“Martina, togliti immediatamente quella vestaglia, raccogli le tue cose e sparisci. Avete dieci minuti esatti” urlai, sbattendo il pugno contro la porta e fissando la sorella con lo sguardo gelido

Una prepotenza vergognosa scuote la mia dignità.
Storie

— Apri subito, ti ho detto! O chiamo i Vigili del fuoco e faccio tagliare quelle serrature, al diavolo! — urlai, assestando un colpo secco con il pugno contro la porta rivestita in similpelle.

La chiave girò nella toppa solo a metà e poi si bloccò con un rumore sordo. Dall’altra parte scattò anche il catenaccio, quello che io, in casa mia, non avevo mai l’abitudine di chiudere.

La porta si socchiuse lentamente. Sulla soglia comparve mia sorella minore, Martina De Santis. Indossava la mia vestaglia preferita, quella color smeraldo, di seta vera, comprata con il premio ricevuto al lavoro in un grande magazzino del centro. L’orlo strisciava sul pavimento sporco.

— Oh, Giulia, ma perché fai tutto questo casino? — sbadigliò Martina, appoggiandosi una mano sul ventre già arrotondato. — Stavamo ancora dormendo, tanto per dire.

Entrai senza aspettare il permesso e calpestai un paio di scarpe da ginnastica sformate, non mie, con le punte rovinate. Sul mobile dell’ingresso erano ammucchiati volantini pubblicitari, chiavi unte e un pacchetto di sigarette vuoto.

Dentro il vaso del mio ficus, quello che curavo da anni, spuntava un mozzicone. Una striscia grigia di cenere macchiava le foglie lucide. Strinsi i pugni così forte da sentire le unghie affondare nella pelle.

— Martina, togliti immediatamente quella vestaglia, raccogli le tue cose e sparisci. Avete dieci minuti esatti.

— Ehi, avvocata, buongiorno anche a te, — arrivò dalla cucina una voce lenta e insolente.

Nel vano della porta apparve Antonio Vitali, il marito di mia sorella. Se ne stava lì in mutande grigie di cotone, con una bottiglia di birra appannata in mano. Su una spalla gli si vedeva un graffio fresco.

— Perché tutto questo baccano? — sogghignò, bevendo direttamente dal collo della bottiglia. — Noi siamo qui in modo perfettamente regolare. La legge la conosci, no? È il tuo mestiere.

— Antonio, chiudi quella bocca prima che ti sistemi io i denti, — sibilai, avanzando fino a trovarmi a un passo da lui. — Fuori da casa mia. Adesso.

— Non puoi mandarci via, Giulia, — piagnucolò Martina, gonfiando le labbra e nascondendosi dietro la schiena larga del marito. — Antonio ha detto che il tuo trilocale è enorme, tu ci vivi da sola come un’eremita, e io tra poco devo partorire. Da parenti, non abbiamo forse diritto a condizioni decenti?

— Abbiamo un documento, padrona di casa, quindi respira. Non ce ne andiamo tanto presto.

Mi rifugiai nella mia camera da letto e chiusi a chiave proprio davanti al naso di Antonio, che dall’altra parte cominciò a bestemmiare. Il cuore mi batteva così forte da sembrarmi incastrato in gola.

Aprii il portatile, entrai nel portale dei servizi pubblici e selezionai il mio profilo personale. La pagina caricava con una lentezza esasperante, come se volesse consumarmi l’ultima briciola di pazienza. Alla fine, lo schermo lampeggiò.

Nella sezione dedicata alla mia abitazione compariva una nuova comunicazione del Ministero dell’Interno: riguardava il mio trilocale.

Amore o Soldi