“Fai un bonifico a mia madre di seimila euro, oggi stesso.” tuonò Alessandro al centro della cucina mentre Elisa appoggiava la tazza in silenzio

È indegno chiedere fedeltà in cambio di soldi.
Storie

— E che cosa avresti sentito, di preciso? Due vecchie signore parlano a vanvera, lo sai.

— Ho sentito che non ci sarà nessuna ristrutturazione. Che quei soldi finiranno a Ilaria Leone. Che nessuno ha intenzione di firmare una ricevuta. E che io, a quanto pare, sono una mantenuta.

— Magari l’ha detto in un momento di nervosismo.

— Curioso. Sembrava molto tranquilla, per essere nervosa.

Alessandro Caruso lasciò cadere il telefono sul tavolo con un colpo secco.

— Ah, quindi siamo a questo? Per due frasi buttate lì tu volti le spalle a mia madre?

— Non per due frasi. Per la verità.

— Ti sei montata la testa, Elisa. Vivi dentro la mia famiglia, porti il mio cognome, e adesso ti pesa dare seimila euro alla madre di tuo marito.

— A tua madre. Non alla mia.

Lui scoppiò in una risata breve, aspra.

— Eccola, finalmente. La vera Elisa Valentini.

In quel momento si aprì la porta d’ingresso. Vittoria Rinaldi entrò con un’espressione già tesa, come se avesse intuito che qualcosa, nel piano, si era inceppato.

— Alessandro?

— Non farà il bonifico.

La suocera si sfilò lentamente il foulard.

— E perché mai?

— Perché ho sentito la vostra telefonata davanti al portone.

Vittoria fissò Elisa. Non c’era paura nei suoi occhi. Solo fastidio.

— Origliarti non ti fa onore.

— Nemmeno mentire.

— Oh, che donna di principi. Però per undici anni ti è andato benissimo stare accanto a mio figlio, vero? Ti ha portata sulle spalle.

Elisa lanciò uno sguardo rapido al marito.

— Alessandro, mostra a tua madre i pagamenti degli ultimi otto mesi. Bollette, spesa, rate della tua macchina, medicine per lei quando le chiedeva.

— Non metterti a fare la contabile.

— Invece sì. Perché “portarmi sulle spalle” è un’espressione un po’ troppo generosa.

Vittoria appoggiò la borsa su una sedia.

— Una moglie deve aiutare suo marito.

— E un marito deve mentire insieme a sua madre?

Alessandro batté il palmo sul tavolo.

— Basta! Adesso fai il bonifico e chiudiamo questa storia.

— No.

— Allora prepara la valigia.

Vittoria sollevò appena il mento. Si aspettava la scena di sempre: Elisa che abbassava lo sguardo, che provava a giustificarsi, che chiedeva di non esagerare. Era già successo dopo litigi, dopo umiliazioni ai pranzi di famiglia, dopo le lezioni sulla “saggezza femminile”, che per Vittoria significava solo tacere.

Questa volta, però, Elisa andò in camera.

Alessandro la seguì fino alla soglia.

— Dove stai andando?

— A preparare la valigia.

Lui si bloccò.

— Vuoi dire che te ne vai davvero?

— Me l’hai appena proposto tu.

— L’ho detto per farti paura!

— Non ha funzionato.

Elisa tirò giù dall’armadio un trolley grigio, vecchio, con la maniglia consumata. Lo aveva comprato anni prima, per nove euro, prima della sua prima trasferta di lavoro. Alessandro lo aveva sempre preso in giro.

— Parti con quel rottame? — disse lui. — Molto simbolico.

— È comodo. Non lascia spazio alle cose inutili.

Dentro mise i documenti, qualche vestito, il portatile, la scatolina con l’orologio di suo padre e una cartellina di cartone con l’elastico, piena di ricevute. Non era elegante, non era ordinata. Ma c’era tutto.

Alessandro la guardava senza muoversi.

— Stasera torni.

— No.

— Domani, allora.

— No.

— Elisa, con questi tuoi principi, a chi pensi di servire?

Lei chiuse la cerniera del trolley.

— A me stessa.

Vittoria era ferma in corridoio e la osservava dall’alto in basso, anche se era più bassa di lei.

— Ti credi intelligente, adesso? Bene. Poi però non tornare a piangere. Alessandro è tenero, io no. Io non ti farò rientrare.

— Non ce ne sarà bisogno.

— Ah, è così?

— Esattamente.

Elisa uscì senza sbattere la porta. Sul pianerottolo c’era odore di vernice e polvere vecchia. Davanti all’ascensore prese il telefono e chiamò Alessia De Santis, un’amica dei tempi in cui lavoravano insieme in atelier.

— Alessia, hai ancora libera quella stanza?

— Sì. Che succede?

— Te lo racconto dopo. Posso venire per un paio di settimane?

— Vieni.

— Ti pago.

— Prima vieni.

Quaranta minuti più tardi Elisa era seduta nella cucina di Alessia. L’amica le versò del tè bollente e le spinse davanti un piatto con del formaggio, senza fare domande, senza esibire pietà. E proprio per questo, quel silenzio valeva più di qualsiasi consolazione.

— Seimila euro? — ripeté Alessia, quando Elisa ebbe finito di raccontare.

— Sì.

— E tu eri quasi pronta a mandarli?

— Avevo già aperto l’app della banca.

Alessia rimase a guardarla a lungo.

— Tuo padre, da dove si trova, ti ha tenuta per un braccio.

Elisa si tolse l’anello e lo appoggiò accanto alla tazza.

— No. Mi sono fermata da sola.

Il giorno dopo arrivò il primo messaggio di Alessandro: “Smettila di fare sciocchezze. Torna.”

Un’ora più tardi, il secondo: “Mamma sta male per colpa tua.”

Verso sera, il terzo: “Hai distrutto una famiglia per i soldi.”

Elisa non rispose. Andò al lavoro, chiuse gli ordini urgenti e, dopo pranzo, passò in banca. Spostò i seimila euro su un deposito con blocco delle operazioni immediate e revocò l’accesso al conto di risparmio condiviso, quello su cui per anni aveva versato lo stipendio quasi senza pensarci.

Poi si sedette accanto alla finestra di un piccolo bar e aprì la cartellina delle ricevute.

Il quadro che ne uscì era semplice. E molto più sgradevole di quanto avesse voluto ammettere.

Negli ultimi mesi Alessandro aveva contribuito pochissimo alle spese di casa. Lo stipendio lo girava a pezzi a sua madre, mentre le voci quotidiane restavano lì, una dopo l’altra, tutte riconducibili a Elisa.

Amore o Soldi