«Questo appartamento non è più affare tuo, Vittoria Fiorentino» sibilò Roberta Amato, seduta sul mio letto avvolta nella mia vestaglia mentre faceva cadere la cenere nel piattino

Questa prepotenza ingiusta è straziante e vergognosa.
Storie

Matteo, intanto, trascinava verso l’ascensore uno scatolone pieno di piccoli elettrodomestici. Quelle immagini bastarono a trasformare la loro presunta “sistemazione temporanea in famiglia” in qualcosa di molto meno innocente.

Lorenzo era rimasto appoggiato alla parete, pallido come l’intonaco sopra la porta.

— Io non lo sapevo, — mormorò, quasi senza fiato.

Non mi voltai nemmeno verso di lui.

— Certo.

Il momento in cui capii che non si poteva più tornare indietro arrivò quando vidi chiudere le manette ai polsi di Roberta. Non perché provassi pietà per lei. Fu altro. In quell’istante quella storia smise di essere una squallida faccenda domestica, una brutta lite di famiglia, e diventò una realtà concreta, ufficiale, impossibile da cancellare con una scusa. Una notte in commissariato. Dichiarazioni. Verbali. Lorenzo stretto tra sua madre, sua sorella e me. E dentro di me, per un secondo, passò un pensiero molto stanco, molto femminile: forse avevo esagerato davvero? Forse avrei dovuto limitarmi a cacciarli fuori in silenzio? Cambiare la serratura e chiudere tutto lì? Dopotutto erano parenti. Era mio marito. Era la sua famiglia.

Quel dubbio durò pochissimo. Giusto il tempo che Enrico Rinaldi mi mostrasse, dentro una busta insieme alle loro cose, la mia trousse e l’astuccio con i gioielli.

— Anche questo rientra nel “restare solo qualche giorno”? — domandò con voce asciutta.

E allora ogni pezzo tornò al suo posto.

La svolta, in realtà, fu quasi ordinaria.

Mentre gli agenti completavano i documenti, chiamai un fabbro per sostituire le serrature. Poi prenotai un taxi merci. Infine aprii l’armadio di Lorenzo e tirai fuori la sua valigia. Ci finirono dentro in fretta, senza che quasi guardassi: maglioni, jeans, caricabatterie, la scatola del tablet, calzini che lui perdeva sempre e che io ritrovavo ovunque, due taccuini con loghi aziendali e una pila di magliette che gli avevo comprato io, perché lui sceglieva immancabilmente roba larga, informe, senza colore. La cosa più assurda era quella calma. Stavo mettendo via la vita di un altro senza urlare, senza lanciare nulla, senza fare scene. Come si archivia una pratica conclusa.

Quando portarono via Roberta e Matteo, Lorenzo provò un’ultima volta a puntare sulla compassione. Stavolta senza alzare la voce. Senza quel suo solito “tu non capisci”. Solo con un’aria smarrita.

— Vittoria, è pur sempre la mia famiglia.

— E io cosa sono? — gli chiesi.

Lui non rispose. E quel silenzio fu più sincero di tutte le spiegazioni che mi aveva dato negli anni.

— Non pensavo che arrivassero a tanto.

— Tu non pensavi mai, Lorenzo, — dissi piano. — E io, ogni volta, dovevo rimettere ordine nel disastro.

Il suo sguardo scivolò sulla valigia ferma accanto alla porta.

— Mi stai mandando via?

— No. Sto facendo uscire di casa l’uomo che ha consegnato le chiavi del mio appartamento a persone che non avevano alcun diritto di entrarci.

Sì, probabilmente è proprio qui che qualcuno si dividerà. Ci sarà chi dirà che ho passato il limite. Che ho trasformato una confusione familiare in una questione penale. Che avrei potuto essere più morbida. Più discreta. Parlare, chiarire, aspettare. Ma io so fin troppo bene come finiscono i “parliamone”, quando una parte vive da anni con la certezza di poter fare qualsiasi cosa senza conseguenze. Più morbida per chi? Per Roberta, che si provava i miei vestiti e rovistava tra le mie cose? Per Matteo, che aveva già messo gli occhi sui miei elettrodomestici? Per mio marito, che ancora una volta avrebbe cercato di seppellire tutto sotto un “non esagerare”? O per me, che sarei rimasta un altro anno in una casa dove non mi sentivo più al sicuro?

Il taxi merci arrivò dopo una quarantina di minuti. Nel frattempo il fabbro aveva già cambiato le serrature, Enrico Rinaldi era ripartito con i fermati e Lorenzo aveva fatto avanti e indietro per il soggiorno non so quante volte. Si sedeva sul bordo del divano, si rialzava, camminava fino alla finestra, tornava indietro e ricominciava:

— Almeno discutiamone domani.

— No.

— Non mi stai dando nessuna possibilità.

— Te ne ho date troppe, e per troppo tempo.

Rimase nel corridoio con quella valigia in mano. Non sembrava furioso. Nemmeno offeso. Neppure distrutto. Sembrava soltanto strappato dal suo ambiente naturale: quello in cui qualcuno decideva sempre al posto suo e, nello stesso tempo, trovava sempre il modo di giustificarlo.

Quando la porta si chiuse alle sue spalle, l’appartamento diventò di colpo stranamente vuoto. Non solenne. Non spaventoso. Solo vuoto. Il vecchio palazzo vibrava nel ronzio dei termosifoni, fuori la pioggia continuava a battere sui vetri e sul pavimento dell’ingresso brillavano ancora le impronte umide delle scarpe altrui. In bagno restava un odore di sigaretta mescolato al deodorante alla menta con cui Roberta, evidentemente, aveva cercato di coprirlo. Sul letto c’era il copriletto spiegazzato. In cucina, un bicchiere lasciato a metà da Matteo.

Raccolsi i piatti, spalancai le finestre, accesi la cappa e mi preparai un caffè. L’orologio segnava ormai oltre la mezzanotte. La città, dietro il vetro, luccicava di riflessi gialli e bagnati; da qualche parte, lontano, un tram fece tintinnare la campanella con un suono così sottile che per un attimo mi venne quasi da ridere.

Mi sedetti al tavolo della cucina, stringendo la tazza calda tra le mani, e per la prima volta dopo tanto tempo ascoltai il mio appartamento senza voci estranee dentro.

Anche il silenzio può pesare.

Ma quello, finalmente, era mio.

Amore o Soldi