Il campanello suonò alle sette e mezza di sera. Mi asciugai in fretta le mani nello strofinaccio, mi avvicinai allo spioncino e guardai fuori: non riconobbi nessuno.
Sul pianerottolo c’era una donna con un cappotto scuro. Tacchi, borsa a tracolla, manicure impeccabile: sembrava pronta per un appuntamento di lavoro. Solo che quell’appuntamento, a quanto pareva, se l’era fissato da sola.
— Giulia Ferrara? — chiese con una voce ferma, quasi autoritaria. — Sono Chiara Pellegrini. Dobbiamo parlare.
Rimasi in silenzio. Dalla stanza arrivava il suono di un cartone animato: Tommaso Sorrentino lo stava guardando prima di andare a dormire. In cucina aleggiava l’odore del grano saraceno e delle polpette, una normalissima sera di giovedì. E all’improvviso, davanti alla mia porta, c’era una donna che fino a quel momento avevo visto soltanto in qualche foto su un profilo non mio.
— Sto con Dario Testa, — aggiunse lei, come se quella frase dovesse chiarire ogni cosa. — Mi faccia entrare, per favore. Non è una conversazione da fare sul pianerottolo.

Avrei potuto lasciarla fuori. Ne avevo tutto il diritto. Eppure qualcosa, dentro di me, mi suggerì di ascoltarla. Magari mi sarebbe tornato utile. Magari proprio quella sera.
Io e Dario avevamo divorziato due anni prima. In tribunale, come previsto: Tommaso allora aveva cinque anni, e il giudice aveva stabilito il mantenimento. Il venticinque per cento dello stipendio. Centocinquantaquattro euro al mese. Non una fortuna, non una cifra astronomica: una somma normale, sufficiente per le attività, i vestiti, per quella parte della vita di suo figlio che Dario aveva smesso di vedere appena aveva fatto le valigie.
Per il primo anno aveva pagato. Non sempre puntuale, ma pagava. Poi aveva cominciato a saltare i versamenti. Un mese, poi due, poi tre di fila. Lo chiamavo e lui rispondeva: “Te li mando presto.” Gli scrivevo, leggeva e non replicava. Una volta preparai persino una tabella: date, importi, mancanze. Gliela inviai in chat. Visualizzò. Neanche una parola.
In due anni, su ventiquattro pagamenti, ne erano arrivati undici. Per tredici volte, semplicemente, il denaro non era comparso. Io i conti li sapevo fare: era il mio mestiere. Lavoravo negli acquisti, e chi fa quel lavoro impara presto che ogni euro e ogni documento hanno un peso preciso. Milleottocento euro. Questo era ciò che Dario doveva a suo figlio.
Una settimana prima, Tommaso mi aveva chiesto uno zaino nuovo. A settembre avrebbe iniziato la seconda elementare e ne voleva uno blu, con un razzo disegnato sopra: lo aveva visto a un compagno. Aprii le note del telefono e iniziai a fare somme. Divisa: quaranta euro. Libri: trentacinque. Cancelleria: quindici. Zaino: cinquanta. Scarpe di ricambio, tuta da ginnastica, sacca per educazione fisica. Trecentottanta euro per prepararlo alla scuola. Fu allora che capii davvero una cosa: quei milleottocento euro non erano un debito astratto. Erano quasi cinque inizi d’anno scolastico. Cinque volte tutto l’occorrente per mandare un bambino in classe. E, nello stesso periodo, Dario si era comprato un telefono nuovo e non aveva mai chiesto una volta come stesse suo figlio.
Quella sera stessa tirai fuori dal cassetto l’ordinanza del tribunale, mi sedetti al tavolo e preparai un’istanza per l’esecuzione del mantenimento presso l’ufficio competente. Allegai l’estratto conto: ogni bonifico ricevuto e ogni vuoto. Il giorno sei la pratica venne accettata. Nel giro di tre giorni la procedura fu avviata.
E adesso, sulla soglia di casa mia, c’era Chiara Pellegrini.
Aprii la porta un po’ di più.
— Venga in cucina.
Entrò. Il profumo dei suoi cosmetici, denso e dolciastro, invase subito l’ingresso. I tacchi batterono secchi sulle piastrelle. Dalla stanza Tommaso gridò: “Mamma, chi è?” — “Nessuno, amore. Guarda il cartone.” Chiusi la porta della sua cameretta e seguii Chiara.
In cucina la luce era accesa. Sul fornello, una padella con le polpette si stava raffreddando. La finestra era socchiusa e da fuori entravano l’aria fresca della sera e l’odore dell’asfalto bagnato. Tutto era ordinario. Tranne l’ospite.
Sul tavolo c’era un raccoglitore con i documenti. Lo avevo lasciato lì già al mattino: deformazione professionale, preparo sempre le carte in anticipo. Chiara non ci fece caso. Si sedette su uno sgabello, appoggiò la borsa sulle ginocchia e cominciò a guardarsi attorno come se stesse valutando l’appartamento prima di comprarlo.
Io, invece, presi il telefono dalla tasca e lo sistemai sulla mensola sopra il piano di lavoro, con lo schermo rivolto verso di lei. Lo appoggiai contro un barattolo di cereali, così non sarebbe caduto. Poi avviai la registrazione.
In casa mia avevo il diritto di registrare ciò che accadeva. Anche questo lo sapevo: me n’ero informata la settimana precedente, quando avevo presentato l’istanza. Le mani non mi tremavano. Al lavoro trattavo con fornitori capaci di mentire guardandoti dritto negli occhi su prezzi e scadenze. Qui, in fondo, non era molto diverso.
— Vuole un tè? — domandai.
— No, — tagliò corto Chiara. Le sue unghie lunghe, color bordeaux, picchiettarono sul tavolo. — Non mi fermerò molto.
Aprì la borsa e ne estrasse un foglio piegato.
Chiara dispiegò il foglio e lo mise davanti a me, sul tavolo. La carta era tiepida: doveva essere rimasta nella borsa, vicino al corpo. Mi chinai appena per leggere. Il titolo diceva: “Dichiarazione di rinuncia alla riscossione del mantenimento”. Stampato con una normale stampante domestica, carattere non uniforme, in fondo una riga vuota per la firma. Lo aveva scaricato da internet, probabilmente da uno di quei siti pieni di facsimili, dove metà dei moduli non ha alcun valore legale.
Lo capii all’istante. Per lavoro vedevo contratti ogni giorno: quelli seri e quelli fasulli. Questo apparteneva senza dubbio alla seconda categoria. Ma io non dissi nulla.
