La spesa la pagava Elisa. Le bollette pure. Persino le rate dell’auto, quella con cui Alessandro Caruso accompagnava Vittoria Rinaldi al supermercato, alle visite e in farmacia, uscivano dal suo conto. Anche il regalo di compleanno per Ilaria Leone era stato comprato con la sua carta.
E intanto, per mesi, le avevano ripetuto che in quella famiglia avrebbe dovuto soltanto sentirsi riconoscente.
La sera Alessandro la chiamò.
— Dove sei?
— Da Alessia.
— Davvero? Da quella divorziata?
— Se hai qualcosa da dire, dillo.
— Mamma sta piangendo.
— Dille che quei seimila euro non li avrà.
— Ti stai comportando in modo schifoso.
— Non ho mandato soldi a una persona che voleva raggirarmi.
— È mia madre!
— Allora occupatene tu.
Dall’altra parte la sua voce cambiò, si fece più bassa, quasi supplichevole.
— Elisa, ma che cosa vuoi ottenere? Vuoi costringermi a scegliere tra voi due?
— No. Hai già scelto.
— Io non ho scelto proprio niente.
— Sì, quando mi hai detto di fare le valigie.
Seguì un silenzio pesante. Poi il tono di Alessandro divenne duro.
— Pensi che mi metterò a correrti dietro?
— No.
— Allora divorzio.
— Va bene.
Lui tacque. Probabilmente quella parola l’aveva tenuta pronta come una minaccia, convinto che bastasse pronunciarla per farla crollare. Invece era diventata una risposta qualunque.
— Te ne pentirai — disse infine.
— Può darsi. Ma non per i soldi.
Una settimana più tardi fu Vittoria Rinaldi a telefonarle. Elisa rimase sorpresa nel vedere il suo nome sullo schermo, però rispose.
— Elisa — esordì la suocera con una dolcezza studiata — sei una donna adulta. Che bisogno c’è di arrivare al divorzio?
— Volevate rimettermi al mio posto.
— Santo cielo, chi ti ha messo in testa una cosa simile?
— Lei. Davanti al portone.
— Ero agitata. Ho la pressione alta.
— Vittoria Rinaldi, la prego. Non ricominci.
La donna lasciò passare qualche secondo.
— D’accordo. Parliamo sinceramente. Alessandro è nervoso. Senza di te è fuori controllo. In casa c’è disordine, mangia quello che capita, arriva tardi al lavoro. Tu lo conosci, sai com’è fatto.
— Lo so.
— E allora torna. Quanto ai soldi… se proprio non vuoi dare seimila euro, mandane almeno tremila. Il resto più avanti.
Elisa chiuse gli occhi. Non per il dolore, ma per la stanchezza.
— Dopo tutto quello che è successo, mi sta chiedendo metà della somma?
— Te lo chiedo per la famiglia.
— Per Ilaria.
Vittoria inspirò bruscamente.
— Anche Ilaria è famiglia.
— Allora Alessandro le versi i suoi soldi.
— Lui non ha una cifra simile!
— Vorrà dire che il matrimonio sarà più semplice.
— Come sei diventata dura.
— No. Ho solo smesso di essere comoda.
Dopo quella telefonata arrivarono dieci giorni tranquilli.
Elisa prese in affitto un piccolo monolocale a duecentottanta euro al mese. Non era in periferia, ma non aveva nulla di lussuoso. Sistemò la valigia vicino all’armadio, comprò due tazze, un set nuovo di asciugamani e una lampada da tavolo. La sera rientrava lì e non sentiva nessuno dirle che aveva tagliato il pane “nel modo sbagliato”, che aveva messo la pentola nel posto “sbagliato”, che aveva risposto ad Alessandro “con quel tono”.
Lavorava come modellista in un piccolo atelier. Da tempo avrebbe potuto accettare commissioni private, ma ogni volta Alessandro storceva la bocca.
— Ancora con quei tuoi straccetti? Trovati qualcosa di serio.
Adesso quegli “straccetti” le portarono i primi settecentoquaranta euro in un mese. Poi arrivò un altro ordine. Poi una cliente fissa, che le presentò la sorella.
Alessia De Santis le disse:
— Apriti una pagina tutta tua. Fai vedere quello che sai fare.
— Non so scrivere post belli.
— Però sai fare cose belle.
Elisa la aprì. Senza promesse altisonanti, senza frasi da pubblicità. Solo fotografie, misure, tessuti e tempi di consegna. Dopo un mese aveva una lista d’attesa di tre settimane.
Alessandro ricomparve alla fine di agosto.
La stava aspettando davanti al portone del monolocale. Teneva in mano un mazzo di fiori. Non i crisantemi che lei amava, ma rose rosse, quelle che lui comprava a qualunque donna quando voleva sembrare generoso.
— Ciao — disse.
— Perché sei qui?
— Per parlare.
— Parla.
Lui gettò un’occhiata al cortile.
— Magari saliamo?
— No.
— Elisa, ho capito tutto.
— Che cosa, esattamente?
— Che ho esagerato. Anche mamma. Lei è fatta così, è di un’altra generazione, quando parla usa parole pesanti.
— Le sue parole sono sincere. Soprattutto quando pensa che io non possa sentirla.
Alessandro fece una smorfia.
— Dai, basta attaccarsi a ogni frase.
— Sei venuto a fare pace o a spiegarmi perché la colpa è ancora mia?
Lui abbassò il mazzo di rose lungo il fianco.
— Sono stanco. A casa è impossibile vivere. Mamma mi tormenta ogni giorno. Ilaria e il suo fidanzato continuano a chiedere soldi. La rata della macchina mi soffoca. Io… insomma, ho capito che senza di te sto male.
Elisa annuì appena.
— Certo che stai male. Io pagavo la tua comodità.
— Non dirla così.
— Invece sì.
Alessandro la osservò meglio: la borsa ordinata, il vestito semplice ma curato, il viso calmo.
— Sei cambiata.
— No. Prima vedevi soltanto quello che ti faceva comodo vedere.
Lui fece un passo verso di lei.
— Ricominciamo da capo. Parlerò con mamma. Nessuno toccherà più i soldi.
— La domanda di divorzio è già stata depositata.
— Si può ritirare.
— Io non la ritirerò.
Alessandro serrò la mascella.
