La donna depose sul tavolo un foglio con il timbro ufficiale.
— La registrazione temporanea è stata revocata dopo l’accertamento dell’uso di documentazione non autentica. La perizia ha confermato che la firma della proprietaria è stata contraffatta.
Il sangue sparì dal volto di Antonio Vitali.
— E non è tutto. — La rappresentante dell’ufficio aprì la cartellina che teneva sotto il braccio. — Signor Vitali, nei suoi confronti è stato avviato un procedimento penale per truffa aggravata finalizzata all’indebita percezione di contributi pubblici. Il contratto presentato per ottenere il sussidio statale risulta falso.
— Giulia! — Martina De Santis lanciò un urlo acuto, portandosi le mani al ventre e lasciandosi scivolare verso il pavimento. — Giulia, ti prego! Antonio finirà in carcere! Siamo sangue dello stesso sangue, come puoi farci questo? Aspetto un bambino!
Rimasi a fissare quelle lacrime recitate, senza provare più nulla.
— Avete venduto la casa di mia nonna alle mie spalle, quando avevo appena diciotto anni — dissi, sostenendo il suo sguardo senza abbassare gli occhi. — E adesso avete provato a portarvi via anche il mio appartamento. Prendete le vostre valigie e uscite da casa mia.
Per evitare una pena detentiva effettiva, in relazione all’accusa prevista dall’articolo 640-bis del codice penale, Antonio fu costretto ad ammettere ogni cosa e ad accordarsi con gli inquirenti. Il giudice gli inflisse una multa pesantissima e lo obbligò a restituire allo Stato tutte le somme ricevute indebitamente.
Risparmi, naturalmente, non ne aveva. Per saldare i debiti e pagare l’avvocato, dovette svendere la quota che possedeva nell’appartamento dei suoi genitori.
Adesso lui, Martina De Santis e il loro figlio appena nato vivono ammassati in un minuscolo alloggio d’angolo, in una vecchia palazzina popolare della madre di Antonio, all’estrema periferia. I soldi mancano sempre. Lui lavora come semplice facchino in un mercato edile e, la sera, si stordisce con alcol da quattro soldi. Martina litiga ogni giorno con la suocera per i piatti sporchi, i pavimenti non lavati e qualunque altra sciocchezza. I vicini chiamano spesso la polizia: urla furibonde, porte sbattute, pentole che volano in cucina.
Lo so perché mia madre, di tanto in tanto, mi telefona piangendo. Mi accusa di essere senza cuore. Grida che ho distrutto la vita di mia sorella e che ho lasciato mio nipote senza un tetto dignitoso.
Io non rispondo. Premo soltanto il tasto rosso e chiudo la chiamata.
Dalle finestre del mio appartamento entra una luce morbida, che si posa sulle pareti tingendole di oro caldo. Sul tappeto soffice, accanto ai miei piedi, dormicchia il labrador Raffaele Bellini, disteso di traverso, il naso umido affondato tra le zampe.
Ho difeso ciò che era mio. Non ho rubato niente a nessuno, non ho vissuto sulle spalle degli altri e non permetterò più a nessuno di prendersi quello che mi appartiene.
La mia coscienza è pulita.
