“Martina, togliti immediatamente quella vestaglia, raccogli le tue cose e sparisci. Avete dieci minuti esatti” urlai, sbattendo il pugno contro la porta e fissando la sorella con lo sguardo gelido

Una prepotenza vergognosa scuote la mia dignità.
Storie

Diceva che, nel mio appartamento, risultavano registrate temporaneamente due persone: Antonio Vitali e Martina De Santis. Durata della registrazione: cinque anni. Motivo indicato: contratto di comodato d’uso gratuito dell’immobile. E, nella casella “Proprietaria”, c’era una firma che avrebbe dovuto essere la mia, ma sembrava tracciata da una mano ubriaca e impaziente.

Mi lasciai cadere contro lo schienale della sedia. Le dita mi si fecero fredde, quasi senza sangue.

Da avvocata specializzata in diritto immobiliare, capii all’istante dove volevano arrivare. Martina era incinta. Appena fosse nato il bambino, lo avrebbero registrato automaticamente dove risultava domiciliata la madre, senza chiedere alcun consenso alla proprietaria. E poi, togliere la residenza a un neonato “senza destinazione” sarebbe diventato un incubo: tribunali, servizi sociali, rinvii, pareri, anni buttati. Io sarei rimasta intrappolata nei procedimenti fino alla sua maggiore età, mentre Antonio avrebbe continuato a scolarsi birra nella mia cucina come se casa mia fosse roba sua.

Voltai lo sguardo verso il portachiavi accanto alla porta. Era vuoto.

Martina si era presa il duplicato un mese prima, quando era passata da me con la scusa innocente di “bere solo un tè”.

Dentro di me si riaprì una ferita vecchia, bruciata fino all’osso. Avevo diciotto anni quando i miei genitori vendettero di nascosto la casa in legno della mia defunta nonna, nelle campagne del Varesotto. Era l’unico posto in cui mi fossi mai sentita davvero al sicuro. Il ricavato finì nel matrimonio pacchiano di Martina: villa fuori città, limousine, musicisti gitani, tutto in grande stile. Sei mesi dopo quel matrimonio era già a pezzi, mentre la casa della mia infanzia era sparita per sempre. I miei si limitarono ad allargare le braccia: «A Martina serviva di più, lo sai com’è fragile».

Allora ero rimasta senza niente.

Adesso, però, avevo trentatré anni. E dietro di me c’erano centinaia di cause vinte.

Chiusi il portatile e inspirai a fondo.

Pensavano che sarei corsa in tribunale a piangere, contestando quel contratto falso con una causa civile interminabile? No. Quella strada era troppo lenta. Io sarei entrata da un’altra porta, con carte capaci di rovinargli la vita una volta per tutte.

La mattina seguente uscii senza fare rumore.

Martina dormiva beata sul mio divano. Antonio russava in cucina, con la guancia non rasata spiaccicata sul tavolo appiccicoso, accanto a una lattina vuota di Moretti. Che si godessero pure l’illusione di aver vinto. A me serviva solo guadagnare tempo.

Per prima cosa andai da un perito che conoscevo. Cinquanta euro per l’urgenza e, quella stessa sera, avevo sulla scrivania una relazione ufficiale di grafologia forense. Il timbro blu parlava chiaro: la firma sul contratto di comodato non era stata apposta da me. L’aveva imitata qualcun altro. Una mano estranea, probabilmente maschile, a giudicare dalla pressione irregolare e troppo marcata.

Nello stesso giorno depositai una denuncia al commissariato: falsificazione di documenti e registrazione fittizia della residenza. Il tenente di turno accolse il fascicolo con l’aria stanca di chi si aspetta soltanto un’altra seccatura.

Amore o Soldi