“Smettila di fare la direttrice, Giulia Amato!” sbottò Renata Rossetti, sollevando il portatile e facendolo cadere nella sala riunioni davanti al marito impassibile

Atto inaccettabile, tradimento freddo e doloroso.
Storie

Le notifiche, però, sì.

Poco dopo mi chiamò Federica Coppola.

— Giulia Amato, ho inviato il verbale a tutti i partecipanti. Marco Fontana ha confermato la ricezione. Sulla casella aziendale è arrivata una sua mail: chiede l’annullamento della riunione perché, cito, “un conflitto familiare non riguarda l’attività dell’impresa”.

— Rispondete con la formula standard.

— Già fatto. Ho precisato che l’oggetto della discussione riguarda il danneggiamento di beni societari, la violazione delle procedure di accesso e le condizioni dell’accordo di opzione.

— Grazie.

— C’è un’altra cosa. I dipendenti chiedono se domani la riunione operativa si terrà.

Guardai il calendario. La dimostrazione per gli investitori era fissata alle dieci. Il mondo non si era fermato. Il progetto non era svanito. La squadra aspettava indicazioni.

— Si terrà — dissi. — All’orario previsto.

Il mattino seguente Marco si presentò comunque.

Alle otto e quarantotto era davanti ai tornelli dell’atrio del centro direzionale. Appoggiò il badge al lettore una volta. Poi una seconda. Poi una terza.

Luce rossa.

L’addetto alla sicurezza, dietro il banco, gli parlò con tono impeccabile.

— Il suo accesso non risulta attivo.

Marco mi vide vicino agli ascensori.

— Giulia!

Mi fermai. Accanto a me c’erano due sviluppatori e una project manager. Tutti, nello stesso istante, trovarono interessantissimi i propri telefoni.

— Non discuto questioni aziendali nell’atrio — risposi.

— Vuoi umiliarmi davanti a tutti?

— Sono venuta a lavorare.

— Anch’io.

— Tu non hai più l’autorizzazione per entrare.

— Questa azienda è anche mia!

— Avevi il diritto di ottenere un pacchetto opzionale pari al diciotto per cento. Quel diritto è decaduto per decisione del consiglio di amministrazione, secondo le condizioni dell’accordo che hai firmato.

Fece un passo verso di me. La guardia si alzò subito dalla sedia.

Marco se ne accorse.

— Hai messo la sicurezza contro di me?

— Sto facendo rispettare le regole di accesso.

— Giulia, adesso basta. Ho esagerato. Anche mia madre ha esagerato. Però lo sai com’è fatta, viene da un’altra mentalità. Ha un carattere difficile.

— Il carattere non autorizza nessuno a distruggere beni aziendali.

— Ti compro un portatile nuovo.

— Lo comprerai alla società. E comunque non sarà questo a chiudere la questione.

Abbassò la voce.

— Che cosa vuoi da me?

— Una spiegazione scritta. La restituzione di tutti i badge. La consegna di ogni supporto di lavoro. E nessun contatto con i dipendenti se non concordato con l’avvocato.

— Mi parli come se fossi un estraneo.

— Sul piano societario, adesso sei una controparte in una controversia.

Guardò le persone lì vicino. Poi la guardia. Poi il tornello che continuava a negargli il passaggio.

Il giorno prima era convinto che io avrei protetto l’immagine della famiglia. Quella mattina, invece, era lui a dover proteggere la propria.

Tirò fuori dalla tasca il badge e lo appoggiò sul banco.

— Prendetelo.

— Anche il secondo — aggiunsi.

Rimase immobile.

— Quale secondo?

— Quello vecchio, nero. Lo tenevi in mano ieri in sala riunioni.

L’addetto alla sicurezza lo osservò con maggiore attenzione.

Marco infilò una mano nella tasca interna della giacca e ne estrasse un altro. Senza dire niente, lo posò accanto al primo.

Due rettangoli di plastica. Tutto il potere che negli ultimi mesi aveva creduto di possedere.

