E proprio quel genere di persone, poi, sa trovare mille scuse per chi gli si è già sistemato sulle spalle da tempo. Dopo aver conosciuto uomini duri, arroganti, incapaci di chiedere permesso perfino entrando in una stanza, quella sua arrendevolezza mi era sembrata quasi un dono raro. In quel periodo lavoravo moltissimo: seguivo cause civili importanti, avevo imparato a controllare il viso anche quando dentro mi tremava tutto, a non scompormi sotto pressione. Accanto a me, Luca dava l’impressione di una pausa. Era casalingo, sorridente, capace di passare un’ora a sistemare una fila di lucine o a scegliere il carattere giusto per un logo, come se la serenità di una vita intera dipendesse da quei dettagli.
Ma il problema non era soltanto lui. Il problema entrava in casa nostra con la sua famiglia.
Alessia Puglisi aveva otto anni più di Luca, eppure si comportava come se fosse lei la piccola di casa: fragile, perseguitata dalla sfortuna, sempre sul punto di crollare. Le capitava di tutto, in continuazione. L’affitto, all’improvviso, diventava “insostenibile”. Il lavoro, guarda caso, “per un periodo non girava”. L’uomo di turno la deludeva. La salute cominciava a darle problemi esattamente quando arrivava il momento di restituire dei soldi. E tutta quella sua instabilità permanente, chissà perché, finiva sempre sulle spalle di mio marito.
— È pur sempre mia sorella — mormorava Luca, quando per la terza volta nello stesso anno la trovavo seduta nella nostra cucina, con l’aria di una martire consumata dalle ingiustizie e un nuovo racconto sulla sua esistenza difficile.
— È una donna adulta — gli facevo notare io.
— Lo so. Però, se non l’aiuto io, chi lo fa?
Quella domanda era una trappola perfetta. Se rispondevo “non lo so”, lui taceva con quell’espressione offesa da vittima. Se dicevo “che se la cavi da sola”, diventavo immediatamente una persona fredda, senza cuore. Alessia, poi, possedeva un talento speciale: riusciva a trasformare ogni limite altrui in una scena di crudeltà.
Marco Sala comparve nella sua vita in primavera. Era rozzo, rumoroso, impregnato di dopobarba economico e fumo di sigaretta; aveva l’abitudine di appoggiare i piedi sui mobili anche quando i padroni di casa lo guardavano in silenzio. Parlava di “giri”, di “progetti”, di “occasioni serie”, ma in concreto passava dal non avere un impiego al “dare una mano a certi conoscenti” per qualche settimana. La prima sera in cui Luca li portò da noi “solo per cena”, Marco si asciugò le mani con un mio asciugamano di lino, alzò gli occhi verso il soffitto e fischiò piano, soddisfatto.
— Però. Ve la siete sistemata bene. Qui ci si può stare.
Già allora provai fastidio. Non paura, non ancora. Solo una sensazione sgradevole, quella che ti prende quando un estraneo misura le tue pareti con troppa confidenza.
Poi cominciarono le stranezze piccole, quelle che prese una per una sembrano quasi nulla. Alessia chiedeva sempre più spesso quando sarei partita per lavoro. Luca, una sera, con finta noncuranza, volle sapere se avessi un secondo mazzo di chiavi, perché “non si sa mai, potrebbe servire”. Gli dissi di no. Lui se la prese.
— Quindi non ti fidi di me?
— Di te sì — risposi lentamente. — Non di tutte le persone a cui cerchi di fare un favore.
Si offese, si chiuse in camera e per due giorni mi parlò con quella voce bassa e controllata che certe persone usano per punire senza alzare i toni. E io, come al solito, a un certo punto fui la prima ad avvicinarmi. Per stanchezza. Perché il lavoro mi svuotava. Perché almeno in casa desideravo un po’ di quiete, non l’ennesima discussione sul fatto che io non capissi quanto fosse importante la famiglia.
Il primo colpo vero arrivò una settimana prima di quel viaggio a Firenze.
Rientrai prima del solito, aprii l’armadio dell’ingresso e notai subito che una delle mie borse non era al suo posto. Era una borsa costosa, color amarena scuro, un regalo che mi ero fatta dopo aver vinto una causa complicata; la usavo pochissimo. Quando la presi in mano, dall’interno uscì l’odore dolciastro del profumo di Alessia. Rimasi lì, con la borsa stretta tra le dita, e capii che non si trattava più di disordine. Non era un “scusa, ho preso per sbaglio una busta”. Era qualcos’altro. Era il tentativo di indossare la vita di un’altra persona. Un modo per assaggiare i confini e vedere se cedevano.
— Luca — lo chiamai.
Lui uscì dalla stanza con il portatile in mano.
— Che c’è?
— Alessia ha toccato le mie cose?
Il silenzio durò appena un istante, ma mi bastò.
— Ha solo guardato. Ti dispiace così tanto?
— Mi dispiace? — ripetei, incredula.
— Chiara, dai, non cominciare. Non te l’ha mica rubata.
Fu dopo quella frase che, per la prima volta, non pensai più a una lite. Pensai a un procedimento. Pensai che prima o poi avrei dovuto fare con il mio matrimonio ciò che facevo ogni giorno in tribunale: togliere di mezzo le illusioni e lasciare sul tavolo soltanto i fatti.
Poi accadde qualcosa per cui, nonostante tutto, non ero pronta.
Quando tornai da Firenze con un giorno d’anticipo, non trovai semplicemente Alessia nella mia camera da letto. Vidi con quanta rapidità le persone smettono di fingere quando sono convinte che tu non rientrerai prima di ventiquattr’ore. In cucina, dentro il posacenere, c’erano mozziconi di sigaretta. In bagno, sul termosifone, si asciugavano i suoi collant.
