“Questo appartamento non è più affar tuo, Chiara Gentile. Per un po’ resteremo qui noi, quindi evita di fare scenate” sibilò Alessia, seduta sul mio letto avvolta nella mia vestaglia mentre Marco sorseggiava un liquido ambrato

Inaccettabile invasione che incendia la fragile pace domestica
Storie

«Questo appartamento non è più affar tuo, Chiara Gentile. Per un po’ resteremo qui noi, quindi evita di fare scenate», sibilò Alessia Puglisi, seduta sul mio letto, avvolta nella mia vestaglia, mentre scuoteva la cenere in un piattino del servizio che avevo ricevuto per il matrimonio.

Rimasi sulla soglia della camera senza riuscire nemmeno a togliermi l’impermeabile fradicio. A Venezia, quel giorno d’ottobre, la pioggia mi aveva battuto in faccia senza tregua; il taxi dalla stazione era avanzato a fatica nel traffico, la valigia mi aveva quasi strappato il braccio. Avevo immaginato di rientrare in casa, trovare silenzio, una doccia calda, l’odore familiare delle mie stanze. Invece mi accolsero piedi estranei sul copriletto, impronte sporche sul parquet e un’aria densa di fumo.

Marco Sala se ne stava sprofondato nella poltrona vicino alla finestra e beveva un liquido ambrato da uno dei miei bicchieri. Dal bagno arrivava puzza di sigaretta, benché avessi chiesto a Luca Parisi mille volte di non fumare nemmeno in cucina, figuriamoci lì dentro. All’ingresso, sulla panchetta, giaceva la borsa lucida di Alessia; accanto, i suoi stivali, le mie pantofole da casa e uno zaino maschile aperto, sbracato, come una bocca dopo una rissa finita male.

Non urlai. Non perché mi mancassero le parole. Al contrario: ne avevo troppe, tutte insieme, tutte taglienti. Ma arriva un istante in cui capisci che la tua vita non sta più chiedendo permesso per essere invasa: qualcuno l’ha già spostata di lato con una gomitata. E allora dentro di te si crea un silenzio troppo compatto per trasformarsi in una lite.

«Dov’è Luca?» chiesi soltanto, con un filo di voce.

Alessia sorrise di traverso e accavallò le gambe, come se non fosse entrata in casa mia, ma in un appartamentino preso in affitto per qualche giorno.

«È andato al negozio. A comprare l’acqua. Ci sistemiamo qui giusto per un po’, non fare quella faccia da vittima.»

Marco emise una risatina senza sollevare lo sguardo dal bicchiere.

«Dai, sul serio. Siamo famiglia.»

Fu proprio in quel momento che compresi una cosa semplicissima: una scenata sarebbe stata il loro terreno preferito. Alessia era una di quelle donne che si nutrono del caos; più la voce si alza, più sembrano sentirsi vive. Dopo avrebbe raccontato a tutti che “la moglie di Luca è fuori di testa”, che loro “avevano chiesto ospitalità solo per due giorni”, che io “per poco non le mettevo le mani addosso”. Marco avrebbe aggiunto qualche dettaglio volgare, tanto per sporcare meglio il quadro. Luca, come sempre, avrebbe abbassato gli occhi e iniziato con la sua cantilena: “Ma perché reagisci subito così? Si poteva parlare con calma”. E dentro quella minestra familiare vischiosa, l’isterica sarei diventata io.

Posai lentamente la valigia contro il muro.

«Capisco», dissi.

Alessia parve quasi delusa dalla mia risposta.

«Tutto qui?»

«Per adesso sì.»

Uscii dalla camera, chiusi la porta dall’esterno e girai la chiave. Poi, con la stessa calma, andai verso la stanza degli ospiti, dove erano ammucchiati i loro giubbotti e alcune buste, e chiusi anche quella. Marco ci mise qualche secondo a reagire. Scattò in piedi solo quando sentì il rumore secco della serratura.

«Ehi!» gridò. «Che diavolo stai facendo?»

Io ero già diretta alla porta d’ingresso. Tirai fuori il telefono, aprii il registro delle chiamate e composi il 112.

«Intrusione non autorizzata in abitazione privata», dissi con voce piatta quando l’operatore rispose. «Venezia, via… numero… Ci sono persone estranee dentro casa mia senza il mio consenso. Ho trovato danni agli oggetti e sospetto anche un tentativo di sottrazione di beni.»

Dietro la porta della camera calò per un attimo un silenzio incredulo. Poi esplose lo strillo di Alessia:

«Sei impazzita del tutto?»

Dal pianerottolo saliva odore di umidità, ferro bagnato e cipolla fritta proveniente da qualche cucina. Il mio palazzo, uno di quelli antichi, con scale pesanti, soffitti alti, porte spesse e un’eco profonda nelle pareti, faceva risuonare le voci in modo particolarmente sgradevole. Mi appoggiai al muro con la schiena e solo allora mi accorsi che le dita mi tremavano.

In quel momento non era in pericolo soltanto l’appartamento. Non si trattava solo del parquet, dei vestiti, dei documenti, del servizio buono, delle mie cose. Stava crollando l’ultima facciata presentabile del mio matrimonio: l’idea che Luca fosse semplicemente un uomo mite. Buono. Incapace di dire di no. No. Le persone miti non trasformano casa tua in un accampamento mentre sei via per lavoro e non consegnano alla sorella le chiavi della tua camera da letto. Le persone miti temono i conflitti. Luca, invece, da troppo tempo usava quella paura come copertura per l’arroganza altrui.

La pattuglia arrivò in fretta. La pioggia d’ottobre picchiettava contro la finestra del pianerottolo; al piano di sotto sbatté un portone, poi qualcuno salì le scale con passi pesanti. Io fissavo lo schermo del telefono e, senza volerlo, tornavo con la memoria all’inizio di tutto.

Quando io e Luca Parisi ci eravamo sposati, ero convinta che il suo difetto peggiore fosse il bisogno di piacere a chiunque. Apparteneva a quel genere di uomini che, in compagnia, spostano sempre una sedia per fare posto, versano il tè prima agli altri, si offrono di portare le borse e, pur di non deludere nessuno, finiscono per concedere spazio a chi non dovrebbe averne.

Amore o Soldi