Davanti alla porta di casa, ormai, Giulia Sorrentino rallentava sempre il passo. Prima ancora di infilare la chiave nella serratura, restava un attimo ferma, in ascolto, con una domanda che le passava nella mente come una lama sottile: avrebbe trovato tutto come lo aveva lasciato, oppure qualcuno era entrato di nuovo durante la sua assenza?
La sua casa aveva smesso di essere un rifugio. Non era più il luogo in cui chiudersi alle spalle il mondo e respirare.
La svolta arrivò in un martedì qualunque, uno di quei giorni senza niente di speciale. Giulia era rimasta in ufficio più del previsto e rincasò verso le otto di sera. Appena entrata, capì subito che qualcosa non andava. In cucina c’erano Marta Gatti e un uomo che non aveva mai visto, sui trentacinque anni, con una borsa appoggiata vicino alla sedia. L’uomo stava mangiando con una naturalezza sconcertante, come se quella fosse casa sua.
— Lui è Tancredi Barone, mio nipote — spiegò Marta, senza il minimo imbarazzo. — Per qualche giorno non sa dove stare, così gli ho detto che poteva fermarsi qui da voi. Lo spazio non manca.
Giulia rimase sulla soglia della cucina. Tancredi alzò appena lo sguardo, fece un cenno del capo e tornò al piatto, come se la questione non lo riguardasse.
— Marta Gatti — disse Giulia dopo qualche secondo di silenzio — questa è casa nostra. Lei non può decidere di far vivere qui qualcuno senza chiedere il nostro permesso.
— Ma figurati — tagliò corto la suocera, agitando una mano. — Si tratta di un paio di giorni, che sarà mai. Federico non ha nulla in contrario.
Quella sera Giulia scoprì che Federico Parisi, in effetti, non aveva nulla in contrario. O meglio: non ne sapeva niente prima, ma una volta venuto a conoscenza della cosa, la trovò del tutto accettabile.
— Dai, Giulia, sono solo pochi giorni. È una persona in difficoltà.
— Federico, noi non eravamo in casa. Tua madre ha fatto entrare un uomo nella nostra abitazione senza nemmeno telefonarci. Ti sembra normale?
— Tancredi non è “un uomo”, è un parente.
— Per me è un estraneo.
Come sempre, la discussione si arenò contro lo stesso muro. Tancredi rimase quattro giorni. Per tutto quel tempo Giulia ebbe la sensazione di muoversi in punta di piedi in una casa che, sulla carta, era anche sua, ma nella quale lei sembrava essere diventata un’ospite tollerata.
Dopo quell’episodio, chiese a Marta Gatti di restituire le chiavi. Non lo fece urlando, non cercò lo scontro. Lo disse con voce calma, quasi fredda, come si formula una richiesta inevitabile.
Marta scoppiò a ridere. Non una risata nervosa, non un gesto per mascherare l’imbarazzo. Rise davvero, con l’aria di chi ha appena sentito una sciocchezza priva di senso.
— Questa è la casa di mio figlio — dichiarò. — E io entrerò quando vorrò. Le chiavi non te le do.
— Marta Gatti, legalmente l’appartamento appartiene a entrambi. E io le sto chiedendo…
— Tu non mi chiedi proprio niente — la interruppe Marta. Nella sua voce non c’era rabbia, soltanto una sicurezza granitica, quella di chi non contempla nemmeno l’idea di poter essere contraddetto. — Federico, diglielo tu.
Federico glielo disse. Disse che sua madre aveva ragione, che era sempre stato così, che Giulia stava ingigantendo una forma di premura e la stava trasformando in un problema.
Dopo quella conversazione, Giulia smise di spiegare. Era inutile continuare a cercare le parole giuste: lì, evidentemente, le parole non avevano alcun peso.
Cominciò ad aspettare. Non perché fosse debole, ma perché aveva capito che ogni passo andava scelto con lucidità.
La resa dei conti arrivò un giovedì qualsiasi. Giulia si prese un giorno di permesso: era stanca, svuotata, e desiderava soltanto restare in casa, in silenzio, senza dover parlare con nessuno. Poco dopo mezzogiorno sentì la serratura scattare. Era seduta in soggiorno con una tazza di caffè e un libro aperto sulle ginocchia. Poi arrivarono i passi nell’ingresso, e subito dopo il rumore dell’armadio della camera da letto che veniva aperto.
Giulia posò lentamente la tazza e si alzò.
Quando entrò in camera, trovò Marta Gatti davanti all’armadio spalancato. Tra le mani teneva un cappotto. Era nuovo, blu scuro, comprato da Giulia due settimane prima e indossato appena tre volte. Marta lo osservava con attenzione, girandolo sulla gruccia, studiandone il collo e la linea, come se lo stesse già provando nella propria immaginazione.
— Marta Gatti — disse Giulia dalla soglia.
La suocera non trasalì. Si voltò con calma.
— Ah, sei in casa. Non lo sapevo. — Poi indicò il cappotto con un cenno del mento. — Ti dispiace se lo prendo? Mi serve proprio una cosa così, e tu hai talmente tanta roba.
— Non tocchi le mie cose.
Giulia la fissò per qualche istante ancora. Non aggiunse altro. Si girò e uscì dalla stanza.
Marta se ne andò mezz’ora dopo. Il cappotto rimase al suo posto, appeso nell’armadio. Ma dentro Giulia, da quel giorno, qualcosa si sistemò in modo definitivo: netto, fermo, senza possibilità di ripensamento.