Presi l’ascensore e salii al nono piano. Nella sala riunioni il team era già pronto. Sullo schermo era aperto l’ambiente di test. Gli investitori stavano entrando tramite il link protetto.

Riccardo Sala mi chiese:

— Partiamo?

— Partiamo.

La presentazione andò avanti senza intoppi. Senza Marco. Senza le sue interruzioni teatrali. Senza le sue frasi preferite sulla “gestione femminile” e sulla “forza gentile di Giulia”. A parlare furono quelli che il prodotto lo avevano costruito davvero: gli sviluppatori, l’analista, il responsabile dell’implementazione. Chiusi l’incontro con un accordo sul passaggio successivo.

Terminata la chiamata, nella stanza restò per qualche secondo un silenzio operativo. Denso, concentrato, necessario.

— Giulia Amato — disse Alessandro De Santis — ho preparato la nuova matrice degli accessi. Stavolta senza eccezioni per i parenti dei dirigenti.

— Perfetto. La porteremo in approvazione.

Verso l’ora di pranzo Marco inviò una lunga email. C’erano risentimento, accuse, allusioni alla nostra vita insieme, un paragrafo dedicato alla “mancanza di rispetto verso sua madre” e la richiesta di restituirgli la sua “quota legittima”.

Federica Coppola mi inoltrò la bozza di risposta.

Asciutta. Precisa. Priva di qualsiasi emozione.

“Marco Fontana non risulta titolare di alcuna quota registrata nel capitale sociale della società. Il diritto all’ottenimento del pacchetto opzionale è venuto meno a seguito del verificarsi delle condizioni previste dall’accordo sottoscritto. Ogni ulteriore comunicazione dovrà essere trasmessa tramite un rappresentante.”

Lessi il testo e risposi: “Approvato”.

La sera passai dal mio ufficio. Non da casa. Proprio dall’ufficio. Dovevo recuperare la copia cartacea del contratto con gli investitori.

Sulla scrivania trovai un portatile di riserva nuovo. Nero, senza adesivi, immacolato. Alessandro aveva già configurato gli accessi. Accanto c’era un biglietto: “Materiali ripristinati. Rischi chiusi”.

Sfiorai con un dito il bordo del coperchio. Solo per verificare che si chiudesse bene. Poi aprii l’agenda.

L’indomani: incontro con l’avvocato per la separazione.

Il giorno dopo: assemblea dei soci per modificare il regolamento sugli accessi ospiti.

La settimana successiva: stima del danno e diffida a Renata Rossetti.

Tra un mese: revisione completa di tutte le deleghe gestionali.

Un tempo avrei definito tutto questo un periodo difficile. Ora gli davo un altro nome: rimettere ordine.

Marco aveva cercato di occupare il mio posto passando dalla stanchezza, dai legami familiari e dalle mani di qualcun altro. Pensava che, se sua madre avesse scagliato a terra il mio portatile, io mi sarei messa a giustificarmi. Che avrei chiesto di non confondere casa e lavoro. Che lo avrei supplicato di non portare le faccende familiari dentro l’azienda.

Si era sbagliato su un punto.

Io sapevo separare la vita privata da quella societaria da molto tempo. Avevo soltanto evitato, troppo a lungo, di applicare quella regola a mio marito.

Il suo ultimo messaggio arrivò a tarda sera.

«Mi hai lasciato senza niente».

Guardai quelle parole e, per la prima volta in tutta la giornata, espirai con calma.

Non ero stata io a lasciarlo senza niente. Era stato lui a posare sul pavimento la sua futura quota, nel momento esatto in cui aveva deciso che il mio lavoro potesse essere mandato in frantumi dalle mani di un’altra persona.

Spensi lo schermo del computer, presi il contratto e uscii dall’ufficio verso gli ascensori. Dietro la parete di vetro restava un’azienda che non fingeva più di essere la cucina di famiglia.

Amore o Soldi