Dentro di lei ribolliva tutto. Per quale motivo avrebbe dovuto chiedere scusa solo perché stava difendendo la propria casa e quel poco di pace che le era rimasto?
Il venerdì Andrea Sorrentino si presentò di nuovo. Niente fiori, niente sorriso, nessun tentativo di tenerezza. Arrivò e basta, rigido, come se fosse stato convocato per un atto dovuto.
— Ho capito molte cose — esordì. — Sono disposto a trovare un compromesso.
Aurora Fontana lo osservò senza muoversi.
— Intendi dire che verresti solo durante le feste, e senza tua madre?
Andrea esitò appena.
— Be’, mia madre potrebbe venire… però concordandolo prima.
Aurora lasciò uscire una risata breve, senza allegria.
— Gli accordi con voi valgono quanto i buoni propositi di gennaio: tutti li annunciano, nessuno li rispetta.
Lui fece un passo verso di lei.
— Sono pur sempre tuo marito.
— Lo sei stato.
— Aspetta. Non siamo ancora divorziati.
— Si può rimediare.
Andrea serrò la bocca, ferito più nell’orgoglio che nel cuore.
— Davvero vuoi mandare in pezzi una famiglia solo perché mia madre è entrata qualche volta senza suonare?
Aurora inclinò appena la testa.
— Andrea, “qualche volta” è quando qualcuno ti finisce per sbaglio i biscotti. Quando una persona si sistema per anni nella tua vita, decide cosa succede nella tua cucina e occupa i tuoi fine settimana, non si chiama incidente. Si chiama invasione.
Quando lui se ne andò, nell’appartamento rimase un silenzio compatto. Aurora si sedette e lo ascoltò. La paura c’era ancora, ma non riguardava il domani. Aveva paura di rendersi conto di quanti anni avesse trascorso a non ferire nessuno, a non alzare la voce, a non deludere. E, in quel continuo “non devo offendere”, aveva finito per cancellare se stessa.
La mattina dopo, al risveglio, non ebbe più dubbi: bastava così. Era finita.
Nell’aula del tribunale c’era odore di carta, linoleum consumato e stanchezza trattenuta. La giudice, una donna dallo sguardo intelligente ma segnato, aprì il fascicolo e rivolse la prima domanda ad Aurora:
— Signora Fontana, conferma la richiesta di divorzio e la domanda relativa alla separazione dei beni?
— Sì. L’appartamento è stato acquistato da me prima del matrimonio. Ho tutta la documentazione.
Roberta Bertolini si rianimò all’istante, come se aspettasse solo quel momento.
— Però mio figlio ci abitava!
— Ci abitava — rispose Aurora, con un cenno del capo. — Ma abitare e possedere sono due verbi diversi.
Andrea intervenne, con voce più bassa:
— Ma noi siamo una famiglia. Tu avevi promesso…
— Io avevo promesso rispetto a te, non obbedienza a tua madre. Non confondere le cose, Andrea.
La giudice picchiettò la penna sul tavolo.
— Vi chiedo di mantenere un tono privo di considerazioni personali.
Roberta, sentendo uno spiraglio, non resistette.
— Se la mettiamo sul piano umano, Aurora, lo sai anche tu: quella casa viene da tuo padre. Potresti venderla e aiutarci a finire i lavori della nostra…
Aurora la guardò con calma. Era stanca, sì, ma non più fragile.
— Sul piano umano, invece, non è elegante trattare l’eredità degli altri come se fosse roba propria.
Dopo quelle parole, nella sala calò un silenzio così netto che si sentì soltanto il fruscio di qualcuno che voltava pagina nel fascicolo.
La decisione arrivò senza lungaggini: divorzio concesso, nessuna divisione patrimoniale sull’appartamento. La casa restava ad Aurora Fontana. Punto.
Nel corridoio si incrociarono ancora una volta. Andrea fissava il pavimento.
— Quindi finisce così?
— Sì, Andrea. Finisce così.
Aurora aprì la borsa, prese un mazzo di chiavi e glielo porse.
— Queste non ti servono più.
Roberta Bertolini, naturalmente, non riuscì a tacere.
— Aurora, te ne pentirai!
Lei sorrise appena.
— Può darsi. Ma almeno non succederà dentro casa mia.
Quella sera si versò di nuovo un bicchiere di vino. Il gatto, soddisfatto, le si sistemò accanto, come faceva sempre quando nell’appartamento tornava l’ordine.
— Allora? — gli disse piano. — Pare che da oggi si viva senza ospiti indesiderati.
E, in quella frase, Aurora non sentì il suono della solitudine. Sentì piuttosto l’inizio di qualcosa di vero. Qualcosa di nuovo, quieto, finalmente suo.
