— E sono io a stabilire chi può restarci e chi no.
— Chiara, ti sei bevuta il cervello?
— No, Lorenzo. Per la prima volta dopo tanto tempo mi si sono schiarite le idee — ribatté lei, indicando l’ingresso con un gesto netto. — Non permetterò più a nessuno di trattare me e il mio lavoro come se non valessimo niente, soprattutto dentro casa mia. Fate le valigie e andatevene.
— Chiara Rinaldi, non puoi parlare sul serio — disse Lorenzo Rossetti, tentando di prenderle una mano.
Lei si sottrasse subito, come se quel contatto bruciasse.
— Parlo serissimo. Avete sessanta minuti per raccogliere le vostre cose.
— Ma è mia madre! Dove vuoi che vada?
— Avreste dovuto pensarci prima, quando ha deciso di comandare nel mio appartamento — rispose Chiara, incrociando le braccia sul petto. La sua voce era bassa, ma non tremava. — Un’ora. Passato quel tempo, chiamo le forze dell’ordine e vi faccio accompagnare fuori come si deve.
Nerina Marchetti spalancò le braccia con aria teatrale.
— Lorenzo Rossetti! Hai sentito? Hai sentito come osa parlarmi? A me!
— Mamma, calmati… — mormorò lui, voltandosi verso di lei, evidentemente incapace di scegliere da che parte stare.
— Calmarmi? Ci sta buttando fuori! Ci manda in mezzo alla strada!
— Non in mezzo alla strada — la corresse Chiara, gelida. — Potete tornare nella casa di campagna da cui siete arrivati. Oppure prendete un appartamento in affitto, chiedete ospitalità a qualcuno, fate come preferite. Ma qui non vivrete più.
Senza aggiungere altro, Chiara si girò, entrò nella propria stanza e chiuse la porta a chiave. Dall’altra parte della parete arrivarono subito voci indignate, passi pesanti, ante sbattute con rabbia. Lei si sedette davanti al computer, ma non riuscì a rimettersi al lavoro: le dita le tremavano ancora troppo.
Passò circa una ventina di minuti. Poi udì Lorenzo trascinare le valigie lungo il corridoio. Nerina continuava a lamentarsi, tirava su col naso, sospirava come una martire, ma intanto riempiva borse e sacchetti. Chiara rimase immobile alla scrivania, il viso chiuso, ad ascoltare quel trambusto senza intervenire.
Dopo altri quaranta minuti, qualcuno bussò piano.
— Chiara, apri.
Lei si alzò e girò la chiave. Sulla soglia c’era Lorenzo Rossetti, con gli occhi arrossati e l’espressione di chi spera ancora in un ripensamento.
— Vuoi davvero che me ne vada?
— Sì.
— Per sempre?
— Sì.
Lui annuì lentamente, abbassò lo sguardo e tornò nell’ingresso. Chiara lo seguì. Nel corridoio erano ammucchiate valigie, buste, giacche infilate alla rinfusa. Nerina Marchetti si stava mettendo il cappotto, singhiozzando in modo rumoroso e ostentato.
— Spero proprio che tu trovi qualcuno disposto a sopportarti! — le sputò addosso come saluto. — Le donne come te i mariti le lasciano, prima o poi!
Chiara non rispose. Non ne valeva più la pena.
Lorenzo aprì la porta, portò fuori i bagagli sul pianerottolo, poi rientrò per aiutare sua madre. Nerina passò accanto alla nuora con il mento sollevato, rigida e offesa, come se fosse lei la vittima di un’ingiustizia imperdonabile.
La porta si richiuse.
Chiara rimase sola.
Restò in piedi al centro dell’appartamento, quasi senza respirare, e ascoltò. Nessuna voce. Nessun rimprovero. Nessuno che spalancasse la porta della sua stanza pretendendo tempo, energia, obbedienza. Dalla cucina arrivava soltanto il ronzio sommesso del frigorifero.
Si avvicinò alla finestra e guardò giù. Vide Lorenzo e sua madre caricare i bagagli in macchina. Per qualche minuto armeggiarono con il portabagagli, poi salirono a bordo. L’auto si allontanò e sparì oltre l’angolo.
Chiara tornò nella stanza, si sedette davanti al monitor e osservò il progetto lasciato a metà. Il piè di pagina da sistemare. La versione mobile da controllare. Il caricamento sul server. Ancora tre, forse quattro ore di lavoro.
Flesse le dita, tirò la tastiera verso di sé e si immerse di nuovo nel progetto. Poco alla volta i pensieri smisero di correre in cerchio. Le mani tornarono ferme. Spostò elementi sullo schermo, regolò colori, ricontrollò il codice, sistemò gli ultimi dettagli.
Nessuno entrò urlando.
Nessuno le ordinò di mollare tutto per correre al supermercato.
Nessuno la accusò di essere egoista, pigra o ingrata.
Chiara lavorò fino alle dieci di sera. Quando finì, caricò il sito sul server e inviò il link al cliente. Poi si lasciò andare contro lo schienale della sedia e chiuse gli occhi.
Sì, era rimasta sola. Senza marito, senza quella famiglia addosso. Ma aveva ripreso possesso della propria vita e del proprio spazio. Da quel momento in poi, nessuno avrebbe più deciso per lei dentro casa sua.
Si alzò, andò in cucina e mise l’acqua per il tè. Poi si sedette al tavolo con la tazza fra le mani e guardò fuori. Le luci della città brillavano dietro i vetri; da qualche parte, in lontananza, passò un’auto.
Silenzio. Pace. Libertà.
Il telefono non squillò.
Lorenzo Rossetti non chiamò.
E a Chiara Rinaldi, per la prima volta dopo tanto tempo, andava bene così.
