«Li hai portati tu davanti a un cancello chiuso», disse Camilla, con una calma che pesava più di un urlo. «Perché hai deciso che il mio no non contasse nulla.»
Diego Ruggiero sbatté il portellone del furgone con un colpo secco. I traslocatori risalirono in cabina, infastiditi e stanchi. Luca Martini recuperò lo zaino senza dire una parola; Alice Sala stringeva al petto il suo coniglio di peluche e non guardava la casa, ma sua madre. Fu quello sguardo, più di qualsiasi frase, a togliere finalmente voce a Silvia Zanetti.
Quando ormai tutti stavano tornando verso il furgone, Alberto Fiorentino si avvicinò a Camilla.
«Evitiamo il divorzio», mormorò. «Mi riprendo la chiave da Silvia. Non ingigantire la cosa.»
Camilla lo fissò.
«Tu le hai dato una chiave. Tu le hai promesso casa mia. Tu mi hai chiesto di mandare giù tutto per tua sorella. Dimmi, Alberto: quale parte non dovrei ingigantire?»
«Volevo solo dare una mano.»
«Con la mia proprietà.»
Lui fece una smorfia.
«Tu riduci sempre tutto alle carte, ai documenti.»
«Perché, sul piano umano, vi siete presentati con un furgone da trasloco.»
Alberto aprì la bocca per replicare, ma Francesco Parisi era ancora lì, a pochi passi. E alle sue spalle Silvia aveva già ricominciato a pretendere che lui pagasse metà del costo dei trasportatori. A quel punto discutere divenne troppo scomodo.
«Verrò a prendere le mie cose», disse lui.
«Oggi. Dalle diciotto alle diciannove. Con Giorgia presente. Preparerò un elenco.»
«Adesso devo prenotarmi per entrare in casa mia?»
«Dopo quello che è successo oggi, sì.»
Alberto la guardò come se soltanto in quel momento avesse capito davvero: la Camilla che aggiustava tutto, che smussava gli angoli, che si caricava addosso i conflitti degli altri, non c’era più. Non lo stava minacciando. Aveva semplicemente cominciato ad agire.
Quella sera Alberto si presentò nell’appartamento in città per ritirare i suoi effetti personali. Giorgia Martini, cugina di Camilla, era seduta in cucina con un quaderno aperto davanti e non interveniva. Sul pavimento c’erano due borsoni: vestiti, una scatola con documenti, il computer portatile, l’attrezzatura da pesca. Camilla non discusse, non rivangò anni di matrimonio, non cercò spiegazioni. Gli consegnava ciò che gli apparteneva e lo segnava sulla lista.
«Giorgia, magari puoi lasciarci soli?» chiese Alberto. «Io e mia moglie dobbiamo parlare.»
«Sono qui come testimone», rispose lei, senza alzare la voce.
Alberto rise appena, con amarezza.
«Camilla, davvero vuoi buttare via tutto per colpa di Silvia?»
«Non è per Silvia. È perché tu hai deciso al posto mio.»
«Pensavo che avresti capito.»
«No. Tu non hai pensato. Hai provato a vedere se mi sarei piegata.»
Lui abbassò gli occhi verso il borsone.
«Mamma dice che non ti riconosce più.»
«Riferisci ad Adele Marino che, questa volta, ha detto la verità.»
Alberto rimase qualche istante sulla soglia. Era evidente che stava aspettando la solita pausa, quella in cui Camilla, un tempo, cedeva: chiedeva di non litigare, proponeva di parlarne l’indomani, trovava un compromesso buono per tutti tranne che per sé. Ma quel compromesso, quel giorno, se n’era andato via sul furgone bianco, senza scaricare neppure uno scatolone.
«Ti restituirò la chiave della casa», disse infine.
«Oggi.»
«Ce l’ha Silvia.»
«Allora vai da Silvia, riprendila e fammela avere oggi.»
Alberto stava per perdere la pazienza, ma vide Giorgia con la penna in mano e si trattenne. Due ore più tardi mandò un corriere con una busta. Dentro c’era la chiave, appesa a un portachiavi rosso. Proprio quella che Silvia aveva sventolato davanti al cancello.
Camilla la fotografò, la ripose in un cassetto e scrisse ad Alberto un solo messaggio: “Ricevuta. Per ogni altra questione, solo per iscritto.”
Il giorno dopo arrivò un lungo messaggio da Silvia. Raccontava che i bambini avevano dormito dalla nonna su due brandine, che Diego aveva pagato inutilmente il furgone, che Camilla avrebbe potuto “comportarsi da persona di famiglia” e capire la situazione. In fondo, quasi a voler addolcire l’accusa, aveva aggiunto: “Non volevamo portartela via. Volevamo solo viverci per un po’.”
Camilla rispose con poche parole, senza crudeltà ostentata: “In una casa altrui si può abitare soltanto con il consenso del proprietario. Il mio consenso non c’era.”
Silvia non le scrisse più.
La sera dell’11 giugno, Camilla tornò alla villetta e fissò accanto alla vecchia targhetta di ottone una nuova indicazione: “Ingresso consentito solo con autorizzazione della proprietaria.” Nessun ornamento, nessuna spiegazione interminabile. Solo una frase chiara, perché la prossima persona con una chiave non sua non potesse fingere di non aver capito.
La casa era pulita, silenziosa, libera da oggetti estranei. Nel capanno non c’erano scatoloni di Diego. Nelle stanze non erano stati abbandonati sacchi di Silvia. Davanti al cancello non aspettava nessun furgone. Alberto aveva smesso di scriverle come se potesse impartirle ordini, e Adele Marino non telefonava più per ricordarle presunti doveri familiari.
Camilla attraversò il cortile, sistemò il chiavistello e controllò la porta. Poi si sedette sul gradino della veranda e aprì l’elenco delle cose da fare: sistemare il vialetto davanti all’ingresso, potare il lillà vicino alla recinzione, montare una mensola nel ripostiglio. Piccole incombenze da padrona di casa. Le stesse che nessuno notava mai, finché qualcuno non decideva che quella casa, chissà perché, doveva diventare “di tutti”.
Il telefono si illuminò per un attimo. Giorgia le aveva scritto che Silvia aveva affittato una casetta in un quartiere vicino. Pagando. Senza veranda, senza giardino, senza una proprietaria da mettere con le spalle al muro.
Camilla lesse il messaggio e ripose il cellulare. Non provò soddisfazione. Solo una conclusione semplice, limpida: finalmente la vita degli altri veniva sistemata non a spese sue.
Chiuse il cancello, controllò ancora una volta il chiavistello ed entrò in casa. Fuori dalla porta rimasero le chiavi altrui, i progetti altrui e l’abitudine degli altri di decidere per lei.
