Marco Martini strinse le labbra.
— Non sarai tu a darmi ordini.
— Invece sì, visto che mi avete appena accusata di un reato.
Lui lasciò uscire una risata secca, ma nella voce si era già incrinata quella sicurezza aggressiva di poco prima.
— E credi davvero che la polizia darà retta a te? Mia madre è una pensionata. Tu sei un medico. Hai accesso ai farmaci. Domani, al lavoro, ti…
— Vai avanti — lo interruppi. — Parla bene, scandisci. Tanto la registrazione è ancora attiva.
Fece un movimento istintivo verso la mensola, poi si bloccò.
— Quello è il mio telefono.
— Appunto. Ancora meglio. Sarà il tuo video a chiarire chi ha pronunciato per primo l’accusa e che cosa è successo attorno a quel tavolo.
Adele Fiorentino si mosse appena sul tappeto.
— Marco, spegni quell’affare. La telecamera mi fa stare peggio.
— La fa stare peggio la telecamera o la bevanda? — chiesi.
Mia suocera mi guardò, e nei suoi occhi non c’era più nemmeno l’ombra di quella finta commiserazione che aveva recitato fino a pochi minuti prima. Per anni aveva saputo ammalarsi con una puntualità quasi amministrativa: alla vigilia dei miei convegni, prima delle ferie, nelle mattine decisive per il lavoro di Marco. Telefonava alle sei dicendo che “le si stringeva tutto”, e un’ora dopo usciva tranquilla a fare spese. Io, per molto tempo, avevo attribuito quelle scene all’età, al carattere, alla sua necessità di sentirsi al centro. In quel momento capii che, nelle mani di Marco, i suoi malori erano diventati un mezzo di pressione.
— Serena, finiamola con questo teatro — disse lui, abbassando il tono. — Di’ semplicemente che hai sbagliato infuso. Mamma non presenterà denuncia.
— La denuncia la presenterò io, se continuerete a sostenere che ho tentato di avvelenarla. E farò mettere a verbale anche il tentativo di ricattarmi sul divorzio e sulla mia quota della clinica.
— Non proverai mai niente.
— Non devo provare tutto qui, in cucina, davanti all’ingresso. Devo solo fare in modo che la ricostruzione parta nel modo corretto.
Dal pianerottolo arrivò il rumore dell’ascensore. Adele scattò a sedere, ma incrociò il mio sguardo e, lentamente, tornò a lasciarsi andare sul tappeto.
— Lasciatela lì — disse subito Marco. — Sta male.
— Certo — risposi. — Proprio per questo adesso la visiteranno.
Entrò per primo l’equipaggio dell’ambulanza. Subito dietro comparvero due agenti di polizia. Il sanitario inquadrò la scena in pochi secondi: la tazza sul tavolo, la confezione dell’infuso accanto, una donna distesa sul tappeto e io ferma vicino al piano della cucina.
— Chi ha chiamato?
— Io — dissi. — Serena Grassi, cinquant’anni, cardiologa. Lei è mia suocera, Adele Fiorentino, settantaquattro anni. Mio marito, Marco Martini, cinquantadue anni, ha dichiarato che avrei messo del veleno nella sua bevanda.
— Non ho detto così! — esplose Marco.
Mi voltai verso di lui.
— Vuoi che ripeta le parole esatte?
Serrò la bocca e distolse lo sguardo.
Uno degli agenti tirò fuori un taccuino e invitò tutti a parlare uno alla volta. Domandò chi avesse bevuto l’infuso, chi avesse portato la miscela di erbe e chi avesse aperto la confezione. Adele, per prima cosa, cercò gli occhi di Marco. Poi, con un filo di voce, ammise che l’infuso lo aveva portato lei, che il pacchetto lo aveva aperto lei e che io mi ero limitata a versare l’acqua calda sulle erbe perché me lo aveva chiesto.
— Dopo il sorso, che cosa ha avvertito esattamente? — chiese il sanitario.
— Mi è sembrato che il sapore fosse strano — rispose Adele.
— Lo aveva già bevuto altre volte?
— Sì.
— In passato le aveva dato allergie o reazioni particolari?
— No.
Il sanitario le misurò i parametri, le fece alcune domande più precise e poi le chiese di spostarsi sul divano. Adele si alzò e si sedette senza bisogno di aiuto; solo dopo parve ricordarsi della parte da interpretare e buttò fuori un sospiro pesante, come se fosse stata travolta dalla debolezza.
— I parametri sono stabili — comunicò il sanitario. — Da questa visita non vedo, al momento, indicazioni per un ricovero urgente. Se però volete fare ulteriori accertamenti, potete comunque non rifiutarli. Segni di una reazione acuta, adesso, non ne rilevo.
— Come sarebbe a dire che non ne rileva? — Marco si girò di scatto verso di lui. — È stata avvelenata!
L’agente lo fissò con calma.
— Chi lo ha accertato?
— Lo ha detto lei!
— Per ora ha detto che il sapore le è sembrato insolito.
Marco rimase zitto. Io indicai il cellulare sulla mensola.
— La registrazione era puntata verso il tavolo. Chiedo che venga annotata la sua esistenza e che sia precisato che il file non deve essere cancellato prima delle verifiche.
— È il mio telefono! — protestò di nuovo Marco.
— Nessuno glielo sta sequestrando adesso senza presupposti — rispose l’agente. — Nell’annotazione indicheremo che esiste una registrazione. È disponibile a consegnarla spontaneamente?
Marco guardò sua madre. Adele cominciò a tormentare la manica della vestaglia tra le dita.
— Dopo aver parlato con il mio avvocato — sputò lui.
— È un suo diritto — disse l’agente, poi si rivolse a me. — Lei è pronta a rendere dichiarazioni?
Annuii e ricostruii i fatti in ordine. Adele mi aveva chiesto di prepararle il suo infuso. Ne aveva bevuto un solo sorso. Si era lasciata cadere sul tappeto. Mi aveva accusata. Marco aveva rafforzato quell’accusa e aveva minacciato di presentare denuncia. Aggiunsi che tra noi era già in corso uno scontro legato alla separazione e al patrimonio, compresa la mia quota nella Ritmo S.r.l.
— Quale scontro? — intervenne Marco.
— Quello per cui ieri mi hai scritto: “O mi lasci la quota senza fare storie, oppure farò in modo che i pazienti ti voltino le spalle”.
Inspirò di colpo. L’agente sollevò la testa.
— Il messaggio è conservato?
— Sì.
Aprii la chat, mostrai lo schermo, feci uno screenshot davanti a tutti e lo inviai sia alla mia mail di lavoro sia al mio avvocato.
Marco impallidì appena, poi scattò:
— Quella frase è stata tolta dal contesto.
