— …di viziarci un po’ tutti quanti — annunciò Alessandro Coppola con un entusiasmo troppo acceso per sembrare spontaneo, mentre cominciava a tirare fuori gli acquisti e a sistemarli sul tavolo della cucina. — Facciamo una bella cena in famiglia. Ci sediamo, mangiamo qualcosa di buono, parliamo con calma.
Sofia Parisi sollevò gli occhi dal libro senza dire una parola. Aveva capito all’istante. Quella non era una riconciliazione: era la preparazione di un processo. Lei sarebbe stata l’imputata, e il cibo raffinato serviva solo ad ammorbidire l’atmosfera prima della sentenza. Giulia Coppola, al contrario, parve rianimarsi di colpo. In quella proposta vide subito l’occasione che aspettava: un palcoscenico.
— Oh, Ale, ma che tesoro che sei! Da quanto tempo non stavamo così, tutti insieme! — trillò, lanciando a Sofia un’occhiata rapida, vittoriosa, quasi insolente.
La cena si trascinò in un silenzio pesante. Alessandro si affaccendava senza sosta: riempiva i bicchieri, tagliava la carne, cercava di buttare lì qualche battuta. Ma ogni frase cadeva nel vuoto e si frantumava contro i volti chiusi delle due donne. Alla fine, incapace di sopportare oltre quella tensione densa, si schiarì la gola e si decise a parlare.
— Ragazze, ma perché dobbiamo comportarci così? Siamo una famiglia, no? In qualche modo dobbiamo pur trovare un accordo. Sofia, Giulia… proviamo a venirci incontro.
Giulia posò immediatamente la forchetta. Il suo viso assunse un’espressione ferita, quasi tragica. Era il suo momento.
— Io davvero non capisco di che cosa dovremmo discutere, Alessandro! Te l’ho detto fin dall’inizio: io qui sono di troppo! Le do fastidio, sono una spina nel fianco! Lei vuole solo che tu appartenga a lei e basta, che tu non abbia nessuno al mondo oltre a lei! Io sono tua sorella, sangue del tuo sangue, e lei invece… lei vuole semplicemente buttarmi fuori da questa casa!
Parlava forte, con enfasi teatrale, recitando per il suo unico spettatore: il fratello. Sofia non le concesse nemmeno uno sguardo. Si asciugò lentamente le labbra con il tovagliolo, poi voltò la testa verso suo marito. La sua voce era bassa, controllata, ma nel silenzio morto della cucina risuonò più netta di un urlo.
— Alessandro, io con lei non ho nulla da chiarire. Questa conversazione riguarda noi due. Sei stato tu a chiedermi di aspettare, di darle tempo. Sono passati sei mesi. In questi sei mesi è andata a quattro colloqui di lavoro e a due è arrivata in ritardo. Non ha mai pulito nulla, se si esclude la sua stanza. Non ha mai comprato nemmeno un filone di pane per la casa. Il mese scorso, dalla carta di credito che le hai dato per le “piccole spese”, sono spariti circa centocinquanta euro tra taxi e bar. E non sto nemmeno citando il phon rotto o il tappetino del bagno impregnato di profumi e cosmetici. Questi sono fatti. Il resto sono chiacchiere.
Ogni frase scendeva precisa, come un chiodo piantato con metodo nella bara delle fragili speranze di pace di Alessandro. Sofia non insultava, non alzava la voce, non accusava con rabbia. Elencava. E proprio quella verità fredda, ordinata, impossibile da smentire, per lui era più spaventosa di qualsiasi scenata. Guardò la sorella: il suo volto era contratto in una smorfia offesa. Guardò la moglie: il suo restava calmo, impenetrabile, come una porta chiusa dall’interno. Era in trappola.
E fece la sua scelta. La scelta di un uomo debole, di chi cerca sempre il sentiero più comodo. Era più facile cedere alla manipolazione di Giulia che guardare in faccia la realtà.
— Ma perché devi essere così… così dura? — riuscì a dire, con un tono che era già un rimprovero. — Davvero non potevi trattarla con un po’ più di umanità? Aiutarla, cercare di capirla? Lo vedi anche tu che per lei è difficile! Perché non vuoi fare neanche un passo indietro? Hai trasformato casa nostra in un campo di battaglia!
Era l’unica frase che Sofia aveva bisogno di sentire. Non si era limitato a difendere sua sorella: aveva dato la colpa a lei. In quell’istante comprese che quella settimana d’attesa era stata inutile dall’inizio alla fine. La decisione era già stata presa, solo che nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo apertamente.
La domenica mattina arrivò con una quiete ingannevole. Era il settimo giorno, l’ultimo. Giulia, certa della propria vittoria piena e senza condizioni, rimase in bagno molto più del necessario, facendo scorrere l’acqua, canticchiando e mormorando motivetti da discoteca. Quando finalmente comparve in cucina, si muoveva come una persona che avesse appena ricevuto l’investitura ufficiale del potere. Alessandro era seduto al tavolo.
