“Sei mia moglie, non una qualsiasi estranea.” sbottò Matteo, piantato al centro della cucina mentre la suocera lo osservava compiaciuta

Questo sopruso familiare è crudele, inaccettabile, devastante
Storie

La spesa la pagava Alessia Ferrara. Le bollette pure. Anche le rate dell’auto, quella con cui Matteo Leone accompagnava Paola Grassi al supermercato e alle visite mediche, uscivano dal conto di Alessia. Persino il regalo di compleanno per Elisa Fiorentino era stato comprato con la sua carta.

E intanto, per mesi, le avevano ripetuto che in quella famiglia lei avrebbe dovuto sentirsi riconoscente.

La sera chiamò Matteo.

— Dove sei?

— Da Vittoria Zanetti.

— Davvero? Da quella divorziata?

— Se hai qualcosa da dire, dillo.

— Mamma sta piangendo.

— Allora riferiscile che quei seimila euro non li avrà.

— Ti stai comportando in modo schifoso.

— Io non mando soldi a una persona che ha cercato di fregarmi.

— È mia madre!

— Appunto. Occupatene tu.

Dall’altra parte lui abbassò la voce, come se volesse sembrare ragionevole.

— Alessia, ma che cosa vuoi ottenere? Vuoi costringermi a scegliere tra te e lei?

— No. Hai già scelto.

— Io non ho scelto niente.

— Sì, quando mi hai detto di preparare le valigie.

Il silenzio che seguì diventò pesante, carico di rabbia.

— Pensi che mi metterò a correrti dietro?

— Non lo penso.

— Allora divorziamo.

— Va bene.

Matteo tacque. Probabilmente quella parola l’aveva conservata come un’arma, convinto che bastasse mostrarla per farla tremare. Invece era diventata soltanto una risposta.

— Te ne pentirai, — disse infine.

— Può darsi. Ma non per i soldi.

Una settimana più tardi fu Paola Grassi a telefonarle. Alessia rimase sorpresa, però rispose.

— Alessia, — cominciò la suocera con un tono quasi dolce, — sei una donna adulta. Che bisogno c’è di arrivare al divorzio?

— Volevate rimettermi al mio posto.

— Santo cielo, ma chi ti ha messo in testa una cosa del genere?

— Lei. Davanti al portone.

— Ero agitata. Ho la pressione alta.

— Paola Grassi, la prego. Non ricominciamo.

La donna rimase zitta per qualche secondo.

— Va bene. Parliamo chiaro. Matteo è nervoso. Senza di te ha perso la testa. In casa è un disastro. Mangia quello che capita. Arriva tardi al lavoro. Lo sai com’è fatto.

— Lo so.

— E allora torna. E per i soldi… se proprio non vuoi dare seimila euro, mandane almeno tremila. Il resto più avanti.

Alessia chiuse gli occhi. Non per il dolore. Per la stanchezza.

— Dopo tutto quello che è successo, mi sta chiedendo metà della somma?

— Te lo chiedo per il bene della famiglia.

— Per il bene di Elisa.

Paola Grassi espirò di colpo, irritata.

— Anche Elisa è famiglia.

— Allora che sia Matteo a darle i suoi soldi.

— Matteo non ha cifre del genere!

— Vorrà dire che faranno un matrimonio più semplice.

— Sei diventata dura.

— No. Ho soltanto smesso di essere comoda.

Dopo quella telefonata arrivarono dieci giorni di quiete.

Alessia affittò un piccolo monolocale a duecentottanta euro al mese. Non era in periferia estrema, ma non aveva neppure nulla di elegante. Sistemò la valigia accanto all’armadio, comprò due tazze, un set nuovo di asciugamani e una lampada da scrivania. La sera rientrava lì e nessuno le diceva che aveva tagliato il pane “nel modo sbagliato”, che aveva messo la pentola “nel posto sbagliato”, che aveva risposto a Matteo “con quel tono”.

Lavorava come modellista in un piccolo atelier. Da tempo avrebbe potuto accettare commissioni private, ma Matteo storceva sempre la bocca.

— Ancora con i tuoi straccetti? Trovati qualcosa di serio da fare.

Adesso quegli “straccetti” le portarono i primi settecentoquaranta euro in un mese. Poi arrivò un altro ordine. Poi una cliente fissa, che a sua volta le mandò la sorella.

Vittoria Zanetti le disse:

— Apriti una pagina a parte. Fai vedere quello che sai fare.

— Non sono brava a scrivere post belli.

— Però sei brava a creare cose belle.

Alessia la aprì. Niente frasi altisonanti, niente promesse esagerate. Solo fotografie, misure, tessuti, tempi di consegna. Dopo un mese aveva una lista d’attesa di tre settimane.

Matteo si fece vivo alla fine di agosto.

La stava aspettando davanti al portone del palazzo dove lei viveva in affitto. In mano teneva un mazzo di fiori. Non i crisantemi che le piacevano, ma rose rosse, quelle che comprava a tutte le donne quando voleva fare la figura dell’uomo generoso.

— Ciao, — disse.

— Perché sei venuto?

— Per parlare.

— Parla.

Lui si guardò intorno, verso il cortile.

— Magari saliamo?

— No.

— Alessia, ho capito tutto.

— Che cosa, precisamente?

— Che ho esagerato. Anche mamma. Lei è fatta alla vecchia maniera, parla in modo pesante.

— Parla in modo sincero. Quando crede che io non possa sentirla.

Matteo fece una smorfia.

— Basta attaccarsi alle parole.

— Sei venuto per fare pace o per spiegarmi perché la colpa è di nuovo mia?

Lui abbassò il mazzo di rose.

— Sono stanco. A casa è impossibile. Mamma mi sta addosso tutti i giorni. Elisa e il suo fidanzato chiedono soldi. La rata della macchina mi schiaccia. Io… insomma, ho capito che senza di te sto male.

Alessia annuì piano.

— Certo che stai male. Ero io a pagare la tua comodità.

— Non dire così.

— Invece sì.

Lui osservò la borsa di lei, il vestito ordinato, l’espressione tranquilla.

— Sei cambiata.

— No. Prima vedevi solo quello che ti faceva comodo vedere.

Matteo fece un passo verso di lei.

— Ricominciamo da capo. Parlerò con mamma. Nessuno toccherà più i soldi.

— La domanda di divorzio è già stata presentata.

— Si può ritirare.

— Io non la ritirerò.

Lui strinse i denti, cercando di trattenersi. Poi sbottò, aggrappandosi all’ultima accusa possibile.

Amore o Soldi