«Io ho chiamato la polizia per un tentativo di ingresso in casa mia», rispose Camilla, senza alzare la voce.
Adele Marino strinse le labbra.
«Non ti permettere di parlare così di Silvia. È qui con i bambini.»
«La presenza dei bambini non autorizza nessuno a occupare stanze che non gli appartengono.»
Alberto Fiorentino si avvicinò al cancelletto. Cercò di assumere un tono pacato, quasi conciliante, ma la tensione gli incrinava ogni parola.
«Camilla, apri. Sistemiamo tutto noi, senza polizia. Silvia ha esagerato, tu pure ti sei scaldata. Facciamo mettere le cose nel ripostiglio, per ora, e stasera ne parliamo con calma.»
«No.»
«Sono solo scatoloni.»
«No, Alberto. È l’inizio di un trasferimento. E tu lo sai benissimo.»
Silvia Zanetti intervenne subito, come se non aspettasse altro.
«Certo che è un trasferimento! Dove dovremmo andare, adesso? Sei stato tu a dire che lei avrebbe brontolato un po’ e poi si sarebbe rassegnata.»
Alberto si voltò di scatto verso la sorella. Solo in quel momento capì che, invece di aiutarlo a uscire dall’impaccio, Silvia lo stava smascherando a ogni frase.
«Io ho detto che ne avrei parlato con Camilla», borbottò.
«Non è vero. Hai detto: “La chiave l’avrete, entrate pure, poi ci penso io”.»
Camilla fissò il marito. Non aveva più bisogno di dimostrare nulla: Silvia aveva appena pronunciato ad alta voce ciò che contava davvero.
In fondo alla strada comparve l’auto della pattuglia. Francesco Parisi scese insieme a un collega, salutò tutti con distacco professionale e chiese i documenti. Camilla gli consegnò la cartellina, la carta d’identità e le stampe dei messaggi.
Silvia partì immediatamente all’attacco, parlando forte.
«È una questione di famiglia. Non siamo ladri. Siamo venuti da mio fratello, è stato lui a darci il permesso.»
Francesco Parisi guardò Alberto.
«Lei è proprietario dell’immobile o del terreno?»
Alberto non rispose.
«No», disse Camilla. «La proprietaria sono io. Qui c’è la visura.»
L’agente sfogliò i fogli, poi si rivolse a Silvia.
«Senza il consenso della proprietaria non potete entrare nella proprietà né scaricare beni all’interno. Se ritenete di avere un diritto di abitazione, dovete farlo valere nelle sedi previste. Per il momento il diniego è stato espresso in modo chiaro.»
Diego Ruggiero aggrottò la fronte.
«Ma noi abbiamo la chiave.»
«Una chiave non prova alcun diritto a vivere qui», replicò Parisi. «A maggior ragione se la proprietaria si oppone esplicitamente.»
Silvia arrossì di rabbia.
«Quindi noi, con due bambini, dovremmo finire per strada? Per colpa della sua avarizia?»
Per la prima volta da quando era iniziata quella scena, Camilla non rispose a lei, ma alla suocera.
«Adele, a casa sua c’è una stanza libera. Siete famiglia, no?»
Adele Marino distolse subito lo sguardo.
«Ho i lavori in corso. E poi ho la pressione alta. Non posso avere confusione in casa.»
Silvia si girò lentamente verso la madre.
«Quindi da te non si può, ma qui sì?»
«Non cominciare», sbottò Adele, irritata. «Io sono anziana, ho bisogno di tranquillità.»
«E io che cosa dovrei fare?» La voce di Silvia si spezzò in una rabbia amara. «Alberto mi aveva assicurato che era tutto risolto!»
Alberto rimase accanto al cancelletto con gli occhi bassi. La sua parte da uomo che decideva per tutti era finita esattamente nel punto in cui bisognava rispondere delle promesse fatte.
Camilla riprese il telefono e aprì la chat.
«Chiedo che venga acquisita la mia denuncia. Qui c’è il messaggio di Silvia sul trasferimento. Qui c’è quello di Alberto, dove conferma di aver consegnato la chiave. Oggi sono arrivati con il furgone, hanno tentato di aprire il cancelletto e di portare dentro i loro beni nonostante il mio rifiuto.»
Alberto sollevò la testa.
«Mostri anche i miei messaggi?»
«Sì. Perché hai dato accesso a casa mia senza il mio consenso.»
«Ti sei messa contro la famiglia.»
«No, Alberto. Siete voi che siete venuti contro di me.»
Francesco Parisi annotava le dichiarazioni senza aggiungere commenti inutili. Ed era proprio quella freddezza a pesare più di tutto. Né Silvia né Adele riuscivano più a trasformare la vicenda nella solita discussione “tra parenti”. Sulla carta non restavano offese, lacrime o rimproveri: restavano una chiave consegnata, dei trasportatori chiamati, un tentativo di aprire il cancelletto e il rifiuto della proprietaria.
I facchini, intanto, pretesero il pagamento dell’uscita e dell’attesa. Diego provò a protestare, ma capì in fretta che nessuno avrebbe riportato indietro gli scatoloni gratis. Silvia ormai non urlava più contro Camilla, bensì contro Alberto.
«Ci hai messi in trappola! Io avevo detto a tutti che ci trasferivamo. Abbiamo lasciato l’appartamento. Abbiamo imballato tutto. E adesso?»
Alberto tentò di mormorare che si sarebbe potuto risolvere tutto con calma, ma perfino Adele evitò di guardarlo. In quel momento doveva pensare a salvare se stessa.
«Silvia, per qualche giorno venite da me», disse infine, controvoglia. «Però non portate dentro tutta la roba. Davvero, non ho spazio.»
Silvia rise, breve e cattiva.
«Certo. In casa di Camilla potevamo entrare con letti e armadi, mentre da te “non tutta la roba”.»
Camilla rimase in silenzio. Quella scena non aveva più bisogno di lei. I parenti che un’ora prima si erano presentati come un fronte compatto ora si dividevano tra loro disagi, costi del furgone e promesse fatte sulla pelle altrui.
Francesco Parisi le restituì i documenti.
«La denuncia verrà registrata. Sarà informata sull’esito degli accertamenti. Per ora è stato chiarito che non possono entrare né scaricare nulla senza il suo consenso.»
«Grazie», disse Camilla.
Silvia sentì quella parola e la fulminò con lo sguardo.
«Sei contenta? Hai umiliato i parenti e hai lasciato i bambini in mezzo alla strada.»
Camilla la guardò senza arretrare.
«No, Silvia.»
