Giulia Martini quella casa l’aveva comprata quasi da sola. Non era una contabilità che tenesse per rancore, né una somma ripetuta a se stessa ogni giorno: semplicemente, i fatti erano andati così. In quel periodo Luca Sala aveva appena cambiato impiego, lo stipendio non era ancora granché e la parte più consistente dell’anticipo era finita sulle spalle di lei. Giulia aveva tirato fuori 7.300 euro dai propri risparmi, denaro messo da parte in quattro anni di lavoro come responsabile contabile in un’impresa edile. Luca, invece, era riuscito ad aggiungere 800 euro. Il mutuo era stato intestato a entrambi, certo, ma le rate mensili — circa 210 euro — in pratica le sosteneva lei: il suo stipendio arrivava puntuale, mentre per il marito c’erano mesi in cui restava a malapena il necessario per fare la spesa. Sulla carta l’appartamento apparteneva a tutti e due. Dentro di sé, però, Giulia non aveva mai avuto dubbi: quella era casa sua. Non per avidità. Per realtà.
Ornella Costa entrò nella loro quotidianità subito dopo il matrimonio. O, più precisamente, non ne era mai uscita nemmeno prima: solo che, fino ad allora, il problema riguardava Luca; dopo le nozze, cominciò a riguardare anche Giulia. Le chiavi dell’appartamento la suocera le aveva avute fin dall’inizio. Luca gliele aveva consegnate ancora prima che i mobili fossero sistemati, spiegando che era “per sicurezza”. Non si poteva mai sapere: una perdita d’acqua, un guasto, un’emergenza mentre loro erano al lavoro.
— Mia madre abita qui vicino — ripeteva lui. — Dieci minuti a piedi. È comodo.
Giulia, quella volta, non disse nulla. Nei primi tempi taceva spesso: osservava, cercava di capire, si sforzava di adattarsi e di non trasformare in lite qualcosa che forse, almeno all’apparenza, non lo era. Magari Ornella era fatta così: apprensiva, invadente senza rendersene conto, incapace di lasciare davvero andare il figlio. Succedeva. Giulia scelse di portare pazienza.
Ornella Costa arrivava quando le pareva. A volte alle sette e mezzo del mattino, quando Giulia non aveva ancora avuto il tempo di lavarsi la faccia. Altre volte nel pieno della giornata, mentre lei lavorava da casa. Oppure verso sera, senza una telefonata, senza un messaggio, senza il minimo preavviso: si sentiva scattare la serratura e, un attimo dopo, dalla porta d’ingresso arrivava la voce della suocera.

— Sono io, non spaventatevi.
Giulia, invece, si spaventava sempre.
E Ornella non passava mai solo per fare una visita, sedersi a bere un caffè o scambiare due parole. Ogni sua comparsa aveva l’aria di un’ispezione. Girava per le stanze con metodo, apriva i pensili della cucina, controllava cosa ci fosse in frigorifero, spostava pentole e padelle secondo un ordine che lei sola riteneva corretto. Una volta buttò mezzo chilo di grano saraceno perché, a suo giudizio, era vecchio. Giulia l’aveva comprato tre giorni prima. Un’altra volta trasferì tutti gli asciugamani dal bagno a un altro armadio, semplicemente perché, secondo lei, quello era il posto “giusto”.
Dopo ciascuna di quelle incursioni, Ornella telefonava a Luca. Giulia non ascoltava mai le conversazioni per intero, ma ne intuiva il contenuto dall’espressione con cui il marito rincasava.
— Mia madre dice che non hai pulito il piano cottura dopo aver cucinato.
— Mia madre dice che in bagno hai lasciato di nuovo roba in giro.
— Mia madre dice che non sai proprio organizzare gli spazi.
Giulia lo guardava e si chiedeva se lui si rendesse conto delle parole che gli uscivano di bocca. Si sentiva davvero? Capiva che stava riportando le lamentele di sua madre come se fossero sentenze?
Una sera, con voce controllata, gli disse:
— Luca, io non voglio che tua madre entri qui senza avvisare. Mi mette a disagio. È spiacevole. A casa mia voglio potermi sentire tranquilla.
Luca sospirò come se dovesse spiegare una cosa elementare a una bambina.
— Giulia, dai… è mia madre. Non lo fa con cattiveria. Vuole solo darci una mano. Sopporta ancora un po’, vedrai che poi si calma.
Ma Ornella non si calmò affatto.
Passò un anno, poi ne passò un altro. Le visite non diminuirono. Le osservazioni non finirono. Giulia imparò a mostrarsi composta: non rispondeva male, non alzava la voce, non dava spettacolo. Dentro, però, qualcosa si incrinava giorno dopo giorno. Ogni mattina, appena apriva gli occhi, tratteneva il respiro per un istante: sarebbe venuta anche oggi? E quella tensione la accompagnava persino quando tornava verso casa.
