«Questo appartamento non è più affare tuo, Vittoria Fiorentino» sibilò Roberta Amato, seduta sul mio letto avvolta nella mia vestaglia mentre faceva cadere la cenere nel piattino

Questa prepotenza ingiusta è straziante e vergognosa.
Storie

«Questo appartamento non è più affare tuo, Vittoria Fiorentino. Per un po’ restiamo qui noi, quindi evita di fare scenate», sibilò Roberta Amato, seduta sul mio letto, avvolta nella mia vestaglia, mentre faceva cadere la cenere in un piattino del servizio ricevuto per il matrimonio.

Rimasi ferma sulla soglia della camera senza riuscire nemmeno a togliermi subito l’impermeabile fradicio. A Firenze, quel giorno d’ottobre, la pioggia mi aveva battuto in faccia senza tregua; il taxi dalla stazione era avanzato a fatica nel traffico, la valigia mi aveva quasi strappato il braccio. E a casa, invece del silenzio e di una doccia calda, trovai gambe estranee sul mio copriletto. Matteo Ferrara, sprofondato nella poltrona accanto alla finestra, sorseggiava qualcosa di ambrato da un mio bicchiere. Sul parquet si allargavano impronte scure di fango. Dal bagno arrivava odore di sigaretta, anche se avevo chiesto a Lorenzo Bellini almeno dieci volte di non fumare neppure in cucina, figuriamoci lì dentro. Nell’ingresso, sul panchetto, era buttata la borsa verniciata di Roberta; accanto, i suoi stivali, le mie pantofole e uno zaino da uomo sconosciuto, aperto come una bocca dopo una rissa finita male.

Non urlai. Non perché mi mancassero le parole. Al contrario, ne avevo fin troppe. Ma arriva un momento in cui capisci che non ti stanno più chiedendo di fare spazio nella tua vita: ti stanno semplicemente spingendo via con il gomito. E allora, dentro, cala un silenzio troppo profondo persino per litigare.

«Dov’è Lorenzo?» riuscii soltanto a chiedere, con il fiato corto.

Roberta fece un sorrisetto e accavallò le gambe, come se quella non fosse casa mia ma un appartamentino preso in affitto dove si era presentata “per qualche giorno”.

«È andato al supermercato. A prendere l’acqua. Ci fermiamo qui giusto il tempo di sistemarci, non fare quella faccia, come se la cosa ti desse fastidio.»

Matteo sbuffò una risata senza sollevare gli occhi dal bicchiere.

«Dai, su. Siamo pur sempre famiglia.»

Fu in quell’istante che mi fu tutto chiarissimo: una scenata avrebbe giocato a loro favore. Roberta apparteneva a quella categoria di persone che fioriscono nel caos, che diventano più forti appena qualcuno alza la voce. Poi avrebbe raccontato in giro che “la moglie di Lorenzo è isterica”, che “avevamo chiesto solo di restare due giorni”, che “per poco non ci metteva le mani addosso”. Matteo ci avrebbe aggiunto un paio di particolari sporchi, tanto per rendere la storia più succosa. E Lorenzo, come sempre, avrebbe abbassato lo sguardo, avrebbe farfugliato il suo solito: “Ma perché devi prenderla così, si poteva parlare con calma”. Dentro quella palude di parenti, mezze verità e vittimismo, la pazza sarei diventata io.

Appoggiai lentamente la valigia contro la parete.

«Capisco», dissi.

Roberta parve quasi delusa.

«Tutto qui?»

«Per ora sì.»

Uscii dalla camera, richiusi la porta dall’esterno e girai la chiave nella serratura. Poi, con la stessa calma, chiusi anche la stanza degli ospiti, dove avevano ammucchiato giacche e sacchetti. Matteo non scattò subito. Reagì solo quando sentì il clic della serratura.

«Ehi!» tuonò. «Che diavolo stai facendo?»

Io ero già diretta verso la porta d’ingresso. Mentre camminavo, tirai fuori il telefono, aprii il registro delle chiamate e composi il 112.

«Segnalo un ingresso abusivo in un’abitazione», dissi con voce piatta quando l’operatore rispose. «Firenze, via tale, numero tale. Ci sono persone estranee all’interno del mio appartamento senza il mio consenso. Alcuni beni risultano danneggiati e ho motivo di temere un tentativo di furto.»

Dietro la porta della camera, prima calò un silenzio pesante; poi esplose lo strillo di Roberta.

«Ma sei completamente impazzita?»

Dal vano scale saliva odore di umidità, ferro bagnato e cena di qualcuno, cipolla fritta soprattutto. Il mio palazzo d’epoca aveva sempre avuto scale severe, soffitti altissimi, porte spesse e quel rimbombo particolare delle case vecchie, dove le voci degli estranei suonano ancora più sgradevoli. Mi appoggiai con la schiena al muro e solo allora mi accorsi di quanto mi tremassero le dita.

In quel momento non era minacciato soltanto l’appartamento. Non erano in pericolo solo i mobili, il parquet, il servizio buono, i vestiti, i documenti. Stava crollando l’ultima cosa che, dall’esterno, faceva ancora sembrare decoroso quel matrimonio: l’idea che Lorenzo fosse semplicemente un uomo mite. Buono. Incapace di dire di no. Ma non era così. Le persone miti non introducono una piccola invasione dentro casa tua mentre sei via per lavoro, né consegnano alla sorella le chiavi della tua camera da letto. Le persone miti temono il conflitto. Lorenzo, invece, da troppo tempo usava quella paura come paravento per la prepotenza degli altri.

La pattuglia arrivò in fretta. La pioggia d’ottobre tamburellava contro la finestra del pianerottolo; dal basso si sentì sbattere il portone, poi passi pesanti salire le scale. Io fissavo lo schermo del telefono e, mentre aspettavo, ripercorrevo mentalmente il modo in cui eravamo arrivati fin lì.

Quando io e Lorenzo Bellini ci sposammo, ero convinta che il suo difetto più grande fosse il bisogno di piacere a tutti. Sembrava uno di quegli uomini che, in compagnia, spostano sempre una sedia per far sedere qualcun altro, versano il tè, portano le borse pesanti e, proprio per questa disponibilità, vengono giustificati molto più a lungo di quanto meriterebbero.

Amore o Soldi