Giulia Sorrentino quell’appartamento se l’era comprato, in sostanza, da sola. Non perché avesse tenuto il conto con malizia o con l’idea di rinfacciarlo a qualcuno: era semplicemente andata così. In quel periodo Federico Parisi aveva appena cambiato impiego, guadagnava poco, e la parte più consistente dell’anticipo era finita sulle spalle di lei. Giulia aveva messo circa 7.300 euro dei suoi risparmi, denaro accantonato in quattro anni di lavoro come contabile senior in un’impresa edile. Federico era riuscito ad aggiungerne appena 800. Il mutuo risultava intestato a entrambi, questo sì, ma le rate — circa 210 euro al mese — le sosteneva quasi sempre lei, perché il suo stipendio arrivava puntuale e regolare, mentre a suo marito capitavano mesi in cui i soldi bastavano a malapena per fare la spesa. Sulla carta la casa era di tutti e due; dentro di sé, però, Giulia lo sapeva bene: quella era casa sua. Non per avidità, non per egoismo. Era un dato di fatto.
Marta Gatti entrò nella loro quotidianità subito dopo le nozze. O meglio, non ne era mai uscita nemmeno prima: soltanto che, fino al matrimonio, la sua presenza riguardava soprattutto Federico; dopo, cominciò a riguardare anche Giulia. Le chiavi dell’appartamento, la suocera, le ebbe fin dall’inizio. Federico gliele consegnò ancora prima che si trasferissero davvero, spiegando che era meglio così, per sicurezza. Non si poteva mai sapere. Magari si rompeva un tubo mentre loro erano al lavoro.
— Mamma abita qui vicino — diceva lui. — Dieci minuti a piedi. È comodo.
Giulia non replicò. Nei primi tempi, in generale, parlava poco. Osservava, prendeva le misure, cercava di adattarsi e di non accendere discussioni dove forse non ce n’era bisogno. Si ripeteva che Marta Gatti poteva essere fatta così: una donna ansiosa, premurosa a modo suo, incapace di lasciare andare il figlio. Succedeva. Decise di avere pazienza.
La pazienza, però, veniva messa alla prova quasi ogni settimana.

Marta arrivava nei momenti più imprevedibili. A volte alle sette e mezzo del mattino, quando Giulia non aveva ancora fatto in tempo neppure a lavarsi la faccia. Altre volte compariva a metà giornata, proprio mentre lei lavorava da casa. Oppure si presentava verso sera, senza una telefonata, senza un messaggio, senza il minimo preavviso: si sentiva soltanto lo scatto della serratura e poi, dall’ingresso, la voce della suocera annunciava:
— Sono io, non spaventatevi.
Giulia, invece, si spaventava ogni volta.
Marta Gatti non passava mai “tanto per”. Non veniva a sedersi sul divano, a bere un tè, a fare due chiacchiere. Ogni sua visita sembrava un’ispezione. Girava per le stanze con metodo, apriva i pensili della cucina, controllava cosa ci fosse in frigorifero, spostava pentole e padelle secondo un ordine che lei riteneva più logico. Una volta buttò via mezzo chilo di grano saraceno perché, a suo giudizio, era vecchio. Giulia lo aveva comprato tre giorni prima. Un’altra volta trasferì tutti gli asciugamani dal bagno a un altro armadio, semplicemente perché, secondo lei, quello era il posto più adatto.
Dopo ciascuna di quelle incursioni, Marta telefonava a Federico. Giulia non ascoltava mai le conversazioni dall’inizio alla fine, ma ne capiva il contenuto appena vedeva l’espressione con cui suo marito rientrava a casa.
— Mamma dice che non hai pulito il piano cottura dopo aver cucinato.
— Mamma dice che in bagno ci sono di nuovo cose lasciate in giro.
— Mamma dice che non sai proprio organizzare gli spazi.
Giulia lo fissava e dentro di sé si domandava se lui si rendesse conto delle parole che stava pronunciando. Si sentiva davvero mentre parlava? Capiva cosa stava portando dentro il loro matrimonio?
Un giorno provò a dirglielo senza alzare la voce.
— Federico, io non voglio che tua madre entri qui senza avvisare. Mi mette a disagio. È sgradevole. Ho bisogno di sentirmi al sicuro in casa mia.
Lui sospirò, con l’aria di chi deve spiegare a una bambina una cosa ovvia.
— Giulia, dai, è mia madre. Non lo fa con cattiveria. Vuole solo darci una mano. Sopporta ancora un po’, vedrai che prima o poi si calmerà.
Ma sua madre non si calmò affatto.
Passò un anno. Poi ne passò un altro. Le visite non diminuirono, e le osservazioni continuarono identiche, come se fossero parte dell’arredamento. Giulia imparò a mostrarsi composta: non rispondeva male, non alzava la voce, non sbatteva le porte. All’esterno sembrava controllata, quasi indifferente. Dentro, però, qualcosa si consumava lentamente. Ogni mattina, appena apriva gli occhi, tratteneva il respiro per un istante e si chiedeva: oggi verrà oppure no? E ogni volta che rientrava dal lavoro, la stessa inquietudine le stringeva lo stomaco.
