Seguì le righe una dopo l’altra: gennaio, febbraio, marzo. Importi segnati in rosso, poi uno in verde, poi di nuovo rosso. La vidi capire a poco a poco, non in un colpo solo. Era come se nella sua testa i pezzi si incastrassero con fatica: non venti euro, ma milleottocentodue. Non “qualche arretrato”, ma l’equivalente di mesi interi di stipendio di una persona normale. Lei metteva da parte quattromila euro per l’anticipo del mutuo, mentre il denaro dovuto a suo figlio veniva trattato come una formalità fastidiosa.
Voltai un’altra pagina del fascicolo.
— E questa, — dissi, indicandola, — è la copia della richiesta depositata all’ufficio esecuzioni del tribunale. Numero di protocollo, data: il sei. Una settimana fa. La procedura esecutiva è già stata avviata.
Chiara sollevò lo sguardo.
— Che cosa vuol dire?
La sua voce era cambiata. Più sottile, più bassa. Della donna che poco prima aveva fatto risuonare i tacchi nel mio ingresso non restava quasi niente.
— Vuol dire che, entro due o tre settimane, verranno richieste informazioni sui suoi conti. E quei conti potranno essere bloccati fino al pagamento completo del debito. Tutti. Compreso quello su cui state mettendo da parte i soldi per il mutuo.
Non provavo soddisfazione. Non c’era trionfo, in me. Solo una calma stanca, come quando porti per troppo tempo una borsa pesante e finalmente la posi a terra.
Chiara si alzò di scatto. Lo sgabello strisciò sul pavimento con un cigolio secco. Prese il telefono dalla borsa e chiamò Dario Testa. Uno squillo. Poi un altro. Questa volta lui non rispose subito. Al terzo, al quarto, ancora niente. Al quinto, finalmente, la chiamata si aprì.
— Mi hai mentito, — disse lei in fretta, mangiandosi le parole. La voce le tremava. — Venti euro, eh? Venti? Qui ci sono i documenti, Dario. Milleottocentodue euro! C’è già la procedura! Possono bloccare il conto! Quale mutuo? Di che mutuo stiamo parlando, se hai un debito del genere per tuo figlio?
Dall’altra parte sentii un borbottio indistinto. Parlava piano, confuso, con quel tono di chi cerca una giustificazione mentre sa benissimo di non averne una decente.
Chiara non lo lasciò finire. Chiuse la chiamata, infilò il telefono nella borsa e cercò di tirare la zip. Le mani non le obbedivano; la cerniera si impigliò. Lei la strattonò con rabbia, poi si voltò verso l’ingresso.
Sulla soglia si fermò. Mi guardò di nuovo.
— Perché mi hai mostrato tutto questo?
Io ero rimasta nel vano della porta, con una spalla appoggiata allo stipite. Il fascicolo era ancora aperto sul tavolo, le pagine sparse e ordinate insieme, come una verità che nessuno aveva più voglia di negare.
— Perché lei è venuta a casa mia, nel mio appartamento, mentre mio figlio dorme nella stanza accanto, — risposi. — È venuta a chiedermi di rinunciare a soldi che, per legge, spettano a lui. Non a me. A lui. A un bambino di sette anni che sogna uno zaino con un razzo disegnato sopra. Io non le devo nulla. E non firmerò nessuna rinuncia.
Chiara abbassò la maniglia. Uscì senza aggiungere altro. La porta si richiuse con un colpo sordo, e subito dopo l’appartamento tornò silenzioso.
Rimasi per qualche istante nell’ingresso. Nell’aria galleggiava ancora il profumo dei suoi cosmetici, dolciastro, estraneo. Dalla cucina arrivava l’odore del grano saraceno ormai freddo. Dalla camera di Tommaso, invece, non veniva alcun rumore. Si era addormentato.
Mi avvicinai alla mensola e presi il telefono. Sullo schermo c’era la registrazione: quarantasette minuti e quattordici secondi. Premetti “stop”, salvai il file e me lo inviai anche via mail. Per sicurezza. Una seconda copia non fa mai male.
Poi mi sedetti sullo stesso sgabello dove poco prima era stata seduta Chiara. Era ancora tiepido. Sul tavolo era rimasto il suo foglio, quello con la “dichiarazione di rinuncia”. Lo presi con due dita, lo piegai con cura e lo infilai nel fascicolo. Anche quello poteva tornare utile.
Quella sera, verso le dieci, il telefono vibrò. Una notifica bancaria: bonifico ricevuto, quattrocentocinquanta euro. Mittente: Dario Testa. Nessun messaggio, nessuna spiegazione. Per la prima volta in sei mesi aveva pagato di sua iniziativa, senza telefonate, senza promemoria, senza doverlo inseguire.
Un mese dopo ricevetti un messaggio dall’ufficio incaricato dell’esecuzione: il conto di Dario era stato bloccato e la somma di milletrecentocinquantadue euro era stata trattenuta per saldare gli arretrati. Residuo: zero. Debito chiuso.
Chiara sparì. Non so che cosa sia successo tra loro, e a dire il vero non ho mai avuto voglia di scoprirlo. Probabilmente, quando si è messa a fare i conti sul serio, l’idea di accendere un mutuo con un uomo a cui avevano appena bloccato i conti ha smesso di sembrarle così brillante.
Dopo il blocco, Dario smise anche di chiamare Tommaso. Prima lo faceva ogni due o tre settimane: conversazioni brevi, distratte, giusto per poter dire di esserci. Poi più nulla. Un giorno Tommaso mi chiese:
— Mamma, papà chiamerà?
Gli accarezzai i capelli.
— Non lo so, amore. Però io sono qui.
Lui annuì, come se quella risposta gli bastasse, e tornò ai suoi mattoncini. A sette anni i bambini capiscono molto più di quanto gli adulti vorrebbero.
Ad agosto gli comprai lo zaino. Blu, con il razzo. Proprio quello che aveva guardato per settimane. In negozio lo tenni tra le mani e pensai che quei soldi non erano un favore, né una concessione, né un’elemosina. Erano ciò che spettava a mio figlio semplicemente perché era nato. E per la prima volta dopo due anni non avevo dovuto umiliarmi per ottenerlo.
Quella sera rimasi per un momento nell’ingresso. La porta era chiusa. Una porta normale: bianca, con una serratura semplice. Un mese prima l’avevo aperta a una sconosciuta venuta a portarsi via qualcosa che apparteneva a mio figlio. Adesso, invece, era soltanto una porta. La porta di una casa in cui io e Tommaso eravamo al sicuro. Dove profumava di cena semplice, non di un profumo estraneo. E dove, sulla mensola, il telefono se ne stava zitto, senza registrare più nulla.
A voi è mai capitato che qualcuno vi chiedesse di rinunciare ai vostri diritti solo per rendere più comoda la vita di un altro?
