Non c’era più nulla da rivedere, né da chiarire per l’ennesima volta. Qualunque conversazione, ormai, sarebbe stata solo rumore. Federico Parisi non sarebbe cambiato. E Marta Gatti non avrebbe mai fatto un passo indietro da sola.
La mattina seguente, Giulia Sorrentino chiamò un fabbro.
L’uomo arrivò verso l’ora di pranzo. Lavorò in silenzio per una quarantina di minuti, controllò due volte il meccanismo, poi raccolse gli attrezzi e se ne andò. Quando la porta si richiuse alle sue spalle, al posto delle vecchie serrature ce n’erano due nuove, robuste, costose, di quelle che non si aprono con una spallata né con una copia fatta di nascosto.
Giulia rimase qualche secondo nell’ingresso con i mazzi di chiavi nel palmo. Due serie. Entrambe sue. Le guardò come se fossero qualcosa di più di un semplice pezzo di metallo. Poi le infilò nella borsa.
Quel giorno Federico fece tardi al lavoro.
Marta, invece, si presentò alle sei e mezza in punto. Giulia la vide dallo spioncino. Non era sola: accanto a lei c’era Tancredi Barone, con l’aria di chi era stato convocato per dare manforte e non vedeva l’ora di dimostrarlo.
Dall’altra parte della porta arrivò il rumore familiare di una chiave infilata nella serratura. Poi un silenzio breve. Un secondo tentativo. Un colpo secco. Infine la voce di Marta, prima confusa, poi sempre più acuta.
— Ma che… Tancredi, guarda un po’. La chiave non entra.
Giulia restò ferma nell’ingresso, dall’altro lato della porta. Non fece un passo. Non disse una parola.
— Giulia! — Marta cominciò a battere con il pugno. — Apri subito! Che cosa hai combinato?
Solo allora Giulia girò la chiave e aprì.
Marta Gatti era sulla soglia, il viso chiazzato di rosso, il vecchio mazzo stretto nel pugno come una prova d’accusa.
— Hai cambiato le serrature? Senza dire niente a nessuno? Ma come ti sei permessa?
— Me lo sono permessa, sì.
Lo disse piano, senza alzare la voce. In quelle parole non c’era rabbia, non c’era soddisfazione, non c’era il desiderio di ferire. C’era soltanto la calma asciutta di chi ha deciso e non ha più intenzione di arretrare.
— Ti rendi conto di quello che stai facendo? — Marta fece un passo avanti, ma Giulia non si spostò. — Questa è la casa di mio figlio! Tu non hai nessun diritto!
— È anche casa mia. E da oggi nessuno entra qui senza il mio consenso.
Alle spalle di Marta, Tancredi incrociò le braccia sul petto.
— Apri e basta — disse, con un tono da ordine militare. — Altrimenti chiamo la polizia.
— La chiami pure — rispose Giulia. — Così spiegherà agli agenti perché siete venuti a entrare in un appartamento altrui con chiavi che nessuno vi aveva consegnato.
Quella frase lo bloccò. Tancredi lanciò un’occhiata a Marta. Lei, però, non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Ricominciò a parlare più forte, evidentemente pensando ai vicini che, dietro le porte, stavano già ascoltando ogni parola. Tirò fuori l’occupazione della casa, la nuora che cacciava i parenti, Federico che non sapeva cosa stesse facendo sua moglie, l’ingratitudine, la vergogna, lo scandalo.
Federico arrivò una ventina di minuti dopo, richiamato dalla telefonata della madre. Aveva il fiato corto e il viso arrossato, come se fosse corso fin lì.
— Giulia, che succede? — Guardò prima Marta, poi lei. — Perché hai cambiato le serrature?
— Perché non avevo altro modo per chiudere la porta di casa mia.
— È impazzita! — intervenne Marta dal pianerottolo. — Federico, diglielo tu! Deve ridarmi le chiavi!
Federico entrò nell’appartamento e si fermò al centro dell’ingresso. Giulia lo osservò. E in quel momento rivide esattamente ciò che aveva visto per tre anni: un uomo sospeso tra due rive, incapace di scegliere davvero da quale parte stare.
Lui abbassò gli occhi per un istante, poi parlò.
— Mia madre ha ragione — disse infine. Nella voce aveva qualcosa di colpevole, ma Giulia non capì più verso chi: verso lei o verso Marta. — Dovevi almeno avvisare. Ridalle le chiavi, poi ne parliamo con calma.
— Non c’è più niente di cui parlare, Federico.
— Giulia…
— Ne abbiamo parlato per tre anni. Io ho spiegato, ripetuto, aspettato. E non è cambiato nulla.
Federico serrò la mascella. Dal corridoio Marta continuava a dire qualcosa, ma ormai Giulia non la sentiva quasi più.
— Allora ti pongo una condizione — disse lui, e la sua voce diventò più dura. — O restituisci le chiavi, oppure… non so che fine farà la nostra famiglia. Capisci cosa intendo?
Giulia lo guardò con attenzione, come se lo vedesse davvero per la prima volta dopo tanto tempo. Forse, anni prima, una frase simile l’avrebbe fatta indietreggiare. Forse avrebbe pianto, avrebbe cercato un compromesso, avrebbe rinunciato ancora una volta a se stessa pur di non perdere quel matrimonio. Ma adesso davanti a lei c’era soltanto un uomo che, finalmente, aveva mostrato senza più ombre da che parte stava.
