che prima o poi avrebbero ceduto.
Non cedettero.
Terminata la riunione, Federica Coppola preparò il verbale e lo stampò. Io lo firmai per prima. Poi firmò Vittorio Romano. Subito dopo appose la sua firma Riccardo Sala. Alessandro De Santis allegò la relazione tecnica, con log, descrizione dell’incidente e valutazione preliminare dei rischi.
Pochi minuti più tardi, sul monitor della postazione di Marco, nel suo ufficio, comparve il messaggio standard del sistema: «Account disattivato dall’amministratore».
Lo vide con i suoi occhi.
Io ero ferma sulla soglia. Non lo incalzai. Non alzai la voce. Non aggiunsi nulla.
Sulla sua scrivania c’erano tre portabiglietti da visita, una penna costosa, un fermacarte con il logo della società e una pila di presentazioni in cui aveva cambiato di propria iniziativa il titolo, attribuendosi quello di «partner operativo». In passato avevo finto di non accorgermene. Troppo lavoro, troppi progetti aperti, troppa abitudine a smussare gli angoli pur di non creare attriti.
Adesso, invece, ogni dettaglio diventava una prova.
— Stai distruggendo la nostra famiglia per un portatile — disse Marco.
— No. Quel portatile mi ha solo permesso di vedere l’intero schema.
— Quale schema?
— Pressioni in casa. Pressioni in ufficio. Colloqui con i dipendenti alle mie spalle. Tentativi di ottenere materiali riservati. E la sceneggiata di oggi con Renata Rossetti.
Batté il palmo sul tavolo. Non abbastanza forte da fare davvero paura. Abbastanza da produrre rumore.
— È una donna anziana!
— È una persona capace di intendere e di volere, entrata in ufficio usando il tuo badge.
— Vuoi portare mia madre in tribunale?
— Voglio proteggere la società.
— La società sono anch’io!
— Non più.
Fu in quel momento che capì.
Non quando il portatile era finito a terra. Non quando Luca Ferrara si era piazzato davanti alla porta. Non quando l’avvocata aveva letto la clausola del contratto.
Capì davanti a quelle due parole.
Non più.
Il suo telefono cominciò a vibrare. Una volta. Poi una seconda. Poi una terza. Guardò lo schermo e voltò subito la faccia, come se quel rettangolo luminoso lo avesse colpito. Alla fine aprì la notifica.
Era una mail della segreteria societaria.
«Comunicazione di cessazione della partecipazione al piano di stock option».
Subito dopo arrivò un messaggio dal reparto sicurezza.
«Accessi bloccati».
Poi una comunicazione dalle risorse umane.
«Provvedimento di sospensione dall’esercizio delle funzioni per la durata dell’indagine interna».
Marco si lasciò cadere lentamente sulla poltrona. Senza scena madre. Senza teatralità. Semplicemente perché, all’improvviso, stare in piedi era diventato scomodo.
— Giulia — disse, e la sua voce non era più la stessa. — Parliamone a casa.
— Ne parleremo tramite i legali.
— Dici sul serio?
— Sì.
— Sono tuo marito.
— Per ora. La domanda di separazione verrà presentata con una procedura distinta.
Provò ad accennare un sorriso, ma il suo viso non riuscì a sostenerlo.
— Quindi hai già deciso tutto.
— Hai deciso tu questa mattina, quando hai detto: “Mamma ha rotto il tuo stupido portatile”. Solo che non avevi capito che non era il portatile, ciò che era stato rotto.
Non replicò.
Dal corridoio arrivava la voce di Renata Rossetti, impegnata a discutere con Luca Ferrara. Le frasi giungevano a pezzi, tagliate dalla distanza.
— Sono la madre del vicedirettore!
— La accompagno all’uscita.
— Sono una donna anziana!
— La accompagno all’uscita.
Uscii dall’ufficio e andai verso di loro.
Appena mi vide, Renata si raddrizzò, irrigidendo la schiena.
— Allora? Ti sei divertita abbastanza? Vedrai cosa ti farà Marco adesso.
