«Questo appartamento non è più affare tuo, Vittoria Fiorentino» sibilò Roberta Amato, seduta sul mio letto avvolta nella mia vestaglia mentre faceva cadere la cenere nel piattino

Questa prepotenza ingiusta è straziante e vergognosa.
Storie

Sul tavolo c’era il mio tablet di lavoro, appoggiato con lo schermo rivolto verso il basso. Ma la cosa più ripugnante non erano nemmeno gli oggetti fuori posto. Era quella sensazione sospesa nell’aria, densa, quasi fisica: la sicurezza di chi si sente già padrone. Non stavano più chiedendo ospitalità. Si erano installati.

Quando arrivò la polizia, Roberta Amato fu la prima ad alzare la voce.

— Questa pazza ci ha chiusi dentro! — strillò appena l’ispettore Enrico Rinaldi e l’altro agente misero piede sul pianerottolo. — Siamo parenti! C’era un accordo!

Io rimasi accanto alla parete. L’impermeabile fradicio cominciava a gelarmi le spalle, ma la mia voce restò ferma. Non perché fossi superiore a quella scenata. Semplicemente, nel mio lavoro avevo imparato che a volte il tono pesa quasi quanto i fatti. E di fatti, ormai, ne avevo abbastanza.

— L’appartamento è intestato a me. In assenza della proprietaria, sono state fatte entrare persone estranee senza il mio consenso. Ci sono segni di danneggiamento, l’accesso alla mia stanza privata e l’uso dei miei beni personali. Chiedo che venga tutto verbalizzato.

Rinaldi, giovane ma con la faccia stanca di chi, durante un turno, ha già visto troppe miserie domestiche spacciate per equivoci, all’inizio mi osservò con una prudenza cortese. Poi spostò lo sguardo su Matteo Ferrara, che aveva già cominciato a parlare di “questioni di famiglia”, su Roberta avvolta nella mia vestaglia, sul posacenere pieno, sul parquet sporco. E qualcosa, nella sua postura, cambiò subito.

— Ha con sé i documenti dell’immobile?

— Li ho sul telefono. E una copia cartacea è in una cartellina nello studio. Lo studio è chiuso.

— La chiave?

— Ce l’ho io.

Lorenzo Bellini comparve nel momento peggiore possibile. Probabilmente aveva visto la volante fermarsi sotto casa ed era corso su. Sbucò sul pianerottolo con un pacco d’acqua in mano, bagnato, sconvolto, con quella stessa espressione che un tempo mi avrebbe fatto pena. In quel momento mi provocò soltanto una stanchezza profonda.

— Vittoria, ma che stai facendo? — disse senza fiato. — È Roberta!

— Me ne sono accorta.

— Si poteva parlarne, no?

— Con chi? — gli chiesi con calma. — Con persone che si comportano da padrone nella mia camera da letto?

Roberta colse al volo l’occasione.

— Ecco! Lo vede? Io l’avevo detto che è fuori di testa! Dovevamo restare solo un paio di settimane, il tempo di avviare la startup!

L’ispettore sollevò appena le sopracciglia.

— La vostra startup la avviate nell’appartamento di qualcun altro?

Matteo fece un passo avanti, gonfiandosi.

— Senta, capo, non facciamo i fenomeni. Qui è una cosa tra parenti.

— Indietro, — tagliò corto Rinaldi.

Fu allora che vidi Lorenzo spaventarsi davvero. Non per me. Per sé. Perché il suo solito sistema, quello del “sono pur sempre parenti”, non funzionava davanti a un uomo in divisa al quale non interessava chi fosse sorella di chi.

— Vittoria, ritira la denuncia, — mormorò con una voce che non gli avevo mai sentito. — Non portiamola oltre.

Lo guardai e, in un lampo lucidissimo, rividi tutto il nostro matrimonio. Io che “non portavo oltre” con Roberta. Io che lasciavo perdere la storia delle chiavi. Io che tacevo quando lui permetteva agli altri di frugare tra le mie cose. Io che mi fermavo ogni volta, anche quando il mio “no” non veniva rispettato, ma soltanto accantonato in attesa di un’occasione migliore per piegarmi. Avevo passato anni ad arretrare di un passo, poi di un altro, pur di conservare in casa una parvenza di pace.

— No, — dissi.

Roberta e Matteo vennero fatti uscire sul pianerottolo. Roberta cambiò immediatamente copione.

— È mio fratello! — urlava. — Ne ho diritto! Non siamo mica gente presa dalla strada!

— Avete diritto a pagare un albergo, — rispose Rinaldi tra i denti. — Oppure a non entrare in una casa che non è vostra.

Mentre loro continuavano a protestare, dalla porta accanto uscì Paolo Caruso. Il nostro pensionato del terzo piano: asciutto, dritto come un bastone, con un gilet di lana addosso e la faccia di uno che vede tutto e non dimentica niente. Osservò il pianerottolo, poi posò gli occhi su di me.

— Vittoria, un momento.

Rientrò nel suo appartamento e tornò quasi subito con una piccola chiavetta USB in mano.

— Qui ci sono le registrazioni della telecamera del corridoio. L’ho fatta installare dopo quella storia dei corrieri. Credo che possa servirle.

— Che registrazioni? — domandò subito Rinaldi, mettendosi sull’attenti.

Paolo Caruso indicò Roberta con un cenno del mento.

— L’altro ieri questa signora e il suo compagno hanno portato più volte delle borse verso l’ascensore. Tre viaggi, se non sbaglio. Poi alcune cose le hanno riportate dentro. Mi era parso strano, sembrava un trasloco fatto di nascosto. Ieri, poi, l’ho vista passare con la sua pelliccia addosso. Non mi sono intromesso, ho pensato: saranno faccende di famiglia. Adesso, però, direi che ho fatto bene a salvare tutto.

Roberta diventò pallida. Matteo imprecò a mezza voce.

— Questo cambia un po’ le cose, — disse piano l’ispettore.

La chiavetta venne controllata nel mio studio. Nel filmato si vedeva Roberta uscire dall’appartamento con la mia borsa scura, poi con un sacchetto, e infine rientrare guardandosi attorno.

Amore o Soldi