. Mi sciacquo il viso e torno di là.»

«Perché continui a sopportare tutto questo?»

Elena si voltò lentamente verso di lui. Negli occhi aveva una stanchezza antica.

«E dove dovrei andare? Non ho niente. La casa è sua, la macchina è sua. Io faccio la maestra e guadagno una miseria. I miei vivono in un paesino, tirano avanti a fatica. Se tornassi da loro, per tutta la zona sarebbe una vergogna.»

«Non è una vergogna.»

«Per loro sì. Mi hanno vista sposare un uomo di città, sistemato, pieno di soldi. Mia madre si è vantata con tutti del marito meraviglioso che avevo trovato. E io cosa dovrei raccontare adesso? Che quello stesso marito mi chiama vacca davanti agli altri?»

Luca la osservò in silenzio per un istante.

«È sempre stato così?»

Elena scosse il capo.

«Il primo anno sembrava una favola. Fiori, regali, parole dolci. Mi trattava come se fossi preziosa. Poi ha cominciato con piccole cose. Prima il sugo che, secondo lui, non sapevo fare. Poi i vestiti: diceva che mi conciavo come una provinciale senza gusto. Dopo è arrivato a darmi della stupida. Da lì non si è più fermato. Ora mi umilia anche davanti agli estranei, e quando siamo a casa…»

La frase le morì sulle labbra.

«Quando siete a casa cosa succede? Ti mette le mani addosso?»

«No. Peggio, forse. Mi cancella. Può restare una settimana intera senza rivolgermi la parola, come se non esistessi. Poi, all’improvviso, esplode per una sciocchezza: un piatto lavato male, le pantofole lasciate nel punto sbagliato. Mi ripete che non valgo niente, che nessuno mi vorrebbe, che mi tiene con sé solo perché gli faccio pena.»

«Elena, sono assurdità. Tu sei una donna intelligente, bella…»

Lei abbassò lo sguardo.

«Io non lo so più cosa sono. Mi guardo allo specchio e vedo solo quello che dice lui: una vacca, un’idiota, un mostro. E se avesse ragione?»

Dal soggiorno arrivò la risata sguaiata di Cesare.

«E a letto, poi, è un pezzo di legno! Sta lì ferma a fissare il soffitto come se contasse le pecore!»

Elena diventò bianca. Luca serrò le mani fino a farsi sbiancare le nocche.

«Basta. Adesso preparati, ti porto via.»

«Dove?»

«Dove vuoi tu. Dai tuoi, da un’amica, in albergo. Scegli un posto e ci andiamo.»

«Lui non me lo permetterà.»

«Non spetta a lui decidere.»

Rientrarono insieme in soggiorno. Cesare aveva già bevuto parecchio e stava intrattenendo gli altri con l’ennesimo racconto “divertente” sulla moglie.

«Figuratevi, ieri ha cercato gli occhiali per un’ora. E li aveva in testa! Ma si può essere più sceme?»

«Noi ce ne andiamo», disse Luca.

Cesare smise di ridere e strinse gli occhi.

«Come sarebbe, ve ne andate?»

«Accompagno Elena.»

«Lei non va da nessuna parte. Elena, siediti.»

Per riflesso, Elena fece un passo verso il tavolo. Luca però le prese la mano e la trattenne.

Amore o Soldi