Sfogliò i fogli con evidente svogliatezza, uno dopo l’altro, finché non gli misi davanti l’unica carta capace di far cambiare aria alla faccenda.
Il giorno prima avevo chiamato Claudia Lupi, una mia vecchia compagna di università che lavorava al Dipartimento per le politiche abitative. Ci incontrammo in un bar affollato vicino alla stazione, davanti a due americani amari e ormai quasi freddi. Claudia, dopo essersi guardata intorno con prudenza, aprì l’accesso alla banca dati interna. Quello che comparve sullo schermo mi strappò il primo sorriso dopo una settimana intera di rabbia e insonnia.
Antonio Vitali, che risultava ufficialmente disoccupato, aveva presentato domanda per ottenere un contributo regionale nell’ambito del programma “Giovani coppie”: un rimborso destinato al pagamento dell’affitto. Tra i requisiti obbligatori c’era un contratto di utilizzo dell’alloggio con una superficie minima di diciotto metri quadrati per persona. E quel fenomeno, con una faccia tosta da manuale, aveva allegato proprio il contratto falso intestato al mio appartamento.
A quel punto non si trattava più di una lite tra parenti, né di una scenata domestica finita male. La questione diventava truffa ai danni dello Stato per indebita percezione di erogazioni pubbliche. E quando qualcuno prova a mettere le mani sui soldi del bilancio pubblico, la macchina della giustizia smette di sonnecchiare.
Claudia mi confermò anche il dettaglio decisivo: il provvedimento per l’assegnazione del contributo ad Antonio era già stato firmato. La prima tranche, circa milleduecento euro, sarebbe dovuta partire verso la sua carta proprio quel venerdì.
— Bene, cari parenti — mormorai uscendo dal Dipartimento, mentre un vento umido mi tagliava il viso. — Adesso giochiamo secondo le mie regole.
Il venerdì sera infilai la chiave nella serratura di casa mia e aprii senza bussare. Questa volta il chiavistello non era stato tirato: aspettavano una consegna di cibo e avevano abbassato la guardia.
Dietro di me entrarono tre persone. Il capitano Bruno Mancini, ispettore di zona, aveva la solita espressione cupa e le spalle larghe di chi non ama perdere tempo. Con lui c’erano una funzionaria dell’ufficio anagrafe, in divisa blu, e una rappresentante del Dipartimento abitativo, che stringeva una pesante cartella di pelle scura.
Dalla cucina arrivavano la risata squillante di Martina De Santis e il tintinnio delle posate. Stavano festeggiando: sul tavolo c’erano il cartone unto di una pizza e una bottiglia di vino dolce. Antonio se ne stava sprofondato nella mia poltrona, con le gambe appoggiate sulla sedia accanto, come fosse il padrone di casa.
— Oh, è arrivata Giulia Fontana! — esclamò Martina, allargando le braccia in modo teatrale. Poi vide le divise e il sorriso le si congelò addosso. Il formaggio filante della fetta che teneva in mano rimase sospeso come un filo sporco.
— Lei è Antonio Vitali? — domandò Mancini avanzando di un passo e riempiendo quasi tutta la cucina con la sua presenza. — Capitano Bruno Mancini. Mi mostri i documenti.
— Qual è il problema? — Antonio tentò di alzarsi, ma le ginocchia gli tremarono in modo fin troppo evidente. — Noi abbiamo la registrazione qui, è tutto in regola…
— Avevate una registrazione — lo corresse la funzionaria dell’ufficio anagrafe, con tono asciutto.
