teneva il telefono davanti al viso, fingendo di scorrere le notizie. In realtà non leggeva nulla: si era soltanto nascosto dietro quello schermo per non mostrare il disagio che gli stringeva lo stomaco. Si era preparato a due possibili finali. O Sofia Parisi avrebbe ceduto, capendo che la sua ribellione non portava da nessuna parte, oppure avrebbe raccolto le sue cose e se ne sarebbe andata sbattendo la porta. In un modo o nell’altro, Alessandro Coppola credeva di essere pronto.
Non lo era.
Dalla camera da letto uscì Sofia. Non aveva l’aria di chi aveva appena pianto né quella di chi stava per implorare. Era già vestita, ordinata in modo quasi severo: jeans scuri, maglione di cashmere, capelli raccolti con cura. Non stringeva borse, scatole o pacchi contro il petto. Dietro di sé trascinava soltanto due valigie.
Due grandi trolley di pelle, chiusi con precisione, che avanzavano sul pavimento laminato producendo un fruscio sommesso.
Giulia la guardò con un sorriso storto, pieno di trionfo anticipato.
— Ma guarda un po’, allora qualcuno ha davvero deciso di sloggiare — disse, portandosi la tazza alle labbra. — Il tuo caro papà non è riuscito a convincerti a restare?
Alessandro sollevò gli occhi dal telefono. Sul suo volto passò qualcosa di ambiguo, un miscuglio di sollievo e vergogna. Eccolo, pensò. Il momento finale. Adesso sarebbe arrivata la scenata, le accuse, forse qualche lacrima. Poi tutto si sarebbe ricomposto secondo l’ordine che lui riteneva naturale.
Sofia fermò le valigie accanto all’ingresso. Restò immobile per un istante e li osservò entrambi con uno sguardo calmo, quasi analitico, come se avesse davanti due persone sconosciute incontrate per caso.
— Non sono le mie cose — disse piano.
La sua voce era piatta, pulita, senza tremori e senza teatro.
— Sono le tue, Alessandro.
Lui sbatté le palpebre. Abbassò lentamente il telefono sul tavolo. Il sorriso di Giulia si spense come una luce. Per qualche secondo guardarono prima i trolley, poi Sofia, incapaci di collegare quelle parole alla scena che avevano davanti.
— Cosa? — riuscì a dire Alessandro, con un filo di voce. Sembrava convinto di aver capito male.
Sofia non alzò il tono.
— Ti ho dato una settimana per scegliere. Ieri sera, durante la cena, hai scelto. Hai scelto tua sorella. È un tuo diritto. Tu pensi che lei abbia bisogno di essere protetta, che la sua situazione vada capita, che sia necessario occuparsi di lei. Io non discuterò più su questo punto. Occupatene.
Lasciò passare una breve pausa. Le sue parole rimasero sospese nell’aria pesante della cucina, dentro quella quiete domenicale ancora mezza addormentata.
— Da oggi, però, ve ne occuperete insieme. E altrove. Io non posso mandare via Giulia: non è una mia parente, è la tua. Non ho alcun diritto su di lei. Ma tu sei mio marito. E se non riesci a vivere senza tua sorella, allora vivrete insieme.
Fece un passo verso la porta e la aprì. L’aria fresca del pianerottolo entrò nell’appartamento, tagliando l’odore del caffè e del detersivo.
— Tu… mi stai cacciando? — domandò infine Alessandro.
Non c’era rabbia nella sua voce. Solo incredulità, confusione pura. Continuava a non riuscire ad accettarlo. Nella sua testa lui era ancora il padrone di casa. L’uomo. Quello che decideva.
Sofia indicò le valigie con un cenno appena percettibile.
— Non ho dimenticato nulla di essenziale. Ci sono le camicie che usi per andare al lavoro, il portatile, i caricabatterie, la roba per la palestra. Tutto quello che può servirti nei primi giorni. I miei genitori hanno versato per l’anticipo di questo appartamento più di quanto tu abbia guadagnato in tre anni del nostro matrimonio. Perciò io resto.
Lo guardò dritto negli occhi. Nel suo sguardo non c’erano odio, vendetta o ferite da esibire. C’era soltanto una constatazione fredda, definitiva, già archiviata.
— Hai deciso chi vuoi mantenere. Adesso puoi cominciare.
Giulia era rimasta ferma con la tazza sospesa tra le dita. Il suo piccolo regno, quello in cui lei era la principessa indifesa e il fratello il cavaliere pronto a proteggerla, crollò in un solo istante. Guardò Alessandro, poi le valigie, poi di nuovo Sofia. Sul suo viso apparve un terrore autentico, impossibile da fingere. Non aveva conquistato l’appartamento. Aveva ottenuto soltanto un fratello senza casa, destinato con ogni probabilità a sistemarsi proprio dove viveva lei.
— Giulia, aiuta tuo fratello — disse Sofia con calma.
Non li spinse fuori. Non urlò. Non cercò l’ultima frase crudele. Rimase semplicemente accanto alla porta aperta, tenendola con una compostezza quasi formale, come un portiere che accompagna all’uscita ospiti ormai indesiderati.
E quella cortesia distante faceva più paura di qualunque esplosione d’ira. Perché non conteneva più né amore né speranza. Sofia li aveva già cancellati dalla propria vita, con la stessa naturalezza con cui si chiude un libro noioso dopo averlo letto fino all’ultima pagina.
