Però una segnalazione per tentativo di accesso contro la volontà della proprietaria, quella sì, sarebbero stati tenuti a registrarla. Poi, eventualmente, sarebbe partita una verifica.
Camilla annotò tutto in poche parole: documenti, rifiuto pronunciato ad alta voce, telefonata, denuncia. Non era un piano per vendicarsi. Era soltanto una procedura. Proprio ciò che, nella famiglia di Alberto Fiorentino, non era mai piaciuto a nessuno.
La mattina del 10 giugno Camilla arrivò al complesso residenziale “Le Betulle” alle 10:40. Il cancelletto era chiuso con un vecchio chiavistello interno. All’esterno, fissata al metallo, c’era ancora la targhetta d’ottone: “Proprietà privata”. Suo padre l’aveva messa lì quando le aveva intestato la casa. Un tempo a Camilla quella scritta era sembrata eccessiva, quasi troppo severa per un tranquillo gruppo di villette fuori città. Quel giorno, invece, le parve una serratura come un’altra, soltanto fatta di parole invece che di ferro.
Dentro era tutto esattamente come lo aveva lasciato: i guanti da giardinaggio sulla veranda, le mensole vuote nella cameretta, l’armadietto degli attrezzi chiuso. Camilla passò apposta da una stanza all’altra e registrò un breve video con il telefono. Non per ricordo, non per scrupolo estetico. Le serviva nel caso in cui, più tardi, fossero comparse scatole altrui e qualcuno avesse cominciato a sostenere: “Ma noi abitavamo già qui”.
Alle 12:07 squillò il cellulare. Era Adele Marino.
«Camilla, si può sapere che cosa stai combinando?» attaccò la suocera, senza nemmeno salutarla. «Silvia è stata agitata tutta la notte. I bambini chiedono perché zia Camilla faccia la tirchia.»
«Perché zia Camilla non mette casa propria a disposizione del trasloco di qualcun altro.»
«Qualcun altro? È la sorella di tuo marito.»
«Appunto. La sorella di mio marito. Non la proprietaria.»
Dall’altra parte arrivò un sospiro rumoroso, carico di disapprovazione.
«Ti nascondi dietro quattro carte bollate. Bisogna essere umani, nella vita. Silvia sta attraversando un momento difficile, Diego sta cercando lavoro, i bambini in estate si consumano chiusi in città. E tu, da sola, stai seduta in una casa con novecento metri quadrati di terreno.»
«Adele, se Silvia le fa tanta pena, la ospiti lei.»
Il tono della donna cambiò all’istante, diventando più duro.
«Io non ho spazio.»
«Ha una stanza libera.»
«Ho i lavori in corso. E poi sono una persona anziana, non posso avere confusione in casa.»
«Quindi da lei il rumore non va bene, mentre da me sì?»
Per qualche secondo Adele tacque. Poi riprese più piano, ma con una cattiveria ancora più netta:
«Non tirare troppo la corda con Alberto. Un uomo non sopporta all’infinito certe umiliazioni. Finirai sola nel tuo palazzetto e allora ti ricorderai di come hai respinto la famiglia.»
«Se per famiglia si intende presentarsi con una chiave non autorizzata e un furgone di facchini, allora di una famiglia così posso fare a meno.»
Fu Camilla a chiudere la chiamata.
Alle 13:20, davanti al cancelletto, si fermò un furgone bianco. Subito dietro parcheggiò il crossover argento di Silvia Zanetti. Diego Ruggiero scese per primo, con addosso un gilet da lavoro; aprì immediatamente il portellone e gridò ai trasportatori di muoversi, di non perdere tempo. Nel cassone si vedevano scatoloni, sacchi, un lettino smontato e una grande cassa di plastica con scritto sopra “Cucina”.
Silvia uscì dall’auto per ultima. Indossava una giacca vistosa e al polso le penzolava un portachiavi rosso con una chiave attaccata. Guardò la casa con l’aria di chi controlla se la camera d’albergo sia stata preparata come richiesto.
«Allora?» disse a voce alta, rivolta a Camilla. «Apri. I facchini li paghiamo a ore.»
Camilla era ferma sul portico, il telefono già in mano.
«Fate girare il furgone. Non autorizzo il vostro ingresso.»
«Non cominciare davanti ai bambini,» ribatté Silvia, indicando con un gesto Luca Martini e Alice Sala. «Noi l’appartamento l’abbiamo già lasciato. Alberto ha detto che era tutto sistemato.»
«Alberto non può disporre della mia casa.»
Diego si avvicinò al cancelletto con un mezzo sorriso storto.
«Signora, scarichiamo la roba e poi ve la chiarite con calma. Che senso ha tenere qui la gente?»
«Non scaricherete nulla.»
«E che vorresti fare?» Silvia sollevò la chiave come se fosse una prova decisiva. «Noi l’accesso ce l’abbiamo.»
Infilò la chiave nella serratura. Camilla non corse verso di lei, non le afferrò il braccio, non si mise a discutere con Diego. Premette soltanto il tasto di registrazione sul cellulare e parlò forte, in modo che tutti potessero sentirla.
«Silvia Zanetti, io, Camilla Pellegrini, proprietaria dell’abitazione e del terreno, vieto a lei, a suo marito e ai trasportatori di entrare nella proprietà e di introdurre oggetti all’interno. Non ho mai dato il consenso alla vostra permanenza qui.»
Silvia girò la chiave. La serratura fece uno scatto, ma il cancelletto non si aprì: dall’interno lo bloccava il chiavistello. Diego, a quel punto, si sporse subito verso la recinzione, come se volesse capire se fosse possibile infilare una mano attraverso qualche fessura.
«Non tocchi la recinzione,» disse Camilla. Poi compose il numero della centrale operativa. «Mi trovo presso il complesso residenziale “Le Betulle”, lotto di mia proprietà. Alcune persone stanno tentando di entrare con una chiave non autorizzata e di portare dentro mobili e scatoloni contro il mio rifiuto. Ho con me i documenti.»
Il sorriso sparì dalla faccia di Silvia.
«Stai chiamando davvero?»
«Sì.»
«Alberto!» urlò lei verso la strada, anche se Alberto non era ancora arrivato. «Guarda fino a che punto è arrivata tua moglie!»
I facchini si allontanarono dal retro del furgone. Uno di loro disse a Diego che nelle questioni di famiglia loro non volevano entrarci. Diego sbatté con rabbia il portellone del furgone, ma rimase piantato davanti al cancelletto.
Alberto arrivò circa dieci minuti dopo, insieme ad Adele Marino. La suocera scese dall’auto per prima e marciò dritta verso Camilla, senza degnare di uno sguardo gli scatoloni.
«Hai chiamato la polizia contro i tuoi parenti?» sibilò. «È una vergogna davanti a tutto il comprensorio.»
