Comparve quasi un’ora dopo, trascinandosi in cucina tra uno sbadiglio e uno stiracchiamento, con indosso un top leggero e un paio di shorts di seta. Per abitudine si diresse subito verso la macchina del caffè, ma la trovò pulita, spenta, vuota.
— Oh, è finito il caffè? — buttò lì, con quella voce studiata di chi si aspetta che qualcun altro corra immediatamente a risolvere il “problema”.
Sofia Parisi, che in quel momento stava sciacquando la propria tazza, non si prese nemmeno il disturbo di voltarsi.
— Non lo so. Io il mio l’ho bevuto — rispose, con la stessa distanza educata che avrebbe usato con una sconosciuta incontrata per caso.
Giulia Coppola rimase immobile per un istante. Poi sbuffò, aprì il frigorifero e ne richiuse l’anta con un colpo secco, volutamente rumoroso. Afferrò uno yogurt, lo mangiò in piedi, direttamente dal vasetto, e quando ebbe finito lasciò tutto sul piano della cucina: contenitore, cucchiaino, alone appiccicoso compreso.
Fu il primo colpo sparato in quella guerra domestica. Sofia non reagì. Lavò le stoviglie che aveva usato, asciugò il lavello, sistemò il ripiano e poi tornò in camera per prepararsi ad andare al lavoro. Il vasetto rimase lì, come un piccolo monumento vischioso alla maleducazione altrui.
Da quel momento, i giorni presero quella piega. L’appartamento si trasformò in un territorio diviso da confini invisibili, ma chiarissimi. Sofia cucinava per due. Faceva la spesa per due. Avviava la lavatrice soltanto con i suoi vestiti e quelli di Alessandro Coppola. La montagna di panni sporchi di Giulia, che cresceva nel cesto giorno dopo giorno, non la riguardava più.
Passava l’aspirapolvere in salotto, ma lasciava intatto l’angolo del divano dove Giulia accumulava tazze, fazzoletti e cartacce di cioccolatini. In bagno, poi, la linea del fronte era ancora più evidente. Lo specchio brillava, il lavandino era lucido, il pavimento pulito. Ma i tubetti spremuti male, i tappi abbandonati e i capelli lasciati in giro da Giulia restavano esattamente dove lei li aveva messi.
Quando capì che le provocazioni passive non producevano l’effetto sperato, Giulia passò all’attacco aperto. Telefonava a voce alta, raccontando alle amiche che “certe persone” impazzivano di gelosia e di frustrazione perché avevano una vita vuota. Invitava conoscenti rumorosi proprio nelle ore in cui Sofia e Alessandro erano in casa, riempiendo le stanze di risate estranee, profumi invadenti e confusione. E i piatti sporchi non li lasciava più nemmeno nel lavello: li appoggiava direttamente sul tavolo, accanto al posto di Sofia.
Alessandro si ritrovò schiacciato tra due fronti. Avrebbe voluto fare da paciere, ma ogni suo tentativo risultava debole, goffo, quasi imbarazzante.
— Sofi, magari potresti preparare un po’ più di minestra… Mi sento a disagio con lei — azzardò il terzo giorno, usando un tono morbido, quasi supplichevole.
Sofia non sollevò neppure gli occhi dal libro.
— Se ti senti a disagio, cucinala tu. Le pentole sono al solito posto.
Quando provò a parlare con sua sorella, la situazione gli scivolò subito di mano.
— Ale, io vedo benissimo come mi guarda! Mi detesta! Per lei sono solo un peso! Se lo pensi anche tu, dimmelo subito: faccio la valigia e me ne vado alla stazione stasera stessa!
E lui, come sempre, cedette. Cominciò a lavare di nascosto le cose che Giulia lasciava in giro, aspettando che Sofia non fosse nei paraggi. Ordinava pizze per tutti, pur di evitare quelle cene tese a due, con il terzo posto assente che pesava più di una presenza. Cercava di riempire i silenzi con battute sciocche, aneddoti dell’ufficio, commenti inutili sul tempo. Ma da una parte trovava il muro gelido della moglie; dall’altra, il mezzo sorriso sprezzante e insolente della sorella.
Non stava risolvendo nulla. Stava soltanto spostando in avanti l’inevitabile, rendendo l’aria di casa ogni giorno più tossica, più densa, più irrespirabile. Il conto alla rovescia che Sofia aveva avviato continuava a scandire il tempo, e a ogni nuova giornata sembrava battere più forte.
Il sesto giorno, un sabato sera, Alessandro fece il suo ultimo tentativo disperato. Tornò a casa con due pesanti borse prese in un supermercato costoso. Dentro c’erano bistecche marezzate, asparagi, una bottiglia di vino: tutto ciò che un tempo comprava per le loro serate speciali, quelle intime, curate, solo loro.
Era la sua bandiera bianca. Un’offerta di pace maldestra, ma sincera.
Trovò entrambe in salotto. Sofia era trincerata dietro un libro, seduta rigida nella sua poltrona. Giulia, invece, si stava mettendo lo smalto, e l’odore pungente della lacca per unghie aveva già invaso l’intera stanza.
Alessandro sollevò le borse con un sorriso forzato.
— Be’, mi è venuta un’idea — disse.
