— E che cosa avresti sentito, di preciso? Due donne anziane chiacchierano, sai com’è, dicono sciocchezze.
— Ho sentito che non ci sarà nessuna ristrutturazione. Che quei soldi finiranno a Elisa Fiorentino. Che nessuno ha mai avuto intenzione di firmarmi una ricevuta. E che io, in questa casa, sarei una mantenuta.
— Mia madre può aver parlato in un momento di nervosismo.
— Curioso. Sembrava nervosissima con una calma impeccabile.
Matteo lasciò cadere il telefono sul tavolo con un colpo secco.
— Quindi è così? Per quattro parole dette male, tu volti le spalle a mia madre?
— No. Le volto le spalle per la verità.
— Ti sei montata la testa, Alessia. Vivi nella mia famiglia, porti il mio cognome, e adesso ti dispiace dare seimila euro alla madre di tuo marito.
— A tua madre. Non alla mia.
Lui rise di scatto, senza allegria.
— Finalmente. Eccoti. Questa sei tu davvero.
In quel momento si aprì la porta d’ingresso. Paola Grassi entrò con l’espressione di chi aveva già capito che il piano si era incrinato.
— Matteo?
— Non farà il bonifico.
La suocera si sfilò lentamente il foulard.
— E per quale motivo?
— Perché ho sentito la sua telefonata davanti al portone.
Paola fissò Alessia. Non era spaventata. Era infastidita.
— Origliando non si fa una bella figura.
— Nemmeno mentendo.
— Oh, quanta dignità all’improvviso. Però per undici anni stare accanto a mio figlio ti ha fatto comodo, vero? Ti ha portata sulle spalle.
Alessia rivolse al marito uno sguardo breve.
— Matteo, mostra a tua madre i pagamenti degli ultimi otto mesi. Bollette, spesa, rata della tua macchina, medicine per lei quando te le chiedeva.
— Non metterti a fare la contabile.
— Invece sì. Perché “portare sulle spalle” è un’espressione molto grossa, qui dentro.
Paola appoggiò la borsa su una sedia.
— Una moglie deve sostenere suo marito.
— E un marito deve mentire insieme a sua madre?
Matteo batté il palmo sul tavolo.
— Basta! Adesso fai questo bonifico e chiudiamo la faccenda.
— No.
— Allora prepara le tue cose.
Paola sollevò appena il mento. Aspettava la scena di sempre: Alessia che abbassava gli occhi, che cercava di spiegarsi, che pregava tutti di non esagerare. Era successo dopo ogni lite, dopo ogni umiliazione servita a tavola durante i pranzi di famiglia, dopo quelle frasi sulla “saggezza femminile” che, nella lingua di sua suocera, significava soltanto tacere.
Ma Alessia andò in camera.
Matteo la seguì fino alla soglia.
— Dove credi di andare?
— A fare la valigia.
Lui si bloccò.
— Quindi te ne vai davvero?
— Sei stato tu a propormelo.
— L’ho detto per farti paura!
— Non ha funzionato.
Alessia tirò giù dal ripiano alto un trolley grigio. Vecchio, con il manico consumato. Lo aveva comprato anni prima, a nove euro, prima del suo primo viaggio di lavoro. Matteo lo aveva sempre preso in giro.
— Parti con quel rottame? — disse lui. — Molto simbolico.
— È una valigia pratica. Non lascia spazio alle cose inutili.
Dentro mise i documenti, qualche vestito, il portatile, una scatolina con l’orologio di suo padre e una cartellina di ricevute. Non quella blu. Una semplice cartella di cartone, chiusa da un elastico.
Matteo rimase a guardarla.
— Stasera torni.
— No.
— Domani, allora.
— No.
— Alessia, ma a chi pensi di servire con tutti questi principi?
Lei chiuse la cerniera del trolley.
— A me stessa.
Paola era in corridoio e la osservava dall’alto in basso, benché fosse più bassa di lei.
— Ti credi diventata furba? Bene, bene. Solo non tornare a piangere dopo. Matteo è tenero, io invece non ti faccio rientrare.
— Non ce ne sarà bisogno.
— Ah, siamo arrivate a questo?
— Proprio a questo.
Alessia uscì dall’appartamento senza sbattere la porta. Sul pianerottolo c’era odore di vernice e polvere vecchia. Davanti all’ascensore prese il telefono e chiamò Vittoria Zanetti, un’amica dei tempi in cui lavoravano insieme in atelier.
— Vitto, hai ancora libera quella stanza?
— Sì. Che succede?
— Te lo spiego dopo. Posso venire da te per un paio di settimane?
— Vieni.
— Ti pago, naturalmente.
— Prima arriva.
Quaranta minuti più tardi Alessia era seduta nella cucina di Vittoria. L’amica le versò del tè bollente e le spinse davanti un piatto con qualche fetta di formaggio. Non fece domande. Non mostrò compassione. Ed era più utile di qualsiasi frase consolatoria.
— Seimila euro? — ripeté Vittoria, quando Alessia le ebbe raccontato tutto.
— Sì.
— E tu eri quasi arrivata a mandarli?
— Avevo già aperto l’app della banca.
Vittoria la guardò a lungo.
— Tuo padre, da dov’è adesso, ti ha afferrata per il polso.
Alessia si tolse la fede e la posò accanto alla tazza.
— No. Stavolta mi sono fermata da sola.
Il giorno dopo Matteo le scrisse il primo messaggio: “Smettila di fare sciocchezze. Torna”.
Un’ora più tardi ne arrivò un altro: “Mamma sta male per colpa tua”.
La sera, il terzo: “Hai distrutto una famiglia per i soldi”.
Alessia non rispose. Andò al lavoro, consegnò gli ordini urgenti e, dopo pranzo, passò in banca. Lì spostò i seimila euro su un deposito vincolato, senza possibilità di movimenti immediati, e revocò l’accesso al conto cointestato di risparmio, quello in cui per anni aveva versato lo stipendio quasi senza pensarci.
Poi si sedette in un piccolo bar vicino alla finestra e aprì la cartellina con le ricevute.
Il quadro che ne uscì era semplice. E sgradevole.
Negli ultimi mesi Matteo aveva contribuito pochissimo alle spese di casa. Lo stipendio lo girava a pezzi a sua madre. La prima voce, tra le carte, era la spesa quotidiana.
