E, per quanto potesse sembrare assurdo, quella chiarezza improvvisa le pesò meno di tre anni trascorsi a restare in bilico.
— Ho capito — disse Giulia Sorrentino, con una calma che stupì perfino lei. — Vai da tua madre, Federico.
Lui batté le palpebre.
— Che cosa?
— Dico sul serio. Vai. Le tue cose le prenderai domani, quando avrai la testa più fredda. Le chiavi le lascerò alla vicina.
Federico Parisi rimase immobile a fissarla, come se si aspettasse da un momento all’altro che lei scoppiasse a ridere, o che si affrettasse a correggersi, spaventata dalle proprie parole. Ma Giulia non rise. Non ritirò nulla.
— Tu non ti rendi conto di quello che stai facendo — mormorò lui, abbassando la voce.
— Me ne rendo conto benissimo.
Dal corridoio arrivò subito la voce trionfante di Marta Gatti, che dichiarò di averlo sempre saputo: una donna così, secondo lei, non aveva né cuore né cervello. Tancredi Barone aggiunse qualche parola di approvazione, tanto per non restare in silenzio. Federico rimase ancora lì per un minuto, con la giacca in mano, poi la infilò e uscì.
Giulia chiuse la porta alle sue spalle. La nuova serratura scattò con un suono secco, definitivo.
Andò in cucina, mise l’acqua sul fuoco e si sedette accanto alla finestra. Fuori era già calata la sera.
Federico tornò a prendere le sue cose due giorni dopo. Scelse la mattina, quando sapeva che Giulia sarebbe stata al lavoro. Portò via i vestiti, il portatile e alcuni documenti. Restituì le chiavi nuove, quelle che lei aveva lasciato alla vicina. Le trovò poi sul tavolo della cucina, accanto a un biglietto scritto in fretta: diceva che aveva bisogno di tempo per riflettere.
Giulia lesse quelle poche righe, piegò il foglio con cura e lo ripose in un cassetto.
Di tempo ne aveva anche lei. E, in realtà, aveva già cominciato a pensare. Senza fretta, senza singhiozzi, con quella lucidità asciutta che arriva solo quando una decisione rimandata troppo a lungo viene finalmente presa.
Una settimana più tardi fissò un appuntamento con un’avvocata. Non perché volesse correre, ma perché desiderava capire con precisione quali fossero i suoi diritti e quali passi l’aspettassero. La professionista era una donna non più giovane, con la schiena dritta e il modo di parlare di chi non ama sprecare parole. Giulia le raccontò tutto dall’inizio. L’avvocata ascoltò senza interromperla, prese qualche appunto e poi le chiese se avesse conservato la documentazione relativa all’anticipo versato per la casa e allo storico dei pagamenti del mutuo.
Giulia aveva tutto.
Non aveva mai buttato nulla: estratti conto, ricevute, contratto di compravendita, comunicazioni della banca, quietanze. Quattro anni passati a occuparsi di contabilità in un’impresa edile le avevano insegnato che le carte, prima o poi, parlano più forte delle persone.
L’avvocata sfogliò il fascicolo con attenzione, controllò le date, confrontò le cifre. Alla fine sollevò lo sguardo.
— La sua posizione è solida.
Da quel momento, le cose seguirono il loro corso. Non in modo rapido, non in modo indolore, ma con una logica precisa: istanze, udienze, verifiche tecniche, scambi tra legali. Ci furono anche i prevedibili tentativi di Federico di “trovare un accordo”, purché l’accordo coincidesse con ciò che conveniva a lui. Giulia partecipò agli incontri, ascoltò senza lasciarsi trascinare, rispose il necessario e nulla di più.
Una volta la chiamò Marta Gatti. Le disse che un giorno si sarebbe pentita di tutto e che il destino sa sempre come presentare il conto. Giulia rimase in silenzio fino alla fine, poi replicò con voce educata:
— Prenderò nota anche di questa opinione. Buona giornata.
E chiuse la telefonata.
Il procedimento durò tre mesi. Giulia presentò un dossier completo: l’atto di acquisto, le prove dell’origine dei suoi risparmi personali, lo storico del mutuo dal quale risultava chiaramente che la parte più consistente dei versamenti era stata sostenuta da lei. Federico provò a contestare la ripartizione delle quote, ma il suo avvocato poteva lavorare soltanto con ciò che esisteva. E ciò che esisteva non era molto.
La decisione del giudice stabilì che a Giulia spettavano i due terzi dell’appartamento. A Federico fu riconosciuta una compensazione economica proporzionata al contributo reale che aveva dato. Marta Gatti, invece, non ottenne nulla. Non perché qualcuno le avesse tolto qualcosa, ma perché non aveva mai avuto alcun diritto su quella casa. Semplicemente, fino ad allora nessuno si era preso la briga di ricordarglielo.
Giulia ricevette la notizia in un giorno qualunque, durante la pausa pranzo. Lesse il messaggio dell’avvocata, spense lo schermo del telefono e finì la minestra che aveva davanti.
Un mese dopo, quando anche le ultime formalità furono sistemate, comprò un vaso nuovo per il ficus. Lo scelse grande, di ceramica, color terracotta. Tornata a casa, travasò la pianta con pazienza, aggiunse terra fresca e la rimise nello stesso punto, vicino alla finestra.
Per qualche giorno il ficus sembrò soffrire: le foglie un po’ abbassate, il fusto meno saldo, come accade spesso quando una pianta viene spostata da un contenitore troppo stretto. Poi, lentamente, si riprese. Si raddrizzò. Cominciò di nuovo ad allungarsi verso la luce.
La mattina, con la tazza di caffè tra le mani, Giulia lo osservava in silenzio. E pensava che, probabilmente, aveva avuto bisogno di più spazio già da molto tempo.
Solo che nessuno l’aveva mai trapiantato.
