Elena, a quelle parole, parve raggiare di soddisfazione, come se avesse appena ottenuto una piccola vittoria.
— E se facessimo una grigliata? — propose all’improvviso, battendo le mani con entusiasmo. — Oggi mi sento proprio in vena di festa!
Alessandro Leone, incoraggiato da quel cambiamento inatteso nel comportamento della sorella, non volle rovinare l’atmosfera. Anzi, si lasciò contagiare e accettò di organizzare una cena un po’ più speciale del solito. Prese le chiavi, salì in macchina e andò a comprare carne e verdure, mentre Giulia Gentile ed Elena rimasero in cucina a preparare insalate e contorni.
Per tutto il pomeriggio Elena fu quasi irriconoscibile. Gentile, disponibile, piena di premure. Sistemava i piatti, passava i bicchieri, teneva d’occhio i bambini e si offriva di aiutare prima ancora che qualcuno glielo chiedesse. Giulia, pur restando prudente, cominciò a rilassarsi.
La serata, in effetti, venne benissimo. Il formaggio era davvero ottimo, la carne cotta sulla brace risultò tenera e saporita, e i bambini correvano sull’erba felici, con le guance arrossate e le mani appiccicose di succo. Elena raccontava episodi buffi, Alessandro girava gli spiedini con aria soddisfatta e Giulia si concesse, per la prima volta dopo tanto tempo, la sensazione fragile ma piacevole di una pace familiare ritrovata.
Quando però calò il buio e i bambini cominciarono a sbadigliare, Elena si alzò con naturalezza e si avvicinò al tavolo.
— Il formaggio che avevamo portato dov’è? — chiese, guardandosi intorno. — Ci riprendiamo quello che è avanzato.
Senza attendere risposta, iniziò a infilare nei sacchetti i pezzi rimasti, poi passò alle pesche non mangiate e ai cartoni di succo ancora mezzi pieni.
Giulia e Alessandro si scambiarono uno sguardo muto. In un istante, la serenità che si era creata durante la cena si incrinò, lasciando spazio a un’amara delusione.
— Elena… che stai facendo? — domandò Giulia a bassa voce.
— Come, che faccio? — rispose lei, imperturbabile, continuando a impacchettare. — Riprendo le mie cose. Domani i bambini hanno scuola e a casa non ho granché per il pranzo.
— Ma tu le avevi portate come pensiero…
Elena sollevò le sopracciglia, sorpresa da quell’osservazione.
— Pensiero? Io ho detto che non sarei arrivata a mani vuote, e infatti non sono arrivata a mani vuote. Però gli avanzi me li porto via, è ovvio. Non si butta mica il cibo.
Con una calma quasi irritante raccolse tutto ciò che aveva portato. Poi, come se fosse la cosa più normale del mondo, lanciò un’occhiata alla carne rimasta e alle insalate ancora nei piatti.
— Avete per caso un contenitore per gli spiedini? E prenderei anche queste verdure. Voi potete sempre cucinare qualcos’altro, avete la casa, l’orto, mille cose. Io in città devo comprare tutto, e i bambini crescono, mangiano.
— Elena — provò a intervenire Alessandro, trattenendo a fatica il fastidio — questa cena l’abbiamo preparata per tutti. La carne, le verdure, il resto… li abbiamo comprati noi.
— Ma dai, non fare storie — lo liquidò lei con un gesto della mano. — Voi qui avete spazio, avete il giardino, avete sempre qualcosa. Io invece devo arrangiarmi.
Alla fine riempì i contenitori con quasi tutto ciò che era rimasto della cena, lasciando ai padroni di casa poco più che piatti sporchi e briciole. I bambini, ormai stremati, dormivano già in macchina mentre lei terminava il suo accurato trasloco di sacchetti.
— Grazie della bellissima serata! — disse allegra, caricando il cibo nel bagagliaio. — Siamo stati proprio bene. Torneremo sicuramente!
Giulia e Alessandro rimasero accanto al cancello a guardare l’auto allontanarsi nella strada buia. Nessuno dei due parlò finché le luci posteriori non sparirono del tutto. Sul tavolo, ormai, c’erano soltanto tovaglioli stropicciati, posate unte e piatti da lavare.
— Allora? — mormorò Giulia, senza alzare la voce. — Adesso lo vedi anche tu che non cambierà mai?
Alessandro annuì lentamente, fissando il tavolo svuotato.
— Sì. È venuta qui non per stare con noi, ma per mangiare gratis. E si è pure ripresa quello che aveva portato.
Giulia cominciò a impilare i piatti, cercando di non farli tintinnare troppo.
— Sai qual è la cosa che mi amareggia di più? Non il fatto che abbia portato via i suoi prodotti. È che non capisce nemmeno dove sia il problema. Per lei è normale presentarsi, mangiare, godersi il pomeriggio e poi andarsene con le borse piene.
— Credevo avesse capito quello che le avevamo detto…
— Ha capito solo una cosa: che la prossima volta doveva portare qualcosa per salvare le apparenze. E poi riprenderselo. In un certo senso è persino peggio che arrivare senza niente.
Rimasero a sparecchiare in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri. Giulia ripensava alla piccola speranza provata al mattino, quando aveva visto il formaggio e le pesche, convincendosi per un attimo che forse i rapporti con la cognata potessero migliorare. Alessandro, invece, pensava alla sorella che un tempo era stata la sua compagna di giochi, quasi la sua migliore amica, e che ora gli appariva come una presenza invadente e opportunista.
— E adesso che facciamo? — chiese Giulia, sistemando le stoviglie nella lavastoviglie.
Alessandro sospirò, sincero e stanco.
— Non lo so. Parlarle non serve a nulla: non ascolta.
