— Smettila di fare la direttrice, Giulia Amato! — sbottò Renata Rossetti, sollevando il mio portatile aziendale sopra il tavolo. — Alla tua età una donna dovrebbe starsene a casa, non dare ordini agli uomini.
— Lo rimetta dov’era, — dissi.
— Troppo tardi, — intervenne Marco Fontana.
Il computer colpì prima lo spigolo del tavolo della sala riunioni, poi cadde sul pavimento. La scocca si spaccò. Lo schermo ebbe un ultimo lampo e diventò nero.
Renata Rossetti se ne stava al centro della sala riservata della CedarSoft S.r.l., con una giacca chiara addosso e un pass visitatori appeso al collo. Aveva settantaquattro anni, ma in quell’ufficio che non era suo si muoveva come se fosse venuta a controllare che in casa propria fosse tutto in ordine.

Marco, mio marito e mio vice, non fece neppure un passo.
Si limitò a sistemarsi il polsino della camicia e mi guardò con l’aria di chi si aspetta che l’altro cominci subito a giustificarsi.
— Mia madre ha rotto quel tuo stupido portatile, — disse. — Ormai piangere non serve.
Abbassai gli occhi sul coperchio ammaccato. Sulla cerniera spezzata. Sull’etichetta del reparto sicurezza informatica, che adesso sporgeva di lato, piegata in modo ridicolo.
Su quel computer c’erano materiali per le domande di brevetto. Un ramo chiuso del codice sorgente. Descrizioni tecniche dei moduli che stavamo preparando per mostrarli agli investitori.
Le chiavi senza secondo fattore non erano salvate lì. I backup esistevano. Non ero una ragazzina con l’unica copia dei file infilata in una chiavetta dentro la borsa.
Ma questo non cambiava il punto essenziale.
Davanti a me era appena stato danneggiato un bene aziendale.
E non era successo durante una lite domestica. Non sulle scale di un condominio. Non per sbaglio.
Era successo in una sala riunioni. Sotto le telecamere. Con il sistema di registrazione attivo. Alla presenza del mio vice, che aveva fatto entrare una persona esterna in un’area ad accesso limitato.
— Marco, — dissi. — Chi ha autorizzato il pass visitatore per tua madre?
Lui alzò una spalla.
— Io. E allora?
— Chi l’ha accompagnata qui senza una richiesta alla sicurezza?
— L’ho accompagnata io. Giulia, non ricominciare con i tuoi regolamenti. Mia madre voleva parlare.
— Ha parlato.
Renata Rossetti fece un verso sprezzante.
— Finalmente qualcuno ti ha fatto capire che non sei una regina. Marco si porta tutto sulle spalle da anni. Tu invece te ne stai seduta in poltrona a recitare la parte del capo.
Annuii. Una volta sola.
— Chiaro.
Quella parola, breve e piatta, spostò tutto.
Marco ancora non lo aveva capito. Era abituato a vedermi discutere. Spiegare. Ricordargli che la società l’avevo fondata prima che lui arrivasse. Che i primi contratti li avevo firmati io. Che il primo server stava sotto la mia scrivania. Che pagavo gli stipendi del team prima di pagare me stessa.
Era abituato al fatto che io reggessi la casa, l’ufficio, i bilanci, i clienti e perfino il suo amor proprio.
In quell’istante, smisi di reggerlo.
Presi il telefono interno dal tavolo.
— Mandate subito in sala riunioni la sicurezza, l’ufficio legale e Riccardo Sala. Urgente. Sì, adesso. E predisponete una riunione straordinaria del consiglio di amministrazione per le undici e quaranta. Ordine del giorno: danneggiamento di bene aziendale, sospensione degli accessi del vicedirettore, cessazione del pacchetto di stock option intestato a Marco Fontana.
Alla parola “stock option”, Marco perse la sua calma studiata.
— Ma che diavolo stai dicendo?
— Sto formulando l’ordine del giorno.
— Giulia, stai reagendo di pancia.
— No.
Ed era vero. Non c’era rabbia, in quel momento. C’era solo una linea d’azione, nitida e continua.
Renata Rossetti sollevò il mento.
— Quale consiglio, adesso? Io sono la madre di tuo marito. Ho il diritto di dire quello che penso.
— Di parlare, sì. Di danneggiare un bene della società, no.
— Ma per favore. Un pezzo di ferro.
— Un dispositivo aziendale con accesso limitato.
— Hai sentito, Marco? — disse lei, voltandosi verso il figlio. — Anche a casa parla così? Come se avesse davanti dei sottoposti?
Marco si avvicinò di un passo.
— Giulia, annulla questa pagliacciata. Subito.
Guardai la sua mano destra. Stringeva il mio vecchio pass da responsabile di progetto. Nero. Proprio quello che era sparito una settimana prima.
Allora avevo pensato che fosse rimasto in macchina.
— Dammi il pass.
— Quale pass?
— Il mio vecchio badge. Ce l’hai in mano.
Lui serrò le dita sulla tessera di plastica.
— Non ha importanza.
— Da questo momento ha importanza tutto.
La porta si aprì. Entrò la guardia, Luca Ferrara. Dietro di lui comparve Federica Coppola, legale della società, con un tablet e una cartellina sottile. Subito dopo arrivò Riccardo Sala, direttore tecnico. Lui guardò immediatamente il pavimento.
— È il portatile aziendale di Giulia Amato? — chiese.
— Lo era, — risposi. — Chiedi agli amministratori il blocco immediato delle sessioni, la rigenerazione dei token e un audit completo degli accessi degli ultimi sette giorni.
— Me ne occupo subito.
Tirò fuori il telefono e uscì nel corridoio senza fare una sola domanda inutile.
Marco si voltò verso di me di scatto.
— Mi stai facendo passare per ladro davanti ai miei dipendenti?
— Sto registrando un incidente.
— Io sono tuo marito.
— E sei il mio vice. In questa stanza, il secondo punto conta di più.
Quella frase lo colpì più di qualsiasi litigio. Perché a casa poteva ancora recitare la parte del marito offeso. In ufficio restavano soltanto incarichi, procedure e firme.
Renata Rossetti afferrò la borsa dalla sedia accanto.
— Marco, noi ce ne andiamo. Che questa signora così importante se la sbrighi da sola con i suoi giocattoli.
— Per il momento non andate da nessuna parte, — disse Federica Coppola. — Dobbiamo raccogliere le vostre dichiarazioni.
Mia suocera si girò di colpo.
— E lei chi sarebbe?
— Il legale della società.
— Siete tutti al guinzaglio di quella lì.
Federica aprì il tablet.
— Luca Ferrara, per favore, garantisca la presenza dei testimoni e metta al sicuro le registrazioni delle telecamere.
La guardia si posizionò davanti alla porta. Senza aggressività. Semplicemente, rimase lì.
Marco mi guardò, e nella sua espressione non c’era più la sicurezza di poco prima.
— Giulia, stai superando il limite.
— No. Lo sto rimettendo al suo posto.
Alle undici e quaranta ci riunimmo nella sala grande. Non in quella dove giaceva il portatile distrutto. Lì stava già lavorando un tecnico: fotografava i danni, controllava il numero d’inventario e raccoglieva i frammenti della scocca in una busta trasparente.
Nel nostro statuto il consiglio di amministrazione era previsto come organo separato, necessario per gli investitori, per il piano di stock option e per tutte le procedure interne più sensibili.
