«Sì, Elena Rossi. La conosce?» chiede Federica mentre Giulia resta immobile allo specchio

Inquietante coincidenza che suscita sospetto e dolore.
Storie

In quel salone ci finii quasi per caso. La mia parrucchiera di fiducia era partita per le ferie e la ricrescita ormai si vedeva troppo: aspettare altre due settimane era fuori discussione. Un’amica mi mandò un numero e aggiunse: «Prova da Federica Conti. Non è cara e lavora davvero bene».

Federica si rivelò una donna sui quarantacinque anni, mani rapide, lingua ancora più veloce. Aveva l’abitudine di commentare qualsiasi cosa le passasse davanti agli occhi o per la testa. Mentre preparava la tinta, io scorrevo distrattamente il telefono, ascoltandola solo a metà. Le solite chiacchiere da salone: una cliente che aveva lasciato agire troppo il colore, un’altra convinta di volere il biondo anche se le stava meglio il castano, un’altra ancora indecisa sul taglio.

Poi, all’improvviso, Federica disse:

«A proposito, una mia cliente fissa mi aveva chiesto proprio una tonalità simile. Rossi. Una bella donna, sempre curata. Si vede che ci tiene molto all’aspetto».

Rossi era il cognome di mio marito. Ed era anche il mio, da quando ci eravamo sposati.

Non ebbi nessun sobbalzo. Almeno credo. Il viso, nello specchio, mi sembrò immobile. Smisi soltanto di far scorrere lo schermo e sollevai lo sguardo verso di lei.

«Rossi?» domandai, cercando di mantenere una voce neutra.

«Sì, Elena Rossi. La conosce?»

Elena. Non Giulia. Quindi non parlava di me.

Io mi chiamo Giulia Rossi. Mio marito è Marco Rossi. Nella nostra famiglia non esisteva nessuna Elena: né sorelle, né cugine lontane, né colleghe con quel cognome. E Rossi, nella nostra città, non era raro, certo, ma nemmeno abbastanza da farmi ignorare quella coincidenza con leggerezza.

«No» risposi. «Mi suonava solo familiare. Viene qui da molto?»

Federica, come spesso succede alle persone abituate a parlare mentre lavorano, cominciò a ricordare ad alta voce. Disse che Elena passava da lei da parecchio, quasi due anni. Ogni tanto prenotava una piega prima del fine settimana. Una volta, parlando del più e del meno, aveva nominato via del Fiume e un abbonamento alla spa ricevuto in regalo dal marito.

Via del Fiume. Io e Marco vivevamo in via Garibaldi.

Rimasi seduta su quella poltrona per altri quaranta minuti. Federica mi sistemava la ricrescita, io fissavo lo specchio e non pensavo più ai capelli.

Due anni. Se Elena Rossi frequentava quel salone da due anni, significava che quel cognome lo usava da tempo. Il cognome di mio marito.

Quando il lavoro fu finito, pagai, lasciai la mancia e uscii. Era ottobre, l’aria già fredda. Mi sedetti su una panchina davanti alla farmacia e non chiamai Marco.

Chiamai Chiara De Luca.

Chiara lavorava in amministrazione e aveva sempre il contatto giusto per qualsiasi problema pratico.

«Chiara, mi serve un avvocato. Non per divorziare. Almeno, non adesso. Devo solo parlare con qualcuno.»

Non mi fece domande. Tre minuti dopo avevo già un numero sul telefono.

Non tornai subito a casa. Entrai in un bar, ordinai un tè e aprii di nuovo il cellulare. Cercai di ragionare: cosa potevo verificare senza scenate e senza coinvolgere mio marito? Per prima cosa accedetti al portale dei servizi pubblici con lo SPID.

La casa l’avevamo comprata durante il matrimonio, ma risultava intestata a Marco. Il mutuo era stato estinto due anni prima e io ero stata coobbligata. Dopo l’ultima rata non avevamo fatto altro: nessuna divisione formale delle quote, nessun atto integrativo. Sulla carta, l’immobile era suo. Per la legge, però, rientrava nella comunione familiare. Eppure sapevo bene quanto in fretta un “nostro” possa trasformarsi in qualcosa di qualcun altro, se non si presta attenzione.

Anche l’auto era intestata a Marco. La casa al mare risultava di sua madre, Lucia Russo. Io avevo la mia carta stipendio, lui la sua. Un conto comune non lo avevamo mai aperto. Ogni mese Marco mi bonificava una somma fissa per la spesa e le necessità di casa. Il resto dei suoi movimenti non lo controllavo. Non avevo mai guardato i suoi estratti conto. Mi fidavo.

In quel momento, la parola “mi fidavo” mi risuonò in testa come se appartenesse alla vita di un’altra persona.

Il giorno seguente telefonai all’avvocata. Paola Bianchi mi lasciò parlare senza interrompermi. Quando ebbi finito, mi fece tre domande che io, da sola, non mi sarei mai posta.

«Giulia, avete figli?»

«Una figlia. Sofia Rossi, undici anni.»

«L’appartamento è stato acquistato durante il matrimonio, il mutuo è chiuso e non avete definito quote separate, corretto?»

«Sì.»

«Sa se suo marito, nell’ultimo anno, abbia firmato procure, richiesto finanziamenti, fatto da garante o effettuato trasferimenti importanti?»

Non lo sapevo. In realtà non sapevo nulla delle sue finanze, a parte l’importo che mi versava ogni mese. E quella cifra non era cambiata una sola volta in quattro anni.

Paola Bianchi mi indicò tre passi da fare.

Primo: richiedere una visura aggiornata sull’immobile, per verificare che fosse ancora tutto in ordine e che non risultassero ipoteche, vincoli o atti strani. Si poteva fare tramite i servizi online o con l’aiuto di un CAF.

Secondo: controllare la mia posizione creditizia, per accertarmi che non ci fossero garanzie, prestiti o obbligazioni a mio nome di cui non ero consapevole.

Terzo: non compiere mosse impulsive. Niente urla, niente accuse, niente valigie pronte. Fino a quando avevo solo un cognome pronunciato da una parrucchiera, non avevo una prova. Avevo un segnale.

Seguii il consiglio.

Ordinai la visura quello stesso giorno. Poi richiesi anche il report della mia storia creditizia. Entrambe le risposte arrivarono nel giro di ventiquattr’ore.

La casa era ancora lì. Nessuna ipoteca, nessun vincolo, nessuna vendita, nessuna donazione. Per un istante riuscii perfino a respirare.

Ma durò poco.

Nel mio profilo creditizio compariva una consultazione. Quattro mesi prima, una banca aveva controllato i miei dati. Io, in quella banca, non avevo mai presentato alcuna richiesta.

Paola Bianchi mi spiegò che una consultazione del genere, da sola, non provava ancora ciò che temevo.

Amore o Soldi