Poi, dopo circa una settimana, quell’equilibrio fragile cominciò a incrinarsi. Cecilia Pagano, ormai perfettamente a suo agio, decise che era arrivato il momento di “sistemare” la casa. Giulia Amato rientrò in soggiorno dalla cucina con una tazza di caffè in mano e si fermò di colpo: sugli scaffali non c’era più nulla come prima. Tutti i suoi libri erano stati spostati.
— Cecilia, mi scusi… perché ha toccato i miei libri? — chiese, restando immobile al centro della stanza.
— Perché? Sto mettendo ordine — rispose la suocera, passando uno straccio sul ripiano. — Qui era tutto buttato alla rinfusa. Volumi grandi accanto a quelli piccoli, romanzi mischiati ai manuali… Adesso sono in fila per altezza. Molto più decoroso.
— Però per me erano comodi così.
— Comodi! — sbuffò Cecilia con un mezzo sorriso sprezzante. — Voi giovani chiamate comodità il disordine. Ho dato un’occhiata anche in cucina: pentole sistemate senza criterio, cereali travasati in barattoli diversi… C’è parecchio da rivedere.
Giulia serrò le labbra. Avrebbe voluto rispondere, ma si impose di tacere. Non aveva intenzione di cominciare una lite per una mensola, anche se dentro di sé sentiva già montare l’irritazione. Tornò nello studio e chiuse la porta.
Con il passare dei giorni, però, Cecilia prese sempre più spazio. Commentava il modo in cui Giulia preparava la minestra, insinuava che in casa non si pulisse abbastanza, ripeteva che il bucato andava fatto più spesso e che perfino i piatti venivano lavati “nel modo sbagliato”. Simone Ferrara, quando la moglie provava a parlarne, liquidava tutto con un gesto della mano: sua madre voleva solo rendersi utile, non bisognava farci caso.
Una mattina di mercoledì, Giulia era seduta al computer e stava rifinendo il progetto grafico di una landing page per un cliente importante. Mancavano due giorni alla consegna e il lavoro era ancora tanto. Aveva appena trovato la concentrazione giusta e stava allineando alcuni elementi sullo schermo, quando la porta si spalancò di colpo. Cecilia entrò senza bussare.
— Giulia, possibile che tu non abbia niente di meglio da fare? — disse, piantandosi sulla soglia con le mani sui fianchi. — Vai al supermercato. Per pranzo mancano alcune cose: patate, cipolle, carote.
Giulia si voltò lentamente.
— Cecilia, sto lavorando. Tra mezz’ora ho una chiamata con il cliente.
— Lavorando! — la suocera agitò una mano con disprezzo. — Stai seduta su Internet a spostare immagini. Questo non è lavoro. Io, alla tua età, mi spaccavo la schiena in fabbrica: quello sì che era lavorare.
— È la mia professione, e mi pagano per farla. In questo momento non posso uscire.
— Non puoi? E allora chi ci va? Dovrei scendere io tutte quelle scale, alla mia età? Ho la schiena a pezzi!
Giulia inspirò a fondo, trattenendo una risposta troppo brusca.
— Ne parliamo dopo, per favore. Alle due mi libero e vado io.
Cecilia borbottò qualcosa tra sé, poi uscì sbattendo la porta con forza.
Il giorno seguente la scena si ripeté quasi identica. Giulia stava leggendo il documento tecnico inviato da un nuovo cliente, quando la suocera fece irruzione di nuovo.
— Giulia, vieni subito ad aiutarmi con le pulizie! Da sola non ce la faccio. Questo appartamento è enorme!
— Sono nel mezzo dell’orario di lavoro — rispose Giulia, senza nemmeno voltarsi, gli occhi ancora fissi sul monitor.
— Ecco, appunto. È proprio questo il problema: non fai nulla. Stai in casa tutto il giorno e non servi a niente. Alzati e dammi una mano.
— Io sto lavorando — scandì Giulia, stringendo i denti.
— Lavorando, certo! Una donna vera manda avanti la casa, non passa le giornate a fissare un computer.
A quel punto Giulia non riuscì più a controllarsi.
— Cecilia, basta entrare qui dentro senza bussare! Questa è la mia stanza, ed è anche il mio posto di lavoro. Guadagno dei soldi, soldi che tra l’altro permettono anche a lei di vivere qui senza problemi.
La suocera sbiancò per l’offesa, poi se ne andò pestando i piedi lungo il corridoio. Quella sera, appena Simone rientrò dall’ufficio, Cecilia gli raccontò di essere stata umiliata dalla nuora. Simone andò a parlare con Giulia, ma la conversazione prese subito una brutta piega.
— Giulia, perché sei stata così dura con mia madre? È una persona anziana.
— Simone, mi interrompe di continuo. Ho scadenze, clienti, responsabilità.
— E quindi? Non puoi aiutarla nemmeno per cinque minuti?
— Cinque minuti? Mi interrompe dieci volte al giorno.
