“Ma sei tu la padrona di casa! Farai tutto in fretta” rispose Aurora con calma gelida, rifiutandosi di cedere la sua casa

Un gesto egoista, profondamente ingiusto e sconvolgente.
Storie

Aurora gli passò accanto senza concedergli altro, e lasciò cadere la borsa sul divano. Non le restava nemmeno più la forza per arrabbiarsi: dentro aveva soltanto un ronzio sordo, stanco. Tutto si ripeteva con una precisione esasperante: le stesse discussioni, le stesse accuse, lo stesso «ma lo capisci anche tu». E lei, ormai, una cosa la capiva benissimo: quella casa aveva smesso da un pezzo di sembrarle casa.

Il mattino seguente aveva appena preparato il caffè quando la porta si spalancò. Senza campanello, naturalmente.

Sulla soglia comparve Roberta Bertolini, equipaggiata come per una campagna militare: borsa della spesa in una mano e sul viso l’espressione sicura di chi ha già deciso tutto.

— Aurora, ho comprato il pollo. Lo facciamo al forno da te, il tuo cuoce meglio.

Aurora sollevò la tazza con calma.

— E a casa vostra no?

— Da noi si sta stretti. Qui invece è comodo per tutti. Andrea, diglielo tu!

Andrea Sorrentino era già fermo all’ingresso della cucina, con la cravatta storta e l’aria di uno che avrebbe preferito trovarsi ovunque tranne lì.

— Aurora, mamma ha detto che…

— Andrea — lo interruppe lei, fissandolo con uno sguardo così netto che perfino il gatto giudicò prudente sparire sotto il letto —, non ci saranno ospiti. Ne abbiamo già parlato.

Roberta sospirò con teatralità.

— Sempre la solita storia. Io penso alla famiglia, tu pensi solo a te stessa.

— Almeno qualcuno lo fa — rispose Aurora a bassa voce, bevendo un sorso di caffè.

Verso sera desiderava una cosa soltanto: silenzio. Ma nell’androne trovò tre signore ben vestite, armate di mazzi di fiori e di una torta.

— Siamo venute per Roberta Bertolini! Festeggia! — annunciarono allegre.

Aurora salì le scale. Quando aprì la porta di casa, rimase immobile.

L’appartamento era un alveare. Risate, odore di spumante, insalate sul tavolo, Roberta in abito nuovo, Andrea che riempiva bicchieri.

— Ma siete impazziti?! — gridò Aurora.

— Tanto rientri sempre tardi — disse Roberta, senza scomporsi. — Abbiamo pensato di riunirci qui.

Aurora si tolse lentamente il cappotto, appoggiò la borsa e raddrizzò la schiena.

— Bene. Adesso uscite tutti. La festa è finita.

— Che cosa stai facendo? — sibilò Andrea.

— Porto fuori la spazzatura — disse lei, lanciandogli addosso la giacca. — Cominciamo da te.

Roberta sbiancò.

— Aurora, questa è maleducazione!

— No. È ordine. Ognuno ha una casa propria. La vostra non è questa.

Gli invitati si bloccarono, si scambiarono occhiate imbarazzate e, senza aggiungere una parola, cominciarono a raccogliere in fretta le loro cose. Dopo cinque minuti, anche l’ultima persona aveva varcato la soglia e la porta si era richiusa.

Andrea rimase nell’ingresso, pallido, confuso.

— Sei fuori di testa — mormorò.

— No, Andrea. Ho solo ripreso possesso della mia casa.

Aurora andò a prendere la valigia, la trascinò fino a lui e gliela posò davanti ai piedi.

— Fai le tue cose. Stasera.

Per la prima volta dopo tanto tempo, l’aria nell’appartamento parve diventare più leggera.

Andrea restò in mezzo alla stanza, guardandosi attorno come se sperasse ancora che tutto si dissolvesse, che fosse solo un incubo finito male. Ma la valigia era aperta, reale, e gli oggetti — quelli rimasti per anni negli armadi, impregnati dell’odore discreto di una vita ormai vecchia — cominciarono a finirci dentro uno dopo l’altro. Aurora preparava tutto con una calma implacabile. Senza urla, senza accuse, con la stessa espressione con cui si getta via uno yogurt scaduto: spiacevole, sì, ma necessario.

Un’ora più tardi, ogni rumore si spense. La valigia scomparve insieme al suo proprietario, la porta si chiuse alle sue spalle e l’appartamento rimase sospeso, come se finalmente potesse respirare.

Amore o Soldi