Un’ora più tardi comparve Ilaria Santoro, sbadigliando senza ritegno e stiracchiandosi come se fosse in un albergo, con addosso un top leggero e un paio di shorts di seta. Per abitudine si diresse subito verso la macchina del caffè, ma la trovò pulita, spenta, vuota.
— Oh, è finito il caffè? — buttò lì, con quel tono volutamente casuale di chi si aspetta che qualcun altro corra immediatamente a risolvere il problema.
Elena Leone, che in quel momento stava sciacquando la propria tazza, non si prese nemmeno il disturbo di voltarsi.
— Non ne ho idea. Il mio l’ho bevuto — rispose piatta, come avrebbe fatto con una sconosciuta incontrata per caso.
Ilaria rimase immobile per un istante. Poi sbuffò, aprì il frigorifero e lo richiuse con un colpo secco, più rumoroso del necessario. Prese uno yogurt, lo mangiò in piedi direttamente dal vasetto, affondandoci il cucchiaino con gesti nervosi, e alla fine lasciò tutto sul piano della cucina: contenitore sporco e cucchiaino compreso. Fu il primo colpo sparato in quella guerra domestica.
Elena non reagì. Lavò le proprie stoviglie, asciugò il lavello, passò una mano sul piano dove aveva lavorato lei e poi si ritirò in camera per prepararsi ad andare al lavoro. Il vasetto dello yogurt rimase lì, appiccicoso e insolente, come un piccolo monumento alla maleducazione altrui.
I giorni successivi trascorsero così, in un equilibrio sempre più avvelenato. L’appartamento, senza che nessuno lo dicesse apertamente, si divise in territori separati da confini invisibili ma rigidissimi. Elena cucinava la cena per due. Comprava la spesa per due. Metteva in lavatrice soltanto i suoi abiti e quelli di Giorgio Parisi. La pila di vestiti di Ilaria, che cresceva giorno dopo giorno nel cesto della biancheria, non la riguardava più.
Puliva il soggiorno, ma lasciava intatto, con precisione quasi chirurgica, l’angolo del divano dove Ilaria accumulava tazze, fazzoletti e involucri di cioccolatini. Il bagno divenne il vero campo di battaglia. Elena lucidava lo specchio, disinfettava il lavandino, rimetteva in ordine ciò che apparteneva a lei e a suo marito; però ignorava del tutto i tubetti aperti, i tappi sparsi e i capelli lasciati dalla cognata ovunque, come tracce di un’invasione.
Quando Ilaria capì che le provocazioni mute non ottenevano l’effetto sperato, cambiò strategia. Passò all’attacco aperto. Cominciò a fare telefonate ad alta voce, abbastanza forti perché Elena sentisse ogni parola, raccontando alle amiche che “certe persone” impazzivano per la gelosia e per il vuoto della propria vita. Invitava in casa conoscenti rumorosi proprio nelle ore in cui Elena e Giorgio erano presenti, riempiendo stanze prima tranquille di risate estranee, profumi invadenti e conversazioni sguaiate. E i piatti sporchi, ormai, non li lasciava nemmeno più nel lavello: li posava direttamente sul tavolo, accanto al posto di Elena.
Giorgio si ritrovò schiacciato tra due fronti. Avrebbe voluto fare da paciere, ma ogni suo tentativo risultava debole, maldestro, quasi patetico.
— Elena… non potresti preparare un po’ più di minestra? Mi sento a disagio con lei… — provò a mormorare il terzo giorno, usando una voce morbida, implorante.
Sua moglie non sollevò neppure gli occhi dal libro.
— Se ti senti a disagio, cucina tu. Le pentole sono dove sono sempre state.
Quando invece cercò di parlare con sua sorella, la conversazione scivolò immediatamente nel ricatto emotivo.
— Giorgino, io lo vedo come mi guarda! Mi odia! Le do fastidio solo perché esisto! Se lo pensi anche tu, dimmelo subito: faccio la valigia e me ne vado alla stazione in questo preciso momento!
E lui cedeva. Sempre. Cominciò a lavare di nascosto i piatti lasciati da Ilaria quando Elena non era nei paraggi. Ordinava pizza per tutti, pur di evitare quelle cene a due cariche di silenzi insopportabili. Tentava di riempire l’aria con battute sciocche e racconti dell’ufficio, ma da una parte trovava il muro gelido della moglie, dall’altra il mezzo sorriso insolente e sprezzante della sorella.
Non stava risolvendo nulla. Rimandava soltanto ciò che era inevitabile. E, nel frattempo, l’atmosfera in casa diventava ogni giorno più densa, più tossica, più difficile da respirare. Il conto alla rovescia che Elena aveva messo in moto continuava a scandire il tempo, e a ogni giornata sembrava battere più forte.
Il sesto giorno, un sabato sera, Giorgio tentò l’ultima mossa disperata. Rientrò con due pesanti borse della spesa prese in un supermercato costoso: bistecche marezzate, asparagi freschi, una bottiglia di vino. Tutte cose che un tempo compravano per le loro serate speciali, quelle intime, lente, riservate soltanto a loro due. Era la sua bandiera bianca, un’offerta di pace goffa e tardiva.
Trovò entrambe le donne in soggiorno. Elena era trincerata dietro un libro, immobile e distante; Ilaria, seduta con disinvoltura, si stava passando lo smalto sulle unghie, diffondendo nella stanza un odore pungente e chimico. Giorgio sollevò le borse come se potessero salvarlo da sole, si schiarì la voce e annunciò con un entusiasmo troppo forzato di aver avuto un’idea per la serata.
