— Che chiederò comunque la divisione dei beni? E anche della quota.
— Fallo seguendo la legge.
Marco chiuse il borsone con uno strappo secco.
— Senza di me quella clinica non la reggi.
Non gli concessi una discussione. Conoscevo bene quell’esca: voleva costringermi a ricordargli i turni di notte, i prestiti, le trattative con i fornitori, i macchinari, i controlli, i contratti d’affitto. Voleva che ricominciassi a giustificare il mio lavoro davanti all’uomo che, pochi minuti prima, aveva tentato di trasformarlo in un’arma contro di me.
— Marco, da questo momento ogni comunicazione passerà dal mio avvocato.
Lui afferrò il borsone e lo disse verso sua madre, senza nemmeno guardarmi:
— Andiamo.
Adele Fiorentino era già nell’ingresso. Si aggiustava la sciarpa davanti allo specchio e faceva di tutto per non posare gli occhi sul tavolo, dove c’era ancora quella tazza.
— Io sono stata male davvero — mormorò, evitando il mio sguardo.
— Allora è stato un bene che sia arrivata l’ambulanza.
— Sei sempre stata piena di te.
— No. Oggi ho solo smesso di rendermi utile alle bugie degli altri.
Non replicò. La porta si richiuse alle loro spalle senza sbattere. Semplicemente, due persone uscirono da una casa in cui non erano riuscite a farmi passare per colpevole.
Non toccai né la tazza né la confezione. Prima fotografai il tavolo, il telefono appoggiato sulla mensola e la cucina nel suo insieme. Poi rimisi le copie dei documenti nella cartellina e scrissi al mio avvocato: “La provocazione è avvenuta. Sono intervenuti polizia e ambulanza. Ho rilasciato dichiarazione. La minaccia sulla quota è confermata da messaggio”.
La risposta arrivò quasi subito: “Non cancellare nulla. Domani prepariamo l’esposto e la linea per la divisione”.
Spensi la luce principale, lasciai accesa solo la lampada da tavolo e, con calma, raccolsi in un sacchetto separato le cose che appartenevano a Marco e ad Adele Fiorentino: due tazze di lei, le gocce dimenticate, alcuni dépliant pubblicitari di lui, un attrezzo per allenare la mano. Non buttai via niente e non nascosi nulla. Mi limitai a separare il mio spazio dalle loro tracce.
La mattina seguente non andai in clinica prima del solito, come facevo un tempo per rimediare alle mancanze altrui. Alle nove incontrai l’avvocato. Alle dieci inviai alla contabilità della clinica una comunicazione formale: qualsiasi richiesta di Marco Martini relativa ai documenti societari doveva essere soddisfatta soltanto in presenza di un fondamento giuridico. Alle undici firmai gli atti per avviare lo scioglimento del matrimonio e predisporre la divisione dei beni.
Verso sera Marco provò a chiamarmi. Non risposi. Poco dopo scrisse: “Mamma è agitata. Non mettiamoci a fare pressione su una persona anziana”. Inoltrai il messaggio all’avvocato. Un’ora più tardi ne arrivò un altro: “Sono disposto a parlare di tutto con calma”. Inoltrai anche quello. Al terzo, in cui diceva: “Non servono denunce, ho esagerato”, risposi personalmente: “Le spiegazioni sono già state date. Da ora in poi si procede per vie legali”.
Due giorni dopo fui convocata dal maresciallo per integrare alcuni dettagli. Mi presentai con il mio avvocato, ripetei i fatti senza alzare la voce, consegnai la stampa del messaggio sulla quota, segnalai la registrazione video in possesso di Marco e chiesi che venissero acquisiti anche i dati delle chiamate all’ambulanza e alla polizia.
Si presentò anche Adele Fiorentino. Questa volta senza sciarpa, senza tono lamentoso e senza la sicurezza di prima. Disse che non aveva mai voluto accusare direttamente nessuno, che la parola “veleno” le era uscita “per l’emozione”, che la bevanda proveniva da una sua miscela personale e che, dopo il controllo dei sanitari, non aveva alcuna contestazione da muovere contro di me. Marco le sedeva accanto e fissava il pavimento.
La messinscena che avrebbe dovuto diventare una leva contro di me si trasformò in un verbale con data, ora e firme. Per il divorzio bastava. Da quel momento, ogni tentativo di usare il mio lavoro, i pazienti o la mia quota nella clinica non avrebbe più trovato spiegazioni difensive, ma documenti.
Una settimana dopo arrivò la prima lettera dall’avvocato di Marco. Il tono era cambiato: niente più “ti rovino”, nessuna minaccia sui pazienti, nessuna allusione alla mia professione. Solo un elenco asciutto dei beni, una proposta di trattativa e la richiesta di non discutere il conflitto familiare con terze persone. Lessi tutto e inoltrai al mio legale.
Marco venne a ritirare le ultime cose il sabato. Si presentò da solo, ostentatamente cortese, e non mise piede in cucina. Portò via prima una scatola di libri, poi il giubbotto invernale e una cartellina con le garanzie. Prima di uscire, si fermò nell’ingresso.
— Serena, magari possiamo evitare il tribunale?
— Tramite avvocati, Marco.
Fece un breve cenno con la testa.
— Ho capito.
Quando se ne andò, posai sul tavolo un’agenda nuova e annotai tre impegni: visite dei pazienti, incontro con il legale, aggiornare le deleghe della clinica. Poi tolsi la vecchia tovaglia, quella su cui era rimasto il cerchio della tazza, e ne stesi una pulita. Non per fare un gesto simbolico. Semplicemente, su quel tavolo non doveva più esserci spazio per le sceneggiate degli altri.
La sera arrivò un messaggio dalla reception: “Domani ci sei? I pazienti hanno chiesto di te”. Risposi: “Ci sarò”.
Marco non mi scrisse più direttamente. Ogni questione passò attraverso gli avvocati. L’accesso ai documenti della clinica gli venne precluso secondo la procedura interna, e la storia del “veleno” non rimase uno strumento di ricatto, ma una tentata accusa messa nero su bianco.
