— Scusate la mia vacca! Si sta ingozzando di nuovo come se non avesse fondo! — La voce di Cesare Mancini squarciò l’aria di festa con la violenza di uno sparo.
Elena Fontana rimase immobile, la forchetta sospesa a mezz’aria. Il boccone di insalata russa non arrivò mai al piatto. Magra, minuta, fragile — cinquanta chili scarsi, a voler essere generosi — sedeva davanti al marito e sentì, uno dopo l’altro, tutti gli sguardi posarsi su di lei.
Luca Longo quasi si strozzò con lo spumante. Sua moglie, Sara Caruso, spalancò la bocca, ma non riuscì a tirare fuori neppure una parola. Sul tavolo calò un silenzio pesante, di quelli in cui perfino respirare sembra fuori posto.
— Cesare, ma ti rendi conto di quello che dici? — fu Luca il primo a ritrovare la voce.
— E allora? Adesso non si può più dire la verità? — Cesare si appoggiò allo schienale, compiaciuto dall’effetto che aveva provocato. — La mia stupida ha messo su di nuovo qualche chilo. Mi vergogno quasi a farmi vedere in giro con lei.

Elena era diventata paonazza. Non tanto per l’imbarazzo, quanto per la ferita. Le lacrime le pizzicavano gli occhi, ma lei, come sempre, le ricacciò indietro. In tre anni di matrimonio aveva imparato a farlo. All’inizio piangeva. Poi aveva smesso. A cosa sarebbe servito?
— Dai, Cesare, non esagerare… — provò Simone Fabbri dall’altra estremità del tavolo, senza troppa convinzione, nel tentativo di alleggerire l’atmosfera. — Elena è una bella donna, lo sai anche tu.
— Bella? — Cesare scoppiò a ridere. — L’hai mai vista senza trucco? Fa paura. A volte mi sveglio la mattina, la guardo e mi chiedo: “Ma questa chi è? Da dove è saltata fuori?”
Qualcuno lasciò andare una risatina nervosa. Qualcun altro abbassò gli occhi sul piatto, fingendo di non aver sentito. Elena si alzò. Lo fece piano, con estrema cautela, come se un gesto brusco potesse mandarla in frantumi.
— Vado in bagno — mormorò, e uscì dalla stanza.
— Si è offesa! — commentò Cesare con un ghigno soddisfatto. — Adesso torna e resterà zitta fino a domattina. Le donne bisogna tenerle al loro posto.
Luca fissava l’amico e faticava a riconoscerlo. Si conoscevano dai tempi della scuola, quindici anni di amicizia. Cesare era sempre stato quello brillante, il simpatico della compagnia, l’uomo capace di far ridere tutti. Quando aveva sposato Elena, erano stati felici per loro: sembravano una coppia perfetta. Lei dolce, riservata, con quegli occhi grandi e castani. Lui sicuro di sé, ambizioso, arrivato.
Poi qualcosa aveva cominciato a guastarsi. All’inizio erano solo “battute”. Davanti agli altri Cesare chiamava sua moglie “la mia sciocchina”, “testa vuota”, “incapace”. Tutti ridevano a disagio, convincendosi che fosse soltanto umorismo di coppia. Ma col tempo la cosa era peggiorata.
“Guardate, la mia mucca si è divorata pure la torta!” aveva gridato una volta in un ristorante, solo perché Elena aveva ordinato un dolce.
“Perdonatela, non sa cucinare!” aveva detto agli ospiti, scusandosi per una cena che in realtà era riuscita benissimo.
“Che pretese volete avere da lei? Ha finito l’università per miracolo e guadagna due spiccioli!” diceva della stessa donna che si era laureata con il massimo dei voti e insegnava ai bambini della scuola primaria.
Sara colpì piano il marito con una gomitata sotto il tavolo.