— Marco non è più vicedirettore.
Il suo volto rimase immobile.
— Che cosa?
— È stato sospeso. Il suo pacchetto opzionale è stato revocato. Gli accessi sono stati chiusi. Per il danneggiamento dell’attrezzatura riceverà una richiesta formale di risarcimento.
— Per un pezzo di ferro?
— Per delle condotte. Il “pezzo di ferro” ha soltanto contribuito a documentarle.
Lei strinse la tracolla della borsa con entrambe le mani.
— Non oserai trattare così la tua famiglia.
— In ufficio non esiste la famiglia. In ufficio esistono ruoli, beni aziendali, autorizzazioni e responsabilità.
— E tu chi saresti, senza mio figlio?
Spostai lo sguardo verso l’insegna fissata alla parete. CedroSoft S.r.l. Sotto, una targhetta metallica più piccola riportava: «Amministratore delegato – Giulia Amato».
Non era un ornamento. Non era vanità. Era semplicemente un fatto.
— L’amministratore delegato — risposi.
Luca Ferrara aprì per Renata la porta che dava al vano ascensori. Lei sembrò sul punto di aggiungere qualcosa, ma in quel momento Marco uscì dal suo ufficio con una scatola tra le braccia.
Dentro c’erano i suoi effetti personali: due libri di management, un alimentatore, un paio di cuffie, un supporto in legno per il telefono. In cima a tutto, il portabiglietti da visita con la scritta «partner operativo», quello che aveva fatto ordinare senza autorizzazione.
Renata guardò la scatola. Poi guardò suo figlio.
— Marco?
Lui non sostenne il suo sguardo.
— Andiamo, mamma.
Nel corridoio degli ascensori si voltò verso di me.
— Te ne pentirai.
— Ogni contestazione va presentata per iscritto — dissi.
Le porte dell’ascensore si chiusero.
Tornai nella sala riunioni. Proprio quella. Sul tavolo non c’erano più frammenti, né cavi, né vetro spezzato. Un addetto alla sicurezza informatica aveva sistemato al centro un portatile di riserva. Riccardo Sala aveva già aperto sullo schermo il pannello per il ripristino del progetto.
— Il codice è integro — mi informò. — I repository sono puliti. Le chiavi sono state rigenerate. I materiali brevettuali sono stati recuperati dall’archivio sicuro. Abbiamo perso solo la scocca e un paio d’ore di lavoro.
— Non solo la scocca — risposi.
Riccardo capì e non chiese spiegazioni.
Verso sera arrivò il legale esterno. Un uomo tranquillo, con una cartellina sottile sotto il braccio e l’abitudine di porre domande brevi, quasi chirurgiche. Esaminò il video, i registri degli accessi, il verbale del consiglio, l’accordo relativo al pacchetto opzionale e il rapporto sul danneggiamento dell’attrezzatura.
— Sul piano delle stock option la posizione è solida — disse alla fine. — Anche sul danno materiale. Per la parte lavoristica, invece, bisogna procedere con precisione: sospensione, indagine interna, richiesta di chiarimenti, provvedimento formale. Niente frasi superflue.
— Non ci saranno frasi superflue.
— Bene. E per la parte familiare?
Presi un’altra cartella dal cassetto e la posai davanti a lui. Dentro c’erano le copie dei documenti dell’appartamento, gli estratti conto dei miei conti personali e una bozza della domanda di separazione.
— Quella resta separata — dissi. — Nessun collegamento con la società.
L’avvocato annuì.
— È la strada corretta.
La sera Marco mi inviò il primo messaggio.
«Dobbiamo calmarci».
Non risposi.
Un minuto dopo ne arrivò un secondo.
«Mamma sta male per questa storia».
Non risposi nemmeno a quello.
Poi comparve il terzo.
«Non puoi cancellare vent’anni così».
Rimasi a fissare lo schermo per qualche istante. Poi disattivai le notifiche fino al mattino. Non bloccai il numero: per quello era ancora presto.
