Pagate l’affitto, le rate, la spesa. Da soli. Senza di me.
Nell’appartamento calò un silenzio pesante, quasi irreale. Persino Paola Bellini rimase zitta per qualche secondo: doveva aver capito anche lei di essersi spinta troppo oltre.
— Chiara… dici davvero? — mormorò Alessandro, pallido. — Tra due mesi ci sposiamo. Il ristorante è già prenotato. Il tuo abito è nell’armadio.
— Disdiremo il ristorante e venderò il vestito — risposi con una calma che stupì perfino me. — È comunque meglio che passare la vita a fare da bancomat a tua madre. Io volevo una famiglia, Alessandro. Una famiglia vera, fatta da due persone adulte che si rispettano e si sostengono alla pari. Tu, invece, vuoi continuare a essere il figlio perfetto… però con i miei soldi. E devo ammetterlo, ti riesce benissimo. Resta pure con lei.
Andai in camera e cominciai a prendere le mie cose. Alessandro mi seguiva da una stanza all’altra: prima mi supplicò, poi cambiò tono, mi accusò di essere egoista, ingrata, crudele. Alla fine iniziò anche a urlare. Paola Bellini, nel frattempo, si era sistemata in cucina e si portava teatralmente una mano al petto, come se da un momento all’altro dovesse svenire. Ma ormai non mi faceva più effetto niente. L’incantesimo si era rotto.
Dopo un’ora trascinai la valigia fino all’ingresso. Posai le chiavi sulla mensola, accanto al portamonete.
— Addio, Alessandro.
Quando uscii dal portone, respirai a fondo l’aria fredda dell’autunno. La pioggia era cessata e, tra le nuvole sfilacciate, filtrava una lama di sole. Faceva male, certo. Mi bruciava pensare agli anni buttati, alle promesse, ai progetti immaginati e mai realizzati. Però, insieme al dolore, sentivo qualcosa di ancora più forte: una leggerezza quasi incredibile. Come se mi fossi liberata di un sacco enorme, pieno di debiti altrui, pretese, capricci e ricatti emotivi.
Presi il telefono, bloccai il numero di Alessandro Parisi e quello di sua madre, poi chiamai un taxi. La vita andava avanti. E, da quel momento, sarebbe stata davvero la mia: una vita in cui decidevo io per cosa pagare e chi amare.
Passarono alcuni mesi. Alla fine comprai casa: non era grande, solo un piccolo monolocale, ma era mio. Mi dedicai alla ristrutturazione con un entusiasmo che non provavo da anni. Sceglievo ogni piastrella, ogni lampada, ogni maniglia come se stessi ricostruendo me stessa, pezzo dopo pezzo.
Un pomeriggio, tornando da un negozio di bricolage con due sacchetti pieni di vernice e accessori, incontrai per caso una conoscente comune, Martina Ferrara.
— Chiara! Ma ciao! — esclamò, abbracciandomi. — Stai benissimo. Hai proprio un’altra luce.
— Grazie, Martina. Sto bene davvero. Tu invece?
— Tutto a posto. Sai, qualche giorno fa ho visto il tuo ex, Alessandro Parisi. È dimagrito parecchio, sembrava distrutto.
— Ah sì? — chiesi senza particolare interesse. — Che gli è successo?
Martina abbassò un po’ la voce, come se mi stesse raccontando una lunga telenovela.
— Guarda, una storia assurda. Lui e sua madre sono rimasti in quell’appartamento in affitto. Intanto Paola Bellini ha affittato casa sua a degli studenti, ma quelli hanno combinato un disastro: si è rotta una tubatura e hanno allagato mezzo appartamento. Ora servono lavori seri, praticamente da rifare tutto. Solo che non c’era un contratto regolare, quindi dagli inquilini non riesce a ottenere nulla. E la rata della macchina va comunque pagata. Alessandro fa due lavori, è sempre nervoso, sempre stanco. Sua madre adesso vive con lui in un monolocale più economico e gli rinfaccia dalla mattina alla sera che guadagna troppo poco e che non è capace di aiutarla con la ristrutturazione.
La ascoltai senza provare né soddisfazione né pena. Era soltanto la naturale conseguenza di una scelta. Ognuno prende la propria strada. Alessandro aveva scelto di sacrificare la sua vita pur di restare il “bravo figlio”. Quella era la sua.
— E poi… — aggiunse Martina, avvicinandosi ancora — mi ha chiesto di te. Dice che si pente, che è stato uno stupido. Che sua madre gli ha rovinato l’esistenza.
Sorrisi appena.
— Non è stata sua madre a rovinargliela, Martina. È stato lui a permetterglielo. A una persona con una spina dorsale vera, la vita non la distruggi così facilmente.
Ci salutammo, e io ripresi la strada verso il mio piccolo appartamento nuovo, caldo, accogliente. In tasca il telefono vibrò: era arrivata la notifica dello stipendio. Mentalmente feci due conti: bollette, spesa, una quota da mettere via per una vacanza. E nessuna rata di qualcun altro. Nessun debito imposto. Nessun conto da pagare per conquistare amore e approvazione.
Aprii la porta con la mia chiave e fui accolta dall’odore di pittura fresca e caffè. Sul davanzale fioriva un ficus comprato il giorno del trasloco, come simbolo di una nuova partenza. La vita mi sembrò bellissima proprio perché, finalmente, non c’era più spazio per chi pretendeva di arrivare alla propria felicità facendosi trasportare sulle spalle degli altri.
Quella sera mi sedetti con una tazza di tè davanti alla finestra e guardai le luci della città accendersi una dopo l’altra. Mi tornò in mente quel messaggio con l’elenco dei pagamenti. Strano a dirsi, ma provai quasi gratitudine verso Paola Bellini. Se non fosse stata tanto arrogante, forse non avrei visto in tempo il vero volto dell’uomo con cui stavo per legare la mia vita. Senza volerlo, mi aveva salvata da un errore enorme.
Per questo, forse, un grazie glielo dovevo.
Ma la sua macchina non gliel’avrei pagata comunque. Neanche per riconoscenza.
