“Sei mia moglie, non una qualsiasi estranea.” sbottò Matteo, piantato al centro della cucina mentre la suocera lo osservava compiaciuta

Questo sopruso familiare è crudele, inaccettabile, devastante
Storie

— Oggi stesso trasferisci a mia madre 6.000 euro. Senza discussioni, Alessia Ferrara. Sei mia moglie, non una qualsiasi estranea.

Matteo Leone era piantato al centro della cucina, con la camicia stirata alla perfezione e il telefono in mano come se la partita fosse già chiusa a suo favore. Sullo schermo brillava il messaggio di Paola Grassi: “Figlio mio, non rimandare. Mi vergogno davanti alla gente”.

Alessia appoggiò la tazza sul tavolo con lentezza.

— Davanti a quale gente?

— Gente normale — tagliò corto lui. — Mamma ha già parlato con gli operai. Il suo appartamento vecchio sta cadendo a pezzi, e tu te ne stai seduta sui tuoi risparmi come se fossero un tesoro sepolto.

— Sono i soldi che mi ha lasciato mio padre.

— E allora? — Matteo fece una smorfia. — La famiglia è una sola. Anche i problemi sono di tutti. O forse sei una brava moglie soltanto quando ti conviene?

Alessia lo fissò in silenzio. Lei aveva quarantadue anni, lui quarantaquattro. Erano sposati da undici. In tutto quel tempo aveva imparato a riconoscere ogni sfumatura del suo malumore: quando era davvero arrabbiato, quando ripeteva le frasi della madre e quando, semplicemente, cercava di schiacciarla finché lei non cedeva.

In quel momento, però, non parlava solo lui.

Alle sue spalle c’era Paola Grassi. Bassa, ordinata, con i capelli argentati messi in piega e quell’eterna abitudine di guardare la nuora come si guarda una domestica tenuta in casa per compassione.

— Alessia cara — disse la suocera, allungando le parole — perché ti impunti così? Non ti sto chiedendo una fortuna. Sono soltanto 6.000 euro. Poi Matteo te li ridarà.

— Quando?

— Quando potrà.

— E mi firmate una ricevuta?

Matteo voltò di scatto la testa.

— Stai scherzando?

— No.

— Mia madre dovrebbe firmarti una ricevuta? La madre di tuo marito?

Paola emise un piccolo gemito e si portò una mano al petto. Non perché stesse male. Non perché fosse debole. Era solo una scena ben riuscita. Lei sapeva sempre come fare in modo che la colpevole sembrasse Alessia.

— Lasciala stare, Matteo — sospirò. — Lo sapevo che sarebbe finita così. Il sangue estraneo resta sempre estraneo.

Alessia non replicò. Prese il cellulare, aprì l’app della banca e vide il saldo. Quei 6.000 euro erano su un conto separato. Poco prima di morire, suo padre le aveva detto una frase secca: “Non buttare tutto nella pentola di famiglia. Tieniti un appoggio tuo”. Allora lei se l’era presa. Adesso capiva che lui, semplicemente, sapeva leggere bene le persone.

— Farò il bonifico — disse.

Matteo si distese all’istante.

— Ecco. Vedi che puoi comportarti da persona ragionevole?

— Prima però vado un attimo in camera. Devo confermare il limite.

— Sbrigati. Mamma passa un minuto dalla vicina, poi andiamo insieme da lei.

Paola strinse le labbra.

— Silvia Fabbri mi aspetta sotto il portone. Le avevo promesso le chiavi del ripostiglio.

Alessia uscì nel corridoio. La porta della camera era socchiusa. Si sedette sul bordo del letto, ma non fece alcun trasferimento. Le dita rimasero sospese sopra lo schermo. Dalla cucina arrivò il rumore discreto di Matteo che versava il tè alla madre. Poi la porta d’ingresso si richiuse con un colpo.

La suocera era uscita.

Alessia stava per chiudere l’app, quando dalla finestra appena aperta arrivò la voce di Paola Grassi. Le finestre della cucina davano sul cortile, e la panchina davanti all’ingresso si trovava proprio lì sotto.

— Allora? — chiese la vicina. — Te li dà?

— Dove vuoi che vada? — ridacchiò Paola. — Matteo la farà cedere. È molle, quella. Se ne va sempre in giro con l’aria di sentirsi in colpa.

— E se poi li rivuole indietro?

— Che li chieda pure. Li trasferirà lei, senza nessun accordo scritto. Dopo dirò che era un regalo. Un aiuto a una donna anziana. Nessun debito.

Alessia rimase immobile.

— Ma i lavori li farai davvero? — domandò Silvia Fabbri.

— Quali lavori? — La suocera rise piano. — Ho promesso quei soldi a Elisa Fiorentino per l’anticipo. La ragazza deve sposarsi, ne ha più bisogno. E questa dovrebbe solo ringraziare che Matteo viva ancora con lei. Una nuora senza figli, nemmeno particolarmente bella, con uno stipendio mediocre. Una mantenuta con l’orgoglio.

— E Matteo lo sa?

— Matteo sa la cosa importante: sua madre non gli darebbe mai un cattivo consiglio. Gli ho detto che Alessia va rimessa al suo posto. Se consegna i soldi, diventerà obbediente. Se non li dà, vuol dire che non è famiglia.

Quelle parole non la colpirono come uno schiaffo. Non bruciarono. Si posarono una dopo l’altra con calma, e proprio per questo le strapparono dagli occhi una pellicola vecchia di anni.

Alessia chiuse l’app della banca. Poi aprì le note e scrisse una sola riga: “Non trasferire i 6.000 euro”.

In cucina Matteo camminava avanti e indietro. Il suo orologio costoso lampeggiava vicino al viso ogni volta che muoveva il braccio. Lo faceva sempre quando voleva darsi l’aria dell’uomo che comanda.

— Allora? — gridò.

Alessia tornò da lui.

— Il bonifico non ci sarà.

Per un istante lui non comprese nemmeno.

— Che significa non ci sarà?

— Significa che non manderò soldi a tua madre.

— Ricominci con le tue storie?

— No. Anzi, ho appena finito.

Matteo fece un passo verso di lei.

— Alessia, non giocare. Mamma sta aspettando.

— Ho sentito la sua conversazione con Silvia Fabbri.

Per un secondo la cucina parve rimpicciolirsi. Matteo batté le palpebre. Poi accennò un sorriso storto.

Amore o Soldi