«Alberto ci ha già consegnato le chiavi, quindi apri quella casa e smettila di fare scenate», disse Silvia Zanetti con un tono che non lasciava spazio a repliche. «Domani ci trasferiamo. Due stanze serviranno a noi, il capanno lo prende Diego per gli attrezzi, e tanto tu lì ci vai solo nei fine settimana.»
Camilla Pellegrini teneva il telefono in vivavoce. In cucina, accanto al frigorifero, suo marito Alberto Fiorentino fissava lo sportello con un’attenzione esagerata, come se vedesse per la prima volta la calamita di Bologna attaccata al metallo.
«Alberto vi avrebbe dato le chiavi di casa mia?» domandò Camilla.
Dall’altro capo della linea Silvia rise con tale forza che perfino Alberto non poté fingere di non aver sentito.
«Della vostra casa di famiglia, Camilla. Basta con questa storia del “mio” e del “tuo”. Sei la moglie di mio fratello, non una sconosciuta qualunque. Noi abbiamo dei figli, il contratto d’affitto ci scade, da qualche parte dovremo pur andare.»

«Allora cercate un alloggio», rispose Camilla. «A casa mia non vi trasferite.»
Alberto alzò subito la testa.
«Camilla, non cominciare. Silvia non lo chiede per capriccio.»
«Infatti non lo sta chiedendo. Me lo sta comunicando.»
«Perché ne abbiamo già parlato», intervenne in fretta Silvia. «Mamma ha detto che per te sola nove are sono uno spreco. La casa è grande, novantasei virgola quattro metri quadrati, non ti cadrà il mondo addosso. Ad Alice serve una stanza tutta sua, anche Luca ha bisogno di spazio, e Diego metterà ordine in cortile. Finirai pure per ringraziarci.»
Camilla guardò Alberto. Lui abbassò gli occhi.
In quell’istante le fu chiara la cosa più importante: la sorella di suo marito non aveva deciso di traslocare per un impulso improvviso. Qualcuno le aveva già promesso quella casa. Senza Camilla. Alle sue spalle. Con tanto di chiavi, stanze assegnate e capanno che Diego, con ogni probabilità, aveva già occupato mentalmente con la sua eterna collezione di attrezzi.
«Silvia, domani al cancello troverete il rifiuto della proprietaria», disse Camilla. «Se proverete a entrare, chiamerò la polizia.»
Per un secondo, nella cornetta calò il silenzio. Poi Silvia scoppiò in una risata secca.
«La polizia contro i parenti? Complimenti, ti sei rivelata per quello che sei. Alberto, la senti tua moglie?»
Alberto la sentiva. E, per la prima volta quella sera, smise di recitare la parte di chi non c’entrava nulla.
«Camilla, stai esagerando. Hanno dei bambini.»
«Hanno anche genitori, un lavoro, un marito e il dovere di risolvere da soli i propri problemi.»
«Ne parli come se fossero estranei.»
«Per la mia casa, sono estranei che pretendono di entrarci.»
Alberto batté il palmo sul tavolo. Non con forza, più che altro per fare rumore.
«Siamo sposati da otto anni. In quella casa ci sono stato anch’io, ho dato una mano anch’io, quindi ho diritto di dire la mia.»
«Ci sei stato, sì. Ma non hai alcun diritto di disporne.»
Lui si irrigidì come se avesse ricevuto uno schiaffo, anche se Camilla aveva soltanto detto la verità. La casa fuori città, nel piccolo complesso residenziale “Le Betulle”, le era stata donata nel maggio del 2019. Fabbricato e terreno risultavano intestati esclusivamente a lei. Alberto era arrivato dopo: prima come ospite, poi aveva cominciato a invitare amici, infine aveva consegnato una copia delle chiavi a sua madre “per sicurezza”. All’epoca Camilla aveva scelto di non aprire una lite per una chiave.
Adesso quella “sicurezza” si presentava sotto forma di Silvia, del marito Diego Ruggiero, di due figli e di un’auto piena di scatoloni.
«Vuoi rovinare i rapporti per una casa di campagna?» chiese Alberto.
«Non è la casa di campagna di tutta la tua famiglia. È casa mia.»
«Sempre con queste carte.»
«Sì. Perché a parole voi ve la siete già spartita.»
Alberto afferrò la giacca dallo schienale della sedia.
«Vado da mia madre. Quando ti sarai calmata, mi chiamerai. Silvia domani verrà comunque, e tu non farai questa figuraccia davanti ai bambini.»
«Io non farò nessuna figuraccia. Mi limiterò a documentarla.»
La porta sbatté. Camilla rimase sola in cucina, eppure per la prima volta da quando era iniziata quella serata sentì un peso sollevarsi. Non era serenità. Era solo la certezza che quella situazione non si sarebbe risolta con le spiegazioni gentili.
Aprì l’armadio e tirò fuori la cartellina dei documenti: atto di donazione, visura catastale, dati dell’immobile, ricevute delle spese sostenute per la casa. Poi controllò i messaggi. Silvia ne aveva già inviato un altro: “Abbiamo prenotato il furgone per domani. Se fai una scenata, sarà sulla tua coscienza”.
Subito dopo arrivò quello di Alberto: “La chiave gliel’ho data io. Non mettermi in imbarazzo”.
Camilla fece gli screenshot, se li inoltrò via mail e chiamò Francesco Parisi, il referente di zona della polizia. Aveva conservato il suo numero dall’anno precedente, quando nel complesso qualcuno aveva forzato il capanno dei vicini.
Francesco Parisi ascoltò senza lasciarsi coinvolgere e separò immediatamente le grida familiari dai fatti concreti.
«Lei è proprietaria della casa e del terreno?»
«Sì.»
«Queste persone risultano residenti lì? Ci hanno abitato stabilmente? Esiste un contratto di locazione o un consenso scritto da parte sua?»
«No. Non esiste nulla di tutto questo.»
«Allora domani tenga con sé i documenti. Se arrivano e provano ad aprire il cancello o a portare dentro le loro cose nonostante il suo rifiuto, chiami la centrale operativa. Non spinga nessuno, non tenti di strappare chiavi, non discuta con i trasportatori. Dica soltanto, in modo chiaro e davanti a testimoni, che non autorizza né l’ingresso né la permanenza.»
«Diranno che è una lite di famiglia.»
«Che lo dicano pure. La polizia non stabilisce a chi spetti l’immobile.»
