«Questo appartamento non è più affare tuo, Vittoria Fiorentino» sibilò Roberta Amato, seduta sul mio letto avvolta nella mia vestaglia mentre faceva cadere la cenere nel piattino

Questa prepotenza ingiusta è straziante e vergognosa.
Storie

anche quando, a ben vedere, si erano già sistemati comodamente sulle loro spalle. Dopo anni passati a incrociare uomini bruschi, pieni di sé, convinti che alzare la voce fosse una prova di carattere, quella sua delicatezza mi era sembrata quasi un privilegio. All’epoca lavoravo senza sosta, seguivo già cause civili importanti, avevo imparato a non perdere compostezza sotto pressione e a non concedere a nessuno il piacere di vedermi cedere. Accanto a me, Lorenzo pareva una parentesi di quiete. Era casalingo, sorridente, capace di passare un’ora a sistemare una fila di lucine o a scegliere il carattere giusto per un logo, come se la pace domestica consistesse proprio in quei dettagli inutili e rassicuranti.

Il guaio, però, non era soltanto lui. Il guaio entrava in casa nostra insieme ai suoi parenti.

Roberta Amato aveva otto anni più di Lorenzo, ma si comportava come se fosse lei la sorella piccola: fragile, indifesa, perseguitata da una sorte ostile. Le capitava sempre qualcosa. Un affitto che “all’improvviso” diventava insostenibile. Un lavoro che “per il momento” non andava in porto. Un uomo che la deludeva proprio quando lei aveva bisogno di appoggiarsi a qualcuno. Un malessere che spuntava, puntuale, nel giorno in cui avrebbe dovuto restituire dei soldi. E quella sua instabilità permanente, chissà come, finiva ogni volta sulle spalle di mio marito.

— È pur sempre mia sorella — mormorava Lorenzo, quando per la terza volta nello stesso anno trovavo Roberta seduta nella nostra cucina con l’aria disfatta da martire e un nuovo racconto sulla crudeltà della vita.

— È una donna adulta — gli ricordavo io.

— Lo so. Ma se non la aiuto io, chi dovrebbe farlo?

Era una domanda costruita per non avere via d’uscita. Se rispondevo “non lo so”, lui si chiudeva in un silenzio sofferente. Se dicevo “che impari a cavarsela”, diventavo immediatamente una persona senza cuore. Roberta, poi, possedeva un talento speciale: trasformare qualunque limite altrui in una scena di spietatezza.

Matteo Ferrara comparve nella sua vita in primavera. Era rozzo, rumoroso, impregnato di dopobarba scadente e fumo di sigaretta, con quell’abitudine arrogante di mettere i piedi sui mobili anche quando i padroni di casa lo stavano guardando. Parlava di “giri”, di “progetti”, di “occasioni serie”, di “startup che stanno per partire”, ma in concreto passava da periodi senza lavoro a fasi in cui “dava una mano a dei conoscenti”. La prima sera in cui Lorenzo li portò da noi, “solo per una cena tranquilla”, Matteo si asciugò le mani con il mio asciugamano di lino, poi alzò gli occhi verso i soffitti e fischiò con approvazione.

— Vi siete sistemati bene. Qui ci si può stare.

Già allora provai fastidio. Non paura, non ancora. Solo quel disagio fisico che ti prende quando un estraneo valuta le tue pareti con troppa confidenza, come se stesse già calcolando dove metterebbe le sue cose.

Poi cominciarono le piccole stranezze. Roberta prese a chiedermi sempre più spesso quando sarei partita per lavoro. Lorenzo, una sera, buttò lì con finta noncuranza se per caso avessi un secondo mazzo di chiavi, perché “non si sa mai, può succedere qualcosa”. Gli dissi di no. Lui si offese.

— Non ti fidi di me?

— Di te sì — risposi con calma. — Non necessariamente di tutti quelli a cui senti il bisogno di fare piacere.

Si mise il muso, si chiuse in camera e per due giorni mi parlò con quella voce bassa e controllata che certe persone usano per punirti senza fare una scenata. E, come accadeva quasi sempre, a un certo punto fui io ad andare a cercare una tregua. Per stanchezza. Perché il lavoro mi prosciugava. Perché almeno in casa avrei voluto silenzio, non l’ennesima discussione sulla sua presunta ingratitudine verso la famiglia.

Il primo colpo vero arrivò una settimana prima di quel viaggio a Roma.

Rientrai prima del solito, aprii l’armadio dell’ingresso e vidi subito che una delle mie borse non era al suo posto. Era costosa, color amarena scuro, un regalo che mi ero fatta dopo aver vinto una causa complicata. La usavo raramente. Quando la presi in mano, dall’interno uscì l’odore dolciastro del profumo di Roberta. Rimasi ferma con la borsa tra le dita e capii che non si trattava di semplice disordine. Non era un “scusa, ho preso la busta per sbaglio”. Era il tentativo di indossare una vita che non le apparteneva. Una prova, fatta con calma, per capire quanto potesse spingersi oltre.

— Lorenzo — lo chiamai.

Lui uscì dalla stanza con il portatile in mano.

— Che c’è?

— Roberta ha frugato tra le mie cose?

Il silenzio durò pochissimo, ma mi bastò.

— Ha solo guardato. Ti dispiace così tanto?

— Mi dispiace? — ripetei, perché non ero sicura di aver capito.

— Vittoria, dai, non ricominciare. Non te l’ha mica rubata.

Fu in quel momento che, per la prima volta, non pensai più a una lite. Pensai a un procedimento. Pensai che un giorno mi sarebbe toccato fare con il mio matrimonio esattamente ciò che facevo ogni giorno in tribunale: togliere di mezzo le illusioni e lasciare sul tavolo soltanto i fatti.

Poi accadde qualcosa per cui non ero preparata.

Tornando da Roma con un giorno d’anticipo, non trovai semplicemente Roberta nella mia camera da letto. Vidi con quanta rapidità le persone smettono di fingere, quando sono convinte che tu non possa comparire prima di ventiquattr’ore. In cucina, dentro il posacenere, c’erano mozziconi di sigaretta. In bagno, sul termosifone, si asciugavano i suoi collant.

Amore o Soldi