“Se non volete comportarvi da famiglia, entro la fine del mese liberate la casa” — minacciò Rita, imponendo l’ultimatum: seimila euro o via dall’appartamento

È vergognoso scegliere il denaro sulla dignità.
Storie

Quei progetti, però, non coincidevano affatto con la realtà che li aspettava.

Fase 6. Il vuoto che non dà soddisfazione

Il trasloco venne fissato per l’ultimo giorno del mese.

Gli operai portarono via una scatola dopo l’altra: il divano, la bicicletta di Aurora Sorrentino, le sedie della cucina, la lavatrice che Elisa Valentini e Matteo Pellegrini avevano comprato con i loro soldi. Nell’appartamento vecchio rimasero soltanto le pareti spoglie, un armadio antiquato che non era mai stato loro, il piano cottura e quell’odore fermo di polvere che riaffiora quando una casa smette di essere abitata.

Rita Giordano arrivò per riprendersi le chiavi.

Entrò, fece pochi passi e si bloccò sulla soglia della cucina.

— E il frigorifero dov’è? — domandò.

— Era nostro. L’abbiamo portato via.

— E la lavatrice?

— Anche quella era nostra.

— Il divano del soggiorno?

— Comprato da noi.

Rita attraversò lentamente la stanza principale. Ora sembrava enorme e miserabile insieme. Sul pavimento si vedevano ancora i rettangoli più chiari lasciati dai mobili, impronte mute di una vita che era stata rimossa pezzo dopo pezzo. Elisa, guardandosi intorno, vide quell’appartamento per quello che doveva essere stato prima del loro arrivo: non un rifugio, non una casa, ma solo metri quadrati intestati a qualcun altro.

— Avete portato via tutto? — La voce di Rita si incrinò, più per rabbia che per sorpresa.

Matteo rispose con una stanchezza piatta:

— Mamma, abbiamo preso ciò che era nostro.

— E adesso come si fa a viverci?

Elisa la guardò senza alzare il tono.

— Volevate poter decidere voi dell’appartamento, mi pare.

Rita impallidì.

— Pensavo che almeno le cose indispensabili le avreste lasciate.

— Abbiamo lasciato quello che appartiene a lei.

Giulia Ferrara, arrivata insieme alla madre, infilò la testa in cucina e fece una smorfia.

— Mamma, io qui non ci vengo a stare. È vuoto.

Rita si voltò di scatto verso di lei.

— E tu che cosa immaginavi?

— Be’… che lasciassero i mobili. E magari la casa sistemata decentemente. Io devo aprire un atelier, non mettermi a fare lavori qui dentro.

Matteo lasciò uscire una risata breve. Non era cattiveria. Era amarezza pura.

— Ecco servito l’aiuto alla famiglia.

Elisa posò le chiavi sul davanzale, con un gesto calmo e definitivo.

— L’appartamento è libero, esattamente come avevate chiesto.

Fase 7. Una porta nuova

La nuova casa li accolse con odore di vernice fresca e polvere non loro, ma Aurora Sorrentino correva da una stanza all’altra come se fosse entrata in un castello.

— Questa è la mia? Davvero è mia?

— È tua — disse Matteo. — Però la carta da parati la scegliamo insieme.

Elisa si lasciò cadere su uno scatolone al centro della cucina e, all’improvviso, scoppiò a piangere. Non era tristezza. Era la tensione accumulata che finalmente trovava una via d’uscita. Matteo si sedette accanto a lei e le circondò le spalle con un braccio.

— Siamo a casa — mormorò.

— Con un mutuo per vent’anni.

— Però senza ultimatum.

Risero e piansero nello stesso momento, come succede quando la paura non è ancora passata del tutto, ma almeno non comanda più.

Le prime settimane furono faticose. Dormivano su un materasso appoggiato a terra, mangiavano usando gli scatoloni come tavolo, cercavano il sale per mezz’ora e discutevano sul colore delle tende. Eppure, ogni sera, quando Elisa chiudeva la porta con la propria chiave, sentiva scendere dentro di sé una pace che non provava da anni.

Rita Giordano, all’inizio, non telefonò. Poi chiamò Matteo.

— Nell’appartamento fa freddo. Bisogna cambiare le finestre.

— Noi abbiamo sostituito quelle della camera da letto e della stanza di Aurora, mamma. A spese nostre. Per la cucina e l’altra camera, all’epoca, hai detto che andavano bene così.

— Allora avreste dovuto fare tutto, già che c’eravate!

— No.

Quel “no”, corto e fermo, per Matteo era una parola nuova. Difficile da pronunciare, ma necessaria.

Rita chiuse la chiamata senza salutare.

Fase 8. Un atelier senza i soldi degli altri

Due mesi dopo, Giulia Ferrara riuscì comunque ad aprire il suo atelier. Non nel locale di passaggio vicino al mercato che aveva sognato, ma in un angolo minuscolo ricavato dentro una lavanderia. I soldi glieli diede la madre: ritirò una parte dei risparmi, vendette la vecchia auto del marito defunto e si fece prestare qualcosa da una vicina.

Il primo mese Giulia riempì la chat di famiglia con fotografie dell’insegna e messaggi entusiasti delle clienti. Il secondo cominciò a lamentarsi dell’affitto. Il terzo protestava perché tutti volevano “presto e a poco”. Il quarto scoprì che le tasse, a suo dire, erano “improvvisamente diventate enormi”.

Elisa non scrisse mai una parola.

Un giorno Matteo le mostrò un messaggio della madre:

“Se allora ci aveste dato quei seimila euro, Giulia sarebbe partita come si deve. Invece adesso si sta ammazzando di fatica.”

Elisa fece un sorriso senza allegria.

— Quindi, alla fine, la colpa è comunque nostra.

— Certo — rispose Matteo. — Non abbiamo finanziato un sogno senza un piano.

Poi digitò una risposta:

“Mamma, auguriamo a Giulia di farcela, ma dei nostri soldi non discuteremo più.”

La replica arrivò quasi subito:

“Sei diventato un estraneo.”

Matteo rimase a fissare lo schermo per parecchi secondi. Poi cancellò il messaggio.

— Ti fa male? — chiese Elisa.

— Sì. Ma prima faceva più male provare a essere bravo per tutti, tranne che per voi.

Elisa gli prese la mano.

Amore o Soldi