“Ti dispiace dare da mangiare a tuo marito?” disse Martina con la bocca piena, indossando la vestaglia di Giulia

L'indifferenza domestica è tristemente intollerabile.
Storie

— Stronza — sibilò Paolo tra i denti.

Giulia si voltò lentamente verso di lui.

— Domani ve ne andate. Tutti e due.

Quelle parole caddero nella stanza con un peso secco, definitivo.

Paolo smise perfino di armeggiare con la piastra e la salsiccia infilzata sopra.

— E dove dovremmo andare?

— Da tua madre. In albergo. In capo al mondo. Non è più un problema mio.

— Io abito qui! — esplose lui, alzando la voce.

— Sei registrato qui. Provvisoriamente. Oggi ho già presentato in Comune la richiesta per cancellare la tua registrazione dall’indirizzo. Motivo: cessazione del rapporto familiare. Domani deposito anche la domanda di divorzio.

Martina lasciò cadere la pasta secca che teneva in mano. I pezzetti si sparsero sul tavolo con un fruscio misero.

— Divorzio? Ma… e io?

Giulia rise appena. Non c’era allegria in quel suono. Solo incredulità davanti a tanta faccia tosta.

— Tu non sei mia figlia. Non ti ho adottata. Quindi prendi le tue cose e sparisci.

— Noi non ce ne andiamo da nessuna parte! — Paolo scaraventò la piastra sul tavolo. — Questa casa è anche mia! Ci ho fatto dei lavori!

— Hai cambiato la carta da parati in corridoio? Benissimo. Strappala pure dai muri e portatela via.

Senza aggiungere altro, Giulia gli voltò le spalle e si chiuse in camera.

Giovedì sera.

Rientrò dal lavoro prima del solito. Appena aprì la porta, avvertì qualcosa di diverso: silenzio. Un silenzio quasi irreale.

Entrò in soggiorno.

Sul pavimento c’erano due borsoni da viaggio e tre sacchi neri della spazzatura, pieni fino all’orlo.

Martina era seduta sul divano con il piumino addosso e il berretto calato sulla fronte. Aveva gli occhi gonfi di pianto.

Paolo fumava sul balcone.

Giulia accese la luce.

— Bravi. Almeno avete fatto in tempo a prepararvi prima che tornassi.

Paolo rientrò dal balcone e soffiò il fumo direttamente nella stanza.

— Ce ne andiamo. Però tu ci ridai i soldi. Le bollette. E quello che ho speso per sistemare casa.

— Certo — rispose Giulia, annuendo con calma. — Ti faccio un bonifico appena tu mi versi la metà delle rate del mutuo pagate durante i nostri tre anni di matrimonio. Sono quindicimila euro. Vuoi che facciamo i conti adesso?

Paolo serrò la mandibola. I muscoli ai lati del viso gli guizzarono per la rabbia.

— Strozzati con il tuo appartamento. Maledetta.

Afferrò un borsone. Martina si alzò e prese il suo zaino.

Giulia però si spostò sulla soglia del soggiorno, bloccando il passaggio.

Guardò Martina dalla testa ai piedi. Il piumino nuovo, gli stivali di vera pelle, la shopper di marca appesa al braccio.

Poi lo sguardo le si fermò sulla manica della giacca.

— Togliti il piumino.

Martina rimase immobile.

— Cosa?

— Hai capito benissimo. Toglilo. E apri anche lo zaino.

Paolo lasciò cadere il borsone a terra.

— Ma sei impazzita? Fuori ci sono due gradi sotto zero!

Giulia non staccò gli occhi da Martina.

— Quel piumino è stato comprato a settembre con il mio premio aziendale. Doveva essere un regalo per “aiutarti a cercare lavoro”. Il lavoro non l’hai trovato. Quindi il regalo viene ritirato.

— Giulia, ti prego! — Martina si appiattì contro la parete. — Mi congelo! Non ho altro di pesante. Mamma ha buttato via tutto quando ha traslocato!

— Non mi riguarda. Sfilatelo.

Martina guardò il fratello, cercando aiuto.

Ma Paolo tacque. Fissava il pavimento, come se le fughe delle piastrelle fossero improvvisamente diventate interessantissime.

— Paolo, diglielo tu! — singhiozzò lei.

Giulia fece un passo avanti.

— O il piumino resta qui, oppure chiamo subito i carabinieri e denuncio un furto. Hai preso la mia crema da settanta euro. Gli scontrini ce li ho. Andiamo in caserma e poi vediamo se riuscirai a dimostrare che se l’è spalmata sulle mani Susanna Sanna oppure no.

Le lacrime scesero sulle guance di Martina. Con le dita tremanti abbassò la cerniera.

Il piumino cadde sul pavimento. Sotto indossava solo un maglione sottile.

Giulia spinse la giacca con il piede verso il divano.

— Bene. L’uscita è da quella parte.

Uscirono nel corridoio. Paolo trascinava i sacchi e il borsone. Martina camminava curva, stringendosi le braccia al petto, infagottata nel suo maglione leggero.

Giulia rimase sulla porta a guardarli mentre aspettavano l’ascensore.

Quando le ante si aprirono, Paolo entrò per primo. Martina esitò un istante e si voltò. Le tremavano le labbra.

— Sei un mostro — sputò fuori con voce rotta.

Giulia non rispose. Premette soltanto il pulsante di chiusura delle porte sul pianerottolo. La serratura scattò con un rumore pesante.

Poi tornò in cucina.

Nell’appartamento regnava una quiete perfetta, limpida, quasi sonora.

Nessun odore di sudore altrui. Nessuna cipolla fritta. Nessuna presenza estranea appiccicata alle pareti.

Giulia infilò una mano in tasca e tirò fuori la piccola chiave. Aprì il lucchetto appeso al grande frigorifero bianco.

Dentro era tutto pulito.

E finalmente sorrise.

Amore o Soldi