— Per seimila euro?
— No, Matteo. Per le bugie. Per quel tuo “prepara le valigie”. E perché sei venuto qui anche adesso non per me, ma per riavere la vita comoda che avevi prima.
— Io ti amo.
Alessia Ferrara abbassò lo sguardo sul mazzo di fiori che lui stringeva in mano.
— Tu ami il fatto che io paghi le bollette, che stia zitta a tavola e che faccia bonifici senza chiedere spiegazioni.
— Non è giusto metterla così.
— E invece era giusto lasciarmi chiamare parassita?
Matteo Leone alzò di scatto gli occhi.
— Io non l’ho mai detto.
— Lo ha detto tua madre. E tu sei rimasto in silenzio. A me basta questo.
Lui gettò le rose sulla panchina, con un gesto brusco, quasi infantile.
— Allora resta pure da sola. Vedremo quanto duri.
— Durerò.
— Con quei tuoi vestitini?
— Sì. Proprio con i miei vestitini.
Se ne andò in fretta, quasi correndo, come se fosse lui a dover fuggire da qualcosa. Alessia non si chinò a raccogliere il bouquet. Poco dopo, dal portone uscì una vicina, notò le rose abbandonate e domandò:
— Sono sue?
— No — rispose Alessia. — Hanno sbagliato indirizzo.
A settembre la invitarono a tenere un laboratorio presso il centro comunale di arti e mestieri. Era un corso piccolo, senza pretese: poche donne, tutte con il desiderio semplice e concreto di imparare a cucire qualcosa per sé. Alessia si trovò davanti a loro con il metro da sarta appeso al collo e, a un certo punto, comprese una cosa che le arrivò addosso con una calma inattesa: nessuna le chiedeva a chi dovesse essere riconoscente. Nessuna liquidava il suo lavoro come un passatempo inutile. Nessuna pretendeva che sacrificasse i propri soldi per alimentare i sogni o i debiti di qualcun altro.
Alla fine della lezione, una signora sulla sessantina le si avvicinò.
— Lei spiega come se avesse insegnato per tutta la vita.
Alessia sorrise appena.
— No. È solo che ho dovuto ricominciare molte volte.
La donna annuì, con uno sguardo caldo.
— Si sente.
Quella sera Alessia comprò una valigia nuova. Non era costosa, ma solida: verde scuro, con le ruote dritte e una maniglia che non traballava. La vecchia valigia grigia, però, non la buttò. La lasciò nel ripostiglio di Vittoria Zanetti.
— Che resti qui — disse. — In fondo mi ha portata via.
Vittoria scoppiò a ridere.
— E quella nuova dove la porti?
— In viaggio. Mi sono iscritta a una fiera dei tessuti a Bologna.
— Da sola?
— Da sola.
A ottobre il tribunale pronunciò il divorzio senza drammi, senza urla, senza scene da ricordare. Matteo arrivò insieme a Paola Grassi. Lei si sedette accanto al figlio nel corridoio, rigida, fingendo di non vedere Alessia. Ma quando Matteo si allontanò verso la finestra, Paola si piegò appena nella sua direzione.
— Soddisfatta?
— Serena.
— Matteo, per colpa tua, è distrutto.
— Per colpa mia ha smesso di vivere a mie spese.
— Sei una donna crudele.
Alessia infilò il documento nella borsa con calma.
— No. Semplicemente non sono più vostra.
Paola Grassi aprì la bocca per replicare, ma Matteo tornò proprio in quel momento. Aveva il viso teso, arrabbiato e smarrito insieme.
— Alessia, te lo chiedo un’ultima volta. Davvero non vuoi trovare un accordo civile?
— Su che cosa?
— Beh… almeno aiutarmi a chiudere il finanziamento dell’auto. Siamo stati insieme tanti anni.
Lei lo guardò senza alzare la voce.
— Matteo, mi hai chiesto seimila euro per tua madre. Poi tu e lei avete provato a farmi passare per quella che aveva distrutto la famiglia. Adesso mi chiedi di pagarti il debito della macchina. Sei mai venuto da me solo per chiedere scusa?
Lui distolse lo sguardo.
— Ti ho detto che mi ero lasciato prendere dalla rabbia.
— Questa non è una scusa.
— Allora che altro vuoi?
— Niente. Ed è proprio questa la differenza.
Dopo il divorzio, Alessia uscì dal palazzo del tribunale. La giornata era asciutta e fredda, senza una particolare bellezza. Non c’erano musiche solenni, né segnali dal cielo, né un vento teatrale a sottolineare il momento. Era soltanto un giorno qualunque. Un giorno in cui una storia lunga aveva finalmente trovato il suo punto.
Raggiunse la fermata, ma lasciò passare il primo autobus. Tirò fuori il telefono e chiamò Vittoria.
— È finita.
— Come stai?
Alessia guardò il proprio riflesso nel vetro della pensilina: i capelli castani raccolti in uno chignon, il cappotto abbottonato, la borsa ben chiusa e, accanto a sé, la nuova valigia verde scuro pronta per il viaggio.
— In equilibrio.
— Vieni da me. Festeggiamo con un tè.
— Passo più tardi. Prima devo andare in laboratorio, c’è un ordine che aspetta.
— Sei incorreggibile.
— Al contrario. Mi sono corretta proprio adesso.
Una settimana dopo, Matteo le mandò un messaggio breve: “Mamma dice che potresti comunque dare una mano a Elisa. Lei non c’entra niente”.
Alessia lo lesse e, per la prima volta dopo tanto tempo, non si mise a cercare le parole più delicate per evitare di ferire qualcuno. Scrisse soltanto:
“I miei soldi non servono più a risolvere i problemi della vostra famiglia”.
Poi ripose il telefono nella borsa.
Nel laboratorio c’era odore di stoffa nuova e di vapore caldo del ferro da stiro. Sul tavolo era steso il cartamodello di un abito blu scuro destinato a una donna che, dopo la pensione, aveva deciso di salire su un palco con una compagnia teatrale amatoriale. Alessia passò il palmo sulla stoffa, controllò la linea della spalla e sorrise.
Fuori dalla finestra qualcuno discuteva a voce alta. Nella stanza accanto le allieve ridevano. La vita andava avanti senza Matteo Leone, senza Paola Grassi, senza richieste urgenti di bonifici e senza debiti altrui da sistemare.
Alessia accese la lampada.
Le forbici le scivolarono in mano con una sicurezza nuova.
La vecchia valigia grigia era rimasta nel passato. E quei seimila euro erano ancora sul suo conto. Non come vendetta. Non come prova da esibire. Ma come un appoggio silenzioso: quello di una donna che aveva ascoltato in tempo la verità e, finalmente, aveva scelto se stessa.
